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| Ottocento, la base della modernitĂ |
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| Antiquariato - Storia del Mobile | ||||||||
| Scritto da Pierdario Santoro | ||||||||
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Fonte:"AntichitĂ Santoiro"Via Nazario Sauro 14/b 40121 Bologna
Tel: 051260619 cell: 3356635498 - 335 8495248 Di Pierdario Santoro. *** L’Ottocento fu un secolo estremamente complesso, pieno di fermenti, di progresso materiale ed intellettuale. Oggi nel nuovo millennio forse siamo abbastanza distanti da esso e possiamo tentarne un esame critico, scevro da quei giudizi ideologici, che hanno visto il Novecento di volta in volta esaltarlo con nostalgico desiderio dei bei tempi antichi, sereni e prosperi; o denigrarlo come massima espressione della cultura di una borghesia gretta, attaccata al soldo o gaudente e dissipatrice, esempio d’ogni gusto pacchiano tipico del parvenu. La maggioranza dei testi nostalgici dell’Ottocento è stata scritta mentre ancora erano vivi gli ultimi garibaldini o le nonne, che di quel secolo ricordavano la gioventù ed i valzer di Johann Strauss.
Per contro dal secondo dopoguerra, un’analisi storica troppo unilaterale, vi ha riconosciuto l’origine del potere borghese, causa dei molti mali delle masse oppresse, o peggio la nascita romantica del superuomo di Thomas Carlyle, che con la sua mistica dell’eroe avrebbe fatto da apripista ai Mussolini ed agli Hitler.
Movendo dalla consapevolezza che il XIX° secolo ha segnato un progresso dell’umanità senza pari in quasi tutti i campi: da quello scientifico, a quello politico, al medico, allo psicanalitico, al letterario, all’artistico. Ha dato i natali a Richard Wagner, Karl Marx, Sigmund Freud, Vincent Van Gogh, charles Darwin, Giuseppe Verdi e l’elenco potrebbe riempire questo libro. Cosa rappresenta allora nella storia questo secolo?
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Iniziamo cercando di immedesimarci nell’atmosfera di una casa ottocentesca, per comprendere quali fossero gli stimoli cui erano soggetti i nostri antenati.
Durante la notte una veilleuse ha rischiarato con una tenue luce la stanza per allontanare le tenebre, praticamente totali, e permettere in caso di necessità di utilizzare il pitale, normalmente conservato nel comodino e non di rado svuotato dopo l’uso nel vicolo. I servizi igienici erano pressoché inesistenti ed i rari bagni erano collocati presso le cucine, per utilizzare in comune le condotte di scarico; fino al 1880 le vasche da bagno erano abitualmente costituite da tinozze trasportabili vicino al camino della camera dell’occasionale utilizzatore. Nelle case ricche esistevano apposite sale da bagno, particolarmente in voga dal neoclassico in poi, con vasche celate spesso sotto ampi divani o con monumentali vasche di marmo, ma fino alla fine del secolo abitualmente prive del cesso. Col far della sera tutta la casa condivideva un’eguale semioscurità , interrotta da candele e lumi ad olio, i grandi lampadari erano accesi abitualmente alla presenza di ospiti, ma con l’avanzare del secolo, cortinaggi sempre più pesanti provvidero a mantenere tale atmosfera anche di giorno. Il sole con i suoi raggi violenti era sentito ostile da un’umanità abituata alla penombra, e ci si proteggeva con l’abbigliamento.
Le donne utilizzavano oltre agli ampi cappelli il parasole, ma anche velette e guanti, oltremodo necessari in un mondo generalmente lurido e nel quale un contatto casuale poteva essere fonte di trasmissione di scabbia ed altri tipi di parassiti.
Al gemtlemen non mancavano egualmente mai cappello e guanti e spesso un solido bastone ornamento tipologicamente tanto vario, che un mio amico collezionista ne possiede alcuna migliaia. All’inizio del secolo per la mancanza di tutte quelle norme igieniche, che ci appaiono oggi tanto normali, e verso la fine per i fumi delle industrie, dei riscaldamenti e dell’illuminazione, le metropoli apparivano generalmente nerastre. Basti pensare che a Londra una farfalla, la cavolaia bianca, mutò di colore divenendo scura, per seguire quelle norme sull’adattamento genetico alla selezione naturale, che Charles Darwin andava scoprendo. A Roma in Via Margutta si può leggere una lapide, in cui l’incaricato papalino prescrive le multe, e per chi non poteva pagare il numero di nerbate e di giri di ruota, da comminarsi a chi avesse lordato la pubblica via. La lapide di marmo la dice lunga sul perpetrarsi nel tempo di un andazzo abituale, cui non era sufficiente porre rimedio il consueto bando cartaceo. Nella vita pubblica per tutto l’Ottocento il caffè svolse l’importante funzione non solo di ritrovo mondano, ma anche artistico, tanto da coniarsi il termine di caffè letterario. In Italia ne sopravvivono alcuni famosi, come il caffè Pedrocchi di Padova od il Florian di Piazza San Marco. Ancor più adatti a favorire l’incontro mondano furono quelli collocati nei teatri, frequentati dai signori nei palchi e dagli spiantati nei loggioni.
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