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Storia dell'Arte della Cartapesta

Unico nel suo genere è disponibile finalmente un testo completo sulla Storia dell'arte della Cartapesta.

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Pieve di S. Vito: La storia Stampa E-mail
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Scritto da A.B. Caldini   

Pieve di San Vito a Morsasco

Indagine storica (I)

La chiesetta di San Vito a Morsasco è il più antico edificio religioso presente sul territorio, probabilmente precedente lo stesso insediamento abitato, da cui dista circa un chilometro. La sua fondazione è ragionevolmente attribuibile all'età romanica, mentre non è possibile datarla con maggior precisione, vista la totale assenza di fonti documentarie precedenti l'epoca contro-riformistica e i continui rimaneggiamenti cui l'edificio è stato sottoposto nel corso dei secoli. L'analisi architettonica della piccola costruzione, e in particolare dell'abside, consente però di effettuare interessanti confronti tipologici e stilistici con edifici analoghi esistenti nella zona, che rendono giustificabile una datazione compresa tra la fine dell'XI secolo e la metà del successivo.

Per quanto riguarda, invece, l'analisi documentaria, è stato possibile desumere qualche informazione, relativamente al periodo compreso tra la fondazione e la seconda metà del Cinquecento, dalle complesse e tormentate vicende storiche che caratterizzano le terre del Monferrato. Le prime notizie certe relative a Morsasco risalgono infatti al 1224, anno in cui la Repubblica di Genova, allora proprietaria del feudo, ne cede metà ai marchesi del Bosco. È verosimile che a tale data la chiesa di San Vito esista già, come lascia credere sia il titolo, antichissimo (chiese e cappelle dedicate al santo sorgono in tutto il Settentrione a partire dall'XI secolo), sia le fonti documentarie attestanti come questa sia la primitiva chiesa parrocchiale.

San Vito e San Vittore

A proposito dell'intestazione della chiesa, va notato che, sebbene essa sia inequivocabilmente dedicata a San Vito, già attorno al Quattrocento si manifestano le prime confusioni con la figura e il culto di San Vittore, particolarmente venerato in tutta la regione lombarda e soprattutto a Milano, dalla cui diocesi dipendeva quella di Acqui. L'equivocato culto potrebbe essere stato agevolato sia dal fatto che in Piemonte i due martiri sono oggetto di una forte devozione popolare e, soprattutto, contadina (il primo invocato contro numerose malattie, tra cui l'idrofobia e l'isterismo; il secondo, protettore dei carcerati e degli esuli, è scongiurato per tenere lontani gli animali feroci dalle stalle e dai luoghi abitati), sia dall'affinità fonetica tra i due nomi pronunciati in dialetto ("Vito" e "Vitor"). In ogni caso, se il patrono della popolazione di Morsasco è San Vito, la sua festa, "per voto antico di comunità", cade l'8 maggio, canonicamente giorno di San Vittore.

Considerato il luogo leggermente sopraelevato su cui essa sorge, in corrispondenza di un bivio della strada che collega Morsasco a Cima Malfatta, difficilmente questa originaria chiesa campestre avrebbe potuto essere più grande o molto differente da quella attuale, ma sarebbe arduo stabilire il suo iniziale aspetto. Si può pensare che avesse un'aula di dimensioni contenute, con poche e strette aperture laterali (forse su un solo lato), oltre alle tre feritoie absidali, una copertura non voltata, nessun portico né torre campanaria.

Nel corso dei secoli successivi, la chiesa subisce vari interventi di piccola ristrutturazione, come testimonia la conformazione della tessitura muraria, con evidenti segni di saldature, aggiunte, ammorsature. In particolare, la zona absidale è interessata da uno o più grandi crolli, che hanno potuto provocare una risistemazione anche massiccia dell'edificio religioso, forse prolungato nelle sue pareti laterali: la cortina muraria interna dell'emiciclo absidale, più o meno sino all'altezza delle strette aperture monofore, è costituita da grossi e lunghi conci di pietra arenaria, disposti secondo corsi abbastanza regolari in senso orizzontale; al di sopra di questo livello, e soprattutto in corrispondenza dell'affresco centrale, il materiale e la tecnica costruttiva palesano indubbiamente un intervento edilizio posteriore (materiale di recupero, rari pezzi di mattoni con scaglie o pietre di piccola pezzatura in abbondante malta).

 

 

Tale operazione precede certamente la fine del XV secolo, epoca cui si può far risalire con buona approssimazione l'esecuzione delle raffigurazioni ad affresco ancor oggi visibili che in parte coprono la zona absidale ricostruita. Da quel che resta della loro originaria disposizione si può ipotizzare che rivestissero l'intero catino absidale, proseguendo la decorazione negli sguanci a doppia strombatura delle finestre e nella nicchia degli arredi sacri, dove permangono alcune tracce d'intonaco colorato.

L'immagine principale, per la cui realizzazione è stata tamponata l'apertura monofora centrale, rappresenta la Madonna e, presumibilmente, San Giovanni ai piedi della Croce, tra Sant'Antonio Abate ed un santo cavaliere d'incerta identificazione (San Bovo o San Vittore). Sullo sfondo si scorgono le mura turrite di Gerusalemme, mentre la base del monte Calvario, come pure l'immagine di Giovanni e il cielo sovrastante, sono scarsamente leggibili.

L'altro affresco superstite, alla sinistra dell'altare, ritrae una Madonna in trono col Bambino in braccio, la cui conservazione versa oggi in condizioni leggermente migliori. 

Di questi interessanti lacerti di una estesa decorazione d'età tardogotica, però, non si trovano che vaghi riferimenti nei documenti d'archivio reperiti.
Il primo atto d'archivio recuperato, relativo alla pieve di San Vito, è datato al 10 giugno 1585, quando il visitatore apostolico monsignor Monsiglio si trova a passare per il feudo di Morsasco, allora appartenente ai conti di Gavi. L'edificio, non più parrocchiale come un tempo, è in un tale stato di degrado che il vescovo consiglia alla comunità un urgente intervento di restauro delle mura, della pavimentazione e della copertura. È ragionevole pensare che, avendo la chiesa perso gradualmente importanza in seguito all'edificazione dell'attuale parrocchia di San Bartolomeo (edificata non prima del XVI secolo), i danni provocati dalle condizioni meteorologiche, non più arginati da una ordinaria manutenzione, l'avessero resa pressoché inservibile. Della decorazione interna non si fa alcun cenno ed anzi si raccomanda di imbiancare totalmente le murature interne.
L'assenza di un qualsiasi riferimento agli affreschi è singolare, sia perché nel corso dei secoli successivi essi vengono generalmente notati e descritti, sia in considerazione del tipo di esame cui chiese, cappelle e parrocchie vengono sottoposte dai visitatori apostolici negli anni del Concilio Tridentino. Particolarmente, poi, le zone valligiane e premontane sono oggetto delle indagini più accurate perché più soggette a contaminazioni religiose e spirituali lontane dall'ortodossia cattolica. Per questo motivo, immagini sacre dipinte o scolpite sono a maggior ragione osservate e controllate, sin nei minimi dettagli, affinché rispondano pienamente a quello che sta diventando il repertorio iconografico ufficiale della Chiesa di Roma.

E dunque, in attesa di chiarimenti che potrebbero provenire da altra documentazione e da un'analisi scientifica degli affreschi, non resta che pensare che, se nel 1585 monsignor Monsiglio non descrive il corredo figurativo della "chiesa di San Vito campestre altre volte parrochiale", probabilmente è perché non ha potuto vederlo.

Pieve di San Vito a Morsasco

Indagine storica (II)

Nel corso del XVII secolo, il Monferrato è uno dei più animati teatri delle lotte tra Spagna e Francia per il predominio della penisola italiana. Morsasco assiste al passaggio e, sempre più spesso, all'acquartieramento delle truppe straniere, la cui stanziale presenza provoca carestie, distruzioni ed epidemie, come testimoniano sia i libri parrocchiali che i verbali del consiglio comunale. In anni tanto bellicosi la chiesa "parrocchiale antica" di San Vito rimane abbandonata a se stessa: gli inviti dei vari visitatori apostolici a provvedere al suo ripristino sono puntualmente disattesi e, già nell'aprile 1600, l'edificio è definito "minacciante ruina". La porta d'ingresso principale è priva di serratura e l'altare è privo di arredi, ma sono il tetto e il pavimento a soffrire i guasti maggiori, e non solo a causa delle cattive condizioni meteorologiche. A partire da questa data, infatti, è attestata la presenza di un cimitero contiguo alla chiesa di San Vito, anch'esso, però, in pessime condizioni: le ripetute visite del vescovo non mancano di sottolineare come la cattiva manutenzione del piccolo sepolcreto sia pericolosa non solo per uomini e animali, ma per la stessa costruzione. Nel 1610 è documentata una parziale ristrutturazione: la "chiesa s'è restaurata nelle mure fenestre e parte pavimento porta conforme", ed è stata realizzata un'adeguata recinzione del cimitero, con cancello e "fossa attorno tanto grande che le bestie non vi possino entrare". Ma la soluzione è affatto temporanea perché, durante gli anni della terribile epidemia di peste nera, i decessi in Morsasco aumentano al punto che l'antico cimitero non può più contenere i defunti, che devono essere seppelliti fuori e dentro l'antica parrocchiale. Gli scavi continui, gli interramenti e gli sterri ripetuti sia all'interno che all'esterno della costruzione, assieme al pessimo stato di conservazione delle murature, la rendono sempre più pericolante. Nel 1660, sono presenti "alcune fissure nel frontespicio"; nel 1676, la chiesa è ridotta al solo uso cimiteriale; nel 1688, San Vito è "chiesa vecchia mal nell'ordine": il tetto è prossimo alla rovina e presso lo scalino dell'altare sono visibili "quattro fosse di morti". In breve, la situazione è tale da costringere il visitatore apostolico a vietarvi la celebrazione delle messe sinché non venga "aggiustata, e provista".

Si è visto come l'interesse delle autorità ecclesiastiche nei confronti della piccola costruzione sia continuamente ribadito per tutto il corso del Seicento. Il suo stato di conservazione desta preoccupazione non solo perché dipende praticamente dalla generosità dei fedeli, ma anche perché la chiesetta è meta delle principali processioni religiose che si svolgono annualmente nel paese. Le fonti d'archivio illustrano spesso queste cerimonie locali, durante le quali la sacra reliquia di San Vito, custodita ancor oggi nella parrocchiale di San Bartolomeo Apostolo, viene portata in processione sino all'omonima chiesa, dove viene solennemente officiata la messa. In più casi si accenna alla "divotione particolare" di cui è oggetto l'edificio da parte della popolazione di Morsasco, sia per il culto del santo patrono che per la sacralità conferitagli dal vicino cimitero. Per tutte queste motivazioni, il fatto che la chiesa di San Vito resti abbandonata a se stessa, fatiscente, "senza volta e senza suolo", sprovvista degli arredi idonei alla celebrazione liturgica risulta oramai intollerabile alla stessa comunità morsaschese.
D'altro canto, gli anni Novanta del XVII secolo sono ancora anni di disordini e di battaglie per il territorio di Morsasco, almeno sino al 1697, quando si conclude un armistizio tra la Francia e gli stati coalizzati attorno alla Lega di Augusta. Per il paese significa soprattutto la tanto sospirata partenza degli "Alemanni", che la cittadinanza aveva dovuto ospitare per decenni. La pace durerà poco, in realtà, ma è probabile che proprio durante questa calma passeggera vengano cominciati i primi lavori di risistemazione della chiesa di San Vito. 

Nel libro dei Convocati e Congregati di Morsasco, alla data del 30 maggio 1699, troviamo la decisione di destinare 80 fiorini dell'imposta camerale in favore della chiesa campestre: la somma non è modesta, per il tempo, e potrebbe far pensare ad un intervento di ristrutturazione non esteso ma sicuramente consistente.
A tale proposito, è possibile addurre alcune ipotesi.

La prima di queste si basa sul rinvenimento di un secondo atto, datato 10 giugno 1706, relativo all'acquisto, per la cifra di 40 fiorini, di "duecento coppi per il tetto del portico della chiesa di San Vito". Ora, poiché il numero dei coppi appare del tutto insufficiente per la copertura del portico intero, di cui questa è, per altro, la prima menzione documentata, è probabile che si tratti di un intervento di semplice risanamento del tetto. Non è da escludersi, pertanto, che anche gli 80 fiorini del 1699 fossero motivati da una necessità dello stesso genere e che l'effettiva costruzione del pronao risalga ad un'epoca precedente (è difficile credere che simile somma riuscisse a coprire le spese di edificazione di un portico e che simile intervento non fosse meglio specificato e discusso nella delibera consigliare).

S, Vito a Morsasco


Un'altra indicazione utile per capire di che tipo di intervento si sia trattato proviene poi dalla relazione della visita apostolica effettuata, nell'agosto dello stesso anno 1699, da monsignor Gozani. Il vescovo visita per la terza volta l'edificio ma non riferisce di nessun intervento edilizio di riguardo, invitando anzi il rappresentante comunale a "fare ogni possibile [e] provedere che detta chiesa si reduchi a meglior stato". Ora, dato che undici anni prima lo stesso ecclesiastico aveva dovuto vietare l'accesso alla cappella di San Vito (1688), e considerato che in quest'ultimo rapporto afferma che "se li va molte volte a dir messa" e che vi "si fa festa il giorno di detto santo", potrebbe anche darsi che la spesa effettuata dalla comunità pochi mesi prima sia stata impiegata per rendere quanto meno fruibile, se non per risanare, l'antico edificio religioso.
Nonostante l'assenza di indicazioni cronologiche più precise, il ritrovamento dei suddetti atti d'archivio consente di stabilire che, attorno alla fine del XVII secolo, la chiesa di San Vito assume definitivamente le dimensioni che ha oggi.

S. vito a morsasco

L'erezione del portico voltato comporta il rifacimento della facciata, le cui aperture vengono modificate in modo da adeguarsi al nuovo aspetto. L'altezza del prospetto esterno viene infatti ridotta, il che giustifica la tamponatura della finestra centrale a mezza luna, riaperta qualche centimetro più in basso e con un leggero spostamento verso destra. Analogamente, le due finestrelle laterali sono murate e quindi reinserite più o meno simmetricamente ai lati della porta principale. Per quanto riguarda, invece, l'incatenamento metallico del portico, non è possibile dire con assoluta certezza se esso sia stato messo in opera contestualmente ai lavori di realizzazione della struttura o in seguito. La disposizione abbastanza regolare in senso verticale dei bolzoni capochiave, e particolarmente di quelli relativi alla catena interna, fa però propendere per la prima ipotesi.

Pieve di San Vito a Morsasco

Indagine storica (III) 


Le attività edilizie di inizio secolo, comunque, restano limitate alla sola zona d ingresso: nel 1714, la volta sopra l'altare "è affatto scrostata" e quando, nel 1728, monsignor Rovero la visita per la prima volta, le condizioni della chiesa di San Vito sono tanto peggiorate ch'essa nuovamente "merita d esser sospesa". A causa della forte umidità di cui soffre l'intera muratura, ma soprattutto quella absidale, numerose e profonde fratture rendono pericolante l'intero edificio. Il rapporto dell'ispezione episcopale si sofferma brevemente anche sulle immagini sacre presenti nella chiesa, ma la descrizione che ne fa, piuttosto che offrire chiarimenti in proposito, confonde ancor più le idee. Il relatore riferisce infatti di una raffigurazione centrale della Vergine col Bambino in braccio, di una di San Vito "a cornu Evangelij", cioè dalla parte sinistra per chi guarda verso l'altare, e di quella di Sant Antonio Abate "a cornu Epistolae", cioè dalla parte opposta. Ora, pur trascurando il fatto che la descrizione parla di "quadri" e non di pitture murali e che l'immagine di Maria in trono non può dirsi esattamente "in mezzo", si potrebbe leggere in queste parole un riferimento alle due figure di santi affrescate ai piedi della Crocifissione, ma senza riuscire a spiegare l'assenza di una qualsiasi allusione all'intera scena del Calvario. Insomma, neppure in questo caso la relazione pastorale aiuta la ricostruzione delle vicende storiche relative alla decorazione interna della chiesa di San Vito. In ogni caso, la decisione di cessare l'uso della piccola chiesa è da intendersi come assolutamente temporanea, "attesa la disposizione, che si sente aver questo popolo, di farla quanto prima ristorare, e ridorre in buon stato".
Nonostante simili assicurazioni di buona volontà, la chiesa di San Vito deve aspettare più di trent anni prima che si sia finalmente in grado di provvedervi: il 19 settembre 1762, infatti, il consiglio comunale di Morsasco si riunisce col preciso intento di occuparsi della sua "ristorazione". Gli atti dei Convocati, questa volta, offrono preziose indicazioni sul tipo e sul costo dell'intervento e il documento in questione è talmente ricco di informazioni da meritare un attenta disamina. È questo uno dei rarissimi brani particolarmente utili per poter ricostruire la storia materiale della chiesa di San Vito, ed uno dei più chiari: poiché sono state stanziate 50 lire genovesi per lavori di consolidamento delle murature interne, il sindaco propone alla congregazione comunale di approfittare delle momentanee disponibilità economiche per provvedere, una volta per tutte, alla ristrutturazione completa dell'edificio.
Si è già detto della venerazione che la popolazione di Morsasco ha sempre nutrito nei confronti dell'antica chiesa campestre e dei continui inviti, da parte delle autorità ecclesiastiche, affinché essa fosse finalmente provvista di una copertura decorosa; a questo punto, dato che il primo stanziamento è sicuramente insufficiente, si decide di attingere al cosiddetto "Fondo d urgenti", salvo parere contrario da parte dell'Intendenza di Acqui. Il preventivo di spesa per l'intero lavoro assomma a 165,10 lire, ad esclusione delle 40 lire necessarie ad acquistare una partita di duemila mattoni e gli occorrenti sacchi di calcina.

Il dettaglio della spesa allegato al suddetto "ordinato di Conseglio" comprende anche "100 coppi per ristorare il tetto" e due chiavi di ferro per assicurare la volta, che verrà realizzata, secondo quanto convenuto, a crociera e "con sue fascie, e lezene con capitelli".

In seguito alla messa in opera della volta, si procederà finalmente alla risistemazione del tetto e al consolidamento delle cortine murarie interne, nelle quali saranno anche aperte "due finestre controposte a quelle, che vi sono di consimile qualità, altezza, e larghezza".
È difficile dire quale delle due pareti laterali sia stata interessata dall'intervento dato che entrambe mostrano chiaramente le tamponature di precedenti finestre, leggermente più basse di quelle attuali. Per quanto riguarda la parete di sud-est, essa era munita di una piccola porta, oggi murata, grazie alla quale si accedeva al cimitero esterno.

Questo, ancora nel 1728, si addossava in modo massiccio alla muratura, compromettendone la stabilità: si può ipotizzare che, a causa di questa debolezza strutturale, altre volte denunciata, il prospetto rivolto a mezzogiorno fosse privo di finestre, o che ne avesse solamente una. Per quanto riguarda la durata dell'intervento, nella bozza di capitolato d appalto annessa al documento consigliare si prevede una spesa di 80 lire per "giornate di muradori, ed assistenti": è una cifra notevole, che fa pensare ad un periodo lungo almeno tre settimane (la paga giornaliera pro capite si aggirava attorno alle 2 lire).

San Vito a Morsasco

Il documento in esame offre poi un ultimo spunto interessante, ma decisamente più problematico, a proposito delle varie fasi costruttive subite dalla chiesa, quando accenna all'"addrizzamento d una muraglia esternamente da dove è stato levato il campanile". Di fatto, del campanile di San Vito non si trova traccia in nessun atto, né prima né dopo tale data. Anzi, in una relazione redatta dal parroco di Morsasco il 13 marzo 1786, è esplicitamente affermato che, a possedere il campanile, tra tutte le chiese del paese, sono la parrocchia, l'oratorio del Battista, e la chiesa di San Pasquale. Pressoché identico il dato proveniente dal rapporto parrocchiale del 1819: "la chiesa parrocchiale, la chiesa della confraternita di San Giovanni Battista, e la chiesa campestre di San Pasquale hanno il loro campanile alto sufficientemente ben coperto con scale di legno movibili incommode e proprie. Si noti che il campanile di San Pasquale consistendo solamente in due collonette fra le quali è posta una picola campana non ha scala".
Infine, a complicare ancor più le cose, bisogna aggiungere il fatto che, nonostante le accurate ricerche effettuate nel corso della presente indagine storica, non è stato possibile reperire un importante mappa del 1798, appartenente al catasto napoleonico dell'alto Monferrato, già citata in passato ma inspiegabilmente scomparsa dall'archivio comunale di Morsasco. Secondo almeno due delle fonti bibliografiche consultate, infatti, la proiezione planimetrica del campanile riportata nella pianta topografica in questione costituirebbe l'unico terminus ad quem per datarne l'edificazione. Ora, poiché il documento del 1762 presenta un indizio di datazione precedente e sicuramente più attendibile, si può sorvolare su quelli forniti dalle relazioni parrocchiali, giustificando la contraddizione con l'ipotesi che, pur essendo provvista di campanile, la chiesa di San Vito era forse priva di campana.
La ristrutturazione e il consolidamento vengono probabilmente eseguiti a regola d arte, poiché le condizioni generali dell'edificio non destano particolari preoccupazioni per tutto il corso del Settecento e, ancora nel 1819, sono definite "in buono stato". Addirittura, i problemi di umidità di cui la chiesa ha sempre sofferto sembrano fortemente ridimensionati. Si può pensare che tale miglioramento sia dovuto in parte alla maggior tranquillità politica di cui gode l'intero Monferrato sotto il governo dei Savoia, in parte alla buona amministrazione comunale, cui finalmente è stata affidata la manutenzione delle costruzioni sacre. Il municipio di Morsasco, infatti, destina periodicamente una data cifra per la riparazione della parrocchia e delle chiese minori, mentre la Fabbriceria si occupa esclusivamente delle spese di culto. Un esempio interessante della gestione pubblica della cappella di San Vito è rappresentato dall'intervento di manutenzione straordinaria eseguito nell'autunno del 1838, a proposito del quale è stata rintracciata un abbondante documentazione d archivio.

 Il 1838 è un annata meteorologica particolarmente infelice per il paese di Morsasco: alle "copiosissime nevi" invernali si aggiungono "le dirotte piogge quindi succedute nell'ora passata primavera, e li rabiosi venti che le succedetero" nel corso dell'estate. Il risultato di simili calamità naturali è che "il tetto di detta chiesa di San Vito, e del portico avanti la porta della medesima fu messo tutto sottosopra, facendo acqua da ogni parte, infranti li coppi e dirocate le chiappe nella massima parte che sopra esistevano". L amministrazione cittadina decide d intervenire urgentemente onde evitare possibilissimi crolli: alla perizia tecnica segue immediata la promulgazione di un asta pubblica d appalto che assegna il lavoro ad una maestranza locale. La risistemazione dell'intera copertura e della gronda, sia del tetto che del portico di San Vito, è effettuata nel giro due settimane ed il 10 dicembre 1838 il collaudatore locale dichiara che i lavori sono stati eseguiti "secondo l'arte".
È questo, probabilmente, uno degli ultimi grossi interventi edilizi gestiti dal comune, perché, a partire dagli anni Cinquanta del secolo, scoppia una vertenza tra l'amministrazione municipale e la Curia di Acqui Terme destinata ad essere risolta solo nel 1895. Il municipio di Morsasco tenta di impadronirsi formalmente della chiesa di San Vito (di cui è, effettivamente, l'unico responsabile), anche in virtù del fatto che il santo titolare è patrono della comunità: nel 1890, l'edificio è chiaramente definito di proprietà comunale, continuando ad essere privo di qualsiasi altra fonte di reddito. Nella zona di terreno circostante la fabbrica, un tempo adibita a sepolcreto, è stata sì ricavata una piccola vigna ed un piccolo "gerbido" da affittare, ma i proventi di tale coltivazione sono appena sufficienti a compensare il parroco dell'"obbligo" di celebrarvi la messa. D altro canto, analoga sorte hanno subito le altre due chiese campestri di San Sebastiano e di San Pasquale. A partire dal 1888, poi, sempre il Comune ha inaugurato l'uso di organizzare un ballo pubblico in occasione della festa patronale: l'intero stato di fatto suscita tali lamentele da parte dei parroci, che lo definiscono più volte "un detestabile abuso", che il 30 ottobre 1895 l'amministrazione delle tre chiese campestri torna ad essere affidata completamente alla Fabbriceria.
Le ultime notizie d archivio a proposito della chiesina risalgono a questo periodo, ma non forniscono informazioni utili per ricostruirne gli avvicendamenti storici: le varie relazioni parrocchiali non fanno che ripetere sterilmente i soliti dati sulla rendita del terreno incolto, testimoniando di una nuova epoca di abbandono dell'edificio, utilizzato solo in occasione dei festeggiamenti annuali. Un documento redatto dalla segreteria della fabbriceria parrocchiale il 7 maggio 1921 allude vagamente a dei "lavori di restauri e di abbellimento alla chiesa parrocchiale ed alle chiese campestri". L indicazione è talmente imprecisa da meritare a malapena una menzione: nella migliore delle ipotesi, potrebbe trattarsi di una semplice intonacatura delle murature esterne. Paradossalmente, quanto più ci si avvicina ai tempi presenti, tanto più è difficile, se non impossibile, ricavare notizie: la chiesa di San Vito sembra caduta nel dimenticatoio, e le rare nozioni che si possono ottenere in merito sono confuse e inspiegabilmente prive di documentazione. Ad esempio, non è stato possibile rintracciare testimonianze fotografiche dello stato di conservazione, né informazioni più precise a proposito dell'intervento di restauro degli affreschi interni effettuato nel 1976. A tale riguardo, si può solo dire che il lavoro, commissionato al pittore alessadrino Piero Vignoli da parte della Soprintendenza ai Beni Librari del Piemonte, è consistito in una generica pulitura, consolidamento e fissaggio, oltre ad una massiccia integrazione pittorica delle lacune, senza che nessuno di tali interventi sia stato meglio specificato e definito. Ancora, nel 1978, vengono eseguiti dei "lavori di pulizia delle murature" e di "tinteggiatura dell'intonaco delle volte", nel corso dei quali sono "asportate numero 4 lesene costituite da mattoni pieni semicotti in avanzato stato di degrado". Di simile operazione non esiste alcuna testimonianza, per quanto i segni di tale estirpazione siano oggi ben visibili.
Al 1981 è datata una relazione sullo stato tecnico di conservazione della chiesa di San Vito, attestante un iniziale cedimento del portico e le lesioni del prospetto sud-est; per quanto riguarda il manto di copertura, esso appare già abbondantemente dissestato, soprattutto nella parte relativa all'emiciclo absidale. Gli intonaci di rivestimento esterni sono quasi totalmente distaccati, come dimostrato anche dal rilievo degli alzati allegato alla scheda.
Un sopralluogo compiuto il 3 maggio 2000 per conto della Soprintendenza per i beni artistici e storici di Torino segnala il precario stato di conservazione sia delle pitture murali (la cui leggibilità è per alcuni versi inficiata dalle integrazioni eseguite nel 1976), sia dell'intera zona absidale, invitando gli enti preposti alla gestione del manufatto a provvedere ad un urgente intervento di restauro conservativo, "o anche soltanto, in mancanza di meglio, di manutenzione straordinaria". Purtroppo, a seguito del terremoto che il 21 agosto 2000 ha colpito il territorio alessandrino, la chiesa campestre di San Vito ha riportato danni notevoli che, sommatisi ai significativi movimenti già verificatisi sulla struttura, ha indotto le autorità competenti a sollecitare nuovamente un intervento urgente di miglioramento sismico. Recentemente, l'edificio è stato definito "in condizioni di inagibilità ed in scadente stato di manutenzione" (Piano di interventi urgenti su edifici storico-monumentali ed artistici danneggiati dal sisma del 21/8/2000).
Al momento (autunno 2002-primavera 2003), la parte absidale della costruzione è interessata da un valido intervento di consolidamento strutturale e antisismico, su progetto degli architetti Caldini, De Iaco, Finocchiaro. I lavori hanno riguardato principalmente il ripristino della copertura absidale, il consolidamento del catino absidale all'estradosso, rinforzato tramite fasce in fibre organiche, utilizzate per collaborare staticamente con la struttura, aumentare la resistenza e contrastare eventuali cinematismi, il consolidamento delle lesioni presenti sulla muratura (interna ed esterna) tramite iniezioni di miscele leganti (questa operazione è stata anticipata dal preconsolidamento e messa in sicurezza delle pitture murali dell'emiciclo absidale, poste internamente in corrispondenza della muratura da consolidare) e la stilatura dei giunti per impedire l'ingresso delle acque meteoriche. 

 
Pieve di S. Vito: analisi stilistica Stampa E-mail
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Scritto da A.B. Caldini   

Datazione: Confronti stilistici e Tipologici

Data la totale assenza di fonti documentarie relative all'edificazione della chiesa campestre di San Vito di Morsasco, si propone un possibile criterio di attribuzione cronologica basato sull'analisi delle tecniche murarie e su confronti stilistici locali, confortati, in questo, dall'esempio di ben noti studiosi dell'architettura religiosa nell'alessandrino (in particolare, si devono fare i nomi di Liliana Pittarello, di Geo Pistarino e di Alberto Fumagalli).

Quanto segue illustra molto semplicemente alcuni tra i collegamenti e le affinità tipologiche e stilistiche che esistono tra la pieve di Morsasco ed altre chiese campestri, anch'esse databili alla seconda metà del XII secolo, e situate negli stretti dintorni di Acqui Terme. L'esame non va in nessun caso considerato esaustivo, sia per il gran numero di costruzioni religiose coeve erette nell'intera provincia di Alessandria, sia perchè esso va integrato e, soprattutto, verificato con esempi tratti dal versante ligure dell'Appennino e dalle chiese site nell'attuale provincia di Asti. 


Il duomo di Acqui Terme, consacrato da San Guido nel 1067, ma la cui edificazione inizia almeno 40 anni prima, ha svolto il ruolo di matrice monumentale per molti edifici religiosi della zona.
L'evidenza di simile constatazione, sottolineata per altro da più di un autore, è riscontrabile più nei particolari costruttivi e decorativi che nelle strutture architettoniche d'insieme, ben diverse, com'è ovvio, in una cattedrale e in una piccola chiesa campestre. La tessitura muraria più antica della pieve di San Vito, con l'alternanza di lunghi conci di pietra arenaria locale, non perfettamente squadrati e disposti in corsi orizzontali, ad altri di medie dimensioni, ricalca per molti versi il tipo di muratura dell'abside di Santa Maria Assunta.

Fig.1 Acquiterme Duomo di S. Maria Assunta (sec. XI)
Acqui Terme- Duomo di Santa Maria Assunta (sec. XI).

Per quanto riguarda la conformazione semicircolare dell'abside, tripartita da lesene rettangolari ed archetti ciechi a coronamento delle monofore, come pure la copertura semiconica, il confronto si fa più diretto e i legami stilistici possono essere estesi alla maggior parte delle costruzioni ecclesiastiche d età romanica esistenti nelle vicinanze.

Fig. 2 - Acquiterme - Duomo, particolare di una cappella absidale

Duomo di Acqui Terme: 
Particolare della cappella absidale

Pieve di Morsasco:
Abside

 

 

 

 

Le monofore absidali hanno arco a tutto sesto ed archivolti non monolitici ed anche questi caratteri vanno ritenuti propri della tecnica costruttiva del primo romanico.La costruzione della piccola chiesa di Ovrano, oggi nel comune di Acqui Terme, va messa in relazione alla fase di evangelizzazione dell'area iniziata dal vescovo Guido attorno al 1000 e perseguita poi, nel XII secolo, dai monaci benedettini.

Rispetto alla cattedrale dell'Assunta, l' imponente complesso religioso di San Pietro, in seguito dedicato all'Addolorata, è sicuramente più antico, per quanto la sua datazione sia ancora occasione di accesi dibattiti. Edificata probabilmente attorno all'ultimo scorcio del X secolo su una presistente costruzione d età basso-medievale, la parte absidale di San Pietro presenta delle cortine murarie costituite da ciottoli di fiume frammisti a mattoni di recupero e blocchi lapidei rozzamente spaccati, formanti corsi orizzontali estremamente irregolari. Simile apparecchiatura muraria è il risultato di una tecnica costruttiva non ancora matura, che è stata definita dal Cadafalch'(1930) tipica della prima arte romanica. I conci di pietra presentano dimensioni ridotte rispetto a quelli con cui è stata realizzata la cattedrale di Acqui e gli spigoli sono nettamente più smussati.Va notato inoltre l' uso, tipicamente romanico, della decorazione architettonica parietale basata su semplici lesene ritmicamente ripetute.

Acquiterme

Chiesa dell'Addolorata di Acqui Terme: 
Particolare di una Monofora
Ovrano - Chiesa dei SS. Nazario e Celso (sec. XII)

Questi furono infatti i primi proprietari della chiesetta, eretta presumibilmente nella prima metà del secolo XII e il cui titolo, dedicato ai santi Nazario e Celso, fa supporre degli stretti legami con l'arcivescovato di Milano. Tali rapporti sono confermati dalla frequenza in zona di altre cappelle dedicate ai due martiri, unitamente a più antichi titoli provenienti dall'oriente e dal sud d Italia, di possibile diffusione bizantina (San Felice, Sant Agata, Sant Anastasia, San Vito). 

Fig. 5 Pieve di Ovrano  

Ovrano - Chiesa dei SS. Nazario e Celso (sec. XII)

Chiesa dell'Addolorata

di Acqui Terme: 

Particolare di una Monofora


Anche nel caso di questa costruzione, come per San Vito di Morsasco, la datazione proposta è basata sull'analisi tipologica e sul confronto con edifici analoghi. La chiesa rispetta l'orientamento romanico est-ovest, ed ha pianta rettangolare ad aula unica, con un basso campanile addossato sul lato meridionale.
L abside semicircolare è priva dei tipici archetti pensili di coronamento, ma presenta le tre classiche campiture ripartire da lesene, caratterizzate dalla stessa alternanza di conci lunghi ad altri più corti che si riscontra nelle vicine pievi di Morsasco e di Visone.

Anzi, proprio la conformazione delle lesene e delle monofore absidali di queste due piccole chiese ha spinto alcuni autori a integrare idealmente l'abside di Ovrano sul modello dell'abside con triplice serie di archetti e muratura (Rebora, 1991).

Pieve di Visone. Monofora absidale

Pieve di Morsasco. Monofora absidale

Pieve di Visone: Monofora absidale

Pieve di Morsasco: Monofora absidale

Un ulteriore analogia con la pieve di San Vito è data dalle due finestrelle quadre che affiancano il portale ad arco della facciata. 

Fig. 10: Pieve di Morsassco. Facciata Fig. 11. Pieve di Ovrano. Facciata
 Pieve di Morsasco: Facciata  Pieve di Ovrano: Facciata

Per quanto riguarda la tessitura muraria, va rilevata la fattura con conci di pietra arenaria locale di grandi dimensioni, abbastanza ben squadrati e con spigoli puliti, alternati negli stipiti ad altri più piccoli con funzione ammorsante. La tecnica di taglio del materiale ed il gusto decorativo giustificano quindi una collocazione cronologica tendente alla fase più matura dell'arte romanica.
D altro canto, un più attento confronto con edifici d età tardo-romanica, come, ad esempio, la chiesa di San Lorenzo a Cavatore, caratterizzati da murature praticamente perfette in grandi conci d arenaria, non consente di spostare la data di fondazione oltre la metà del Millecento.

Cavatore - Chiesa di San Lorenzo (sec. XII)


La chiesa campestre di San Lorenzo, geograficamente molto vicina a quella di Ovrano, viene costruita in un periodo compreso tra la fine del XII secolo ed i primi anni del Duecento.
A tale data, le mae-stranze locali hanno già raggiunto un alto grado di specializzazione nel-la scelta e nel taglio dei materiali lapidei, sem-pre di estrazione locale. 

Fig. 12 - Pieve di Cavatore - Abside Pieve di Morsasco: Abside
Pieve di Cavatore: Abside Pieve di Morsasco: Abside

Ciò è evidente nella fattura della muratura absidale, l'unica ancora a vista a causa di una pesante intonacatura realizzata in tempi recenti che nasconde totalmente gli altri lati della costruzione. Questa parte presenta le tre solite specchiature chiuse da lesene a tutta altezza collegate dagli archetti lapidei; le monofore sono definite da architravi e stipiti monolitici che ricordano quelle di San Vito a Morsasco e quelle di San Secondo ad Arzello.

Visone - Ruderi della chiesa di San Pietro (sec. XII)


Quella che è stata un tempo la piccola chiesa cimiteriale di San Pietro di Visone e che è ormai ridotta allo stato di rudere, avviandosi verso un imminente e completa rovina, presenta tali somiglianze con la pieve di San Vito da poter definire le due costruzioni pressoché identiche.

Fig.14 Ruderi della Pieve di Visone Fig. 15. Ruderi di Visone - particolare di una lesena absidale Fig. 16 Pieve di Morsasco. Particolare di una lesina absidale
 Ruderi della Pieve di Visone

Ruderi di Visone:

 particolare di una lesena absidale

Pieve di Morsasco:

 particolare di una lesena absidale

Non solo nel taglio e nella conformazione dei conci, ma addirittura nella loro messa in opera si riscontra un identica procedura, al punto da far pensare ad una stessa maestranza.
Simile ipotesi non è per altro senza fondamento: l'isolamento culturale cui gran parte del territorio collinare alessandrino rimase soggetto sin quasi al Settecento favorì la nascita di magisteri costruttivi e decorativi che non a caso sono stati definiti vere e proprie "scuole" locali.

Cremolino - Chiesa di Sant Agata (sec. XII)

Fig. 17 Pieve di Cremolino

Pieve di Cremolino La chiesa campestre di Sant Agata a Monteggio (Cremolino) è d origine romanica, con una possibile collocazione attorno alla prima metà del XII secolo. I numerosi rimaneggiamenti hanno fortemente intaccato l'impianto alto-medievale, le cui testimonianze sono rintracciabili nella forma a capanna dellafacciata (si notino le due finestrelle quadre chiuse da grata a fianco del semplice portone sormontato da lunetta), e nell'abside semicircolare, al quale sono poi state aggiunte le due cappelle laterali.

Dato che la muratura è largamente coperta da più strati d intonaco, in alcune zone del tutto scrostato, si deve limitare il confronto con la tessitura muraria delle altre costruzioni analizzate al solo tratto terminale dell'abside.

Questo presenta una disposizione tendenzialmente regolare, secon-do corsi orizzontali, di grossi e medi conci di pietra arenaria locale, tagliati con una certa precisione. Le lesene absidali sono caratterizzata dall'alternarsi di conci lunghi a conci più brevi.
Da notare, perché analogo a quanto osservabile a San Vito di Morsasco, il camminamento perimetrale in lastre di pietra, evidentemente realizzato allo scopo di consentire l'allontanamento dell'acqua dalla base delle murature. 

Fig. 20 Piebìve di Cremolino Particolare del camminamento

Pieve di Cremolino

Camminamento perimetrale

 
Pieve di S. Vito: Monitoraggio Stampa E-mail
Architettura - Archivio Progetti
Scritto da A.B. Caldini   

Monitoraggio Termoigrometrico

Fonte: Università degli studi di Genova - Facoltà di Architettura
Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti
STUDI E RICERCHE SULLA PIEVE DI SAN VITO DI MORSASCO (AL)
Tesi di specializzazione A.A. 2001/2002

Sin dai primi sopralluoghi effettuati nel corso dell'autunno 2001, emerge in modo inequivocabile che una delle principali cause di degrado dell'edificio è da imputarsi all'umidità: sulle murature sia interne che esterne della chiesa appaiono caratteristiche macchie scure (foto 1 e 2),le pareti sono particolarmente fredde e spesso bagnate, la pavimentazione interna presenta vistosi depositi salini e una diffusa micosi (foto 3),

 

Foto 1:

Pieve di San Vito. Particolare della muratura

esterna meridionale

Foto 2:

Pieve di San Vito. Vista esterna dell'abside.

Foto 3:

Pieve di San Vito. Particolare

della pavimentazione interna.

L'acqua piovana penetra all' interno della torre campanaria, la cui sommità non è protetta in alcun modo... In breve, si decide di approfondire l'analisi del fenomeno osservando con attenzione le condizioni termo-igrometriche interne ed esterne della chiesa: lo scopo è quello di ottenere una sorta di "mappatura dell'umidità" in grado di rendere quanto più possibile adeguata al caso la scelta degli interventi.

Rilevamento fotografico dell'umidità


Il monitoraggio termoigrometrico della pieve di San Vito viene organizzato in due tempi e secondo due diverse tipologie di studio.
Innanzitutto, si cerca di documentare fotograficamente la distribuzione delle macchie di umidità sulle strutture murarie, confrontando immagini scattate durante i mesi autunnali ed invernali con riprese del periodo primaverile. A tal fine, vengono predisposte delle opportune schede di rilevamento fotografico, grazie alle quali è possibile ottenere di uno stesso particolare costruttivo più immagini, registrate in diversi momenti cronologici e, soprattutto, climatici.

L' osservazione dei documenti fotografici confermerà in tutti i casi i dati rilevati mediante la strumentazione elettronica: le zone interessate dalle macchie di umidità più estese ed evidenti, infatti, coincidono con i punti di rilevamento termo-igrometrico che forniscono i valori più elevati. In particolare, alcune aree, generalmente situate nelle fasce basse delle murature, risultano perennemente segnate da estese macchie scure, mentre altre parti sono interessate da evidenti variazioni cromatiche dovute all'umidità, dipendenti sostanzialmente dalle temporanee condizioni meteorologiche (cfr. foto 4 e 5).

Foto 4: Pieve di San Vito, 4 aprile 2002. Foto 5: Pieve di San Vito, 12 ottobre 2001

Rilevamento elettronico della temperatura e dell'umidità relativa


La seconda fase del monitoraggio, invece, si basa sull'utilizzo di adeguate apparecchiature elettroniche e viene avviata a partire dalla primavera del 2002. Si tratta di una scelta motivata dalla considerazione che le stagioni fredde, in questa zona dell'alessandrino, sono molto lunghe e indifferentemente piovose ed umide, prive di quei continui sbalzi termo-igrometrici, che verificantisi preferibilmente durante i mesi primaverili, sono tra le principali cause di degrado nelle architetture.
La strumentazione utilizzata consiste in una coppia di registratori (logger) di dati termo-igrometrici a livello ambientale (SmartReader Plus 2), e in un igrometro manuale a elettrodi per la misurazione dell'umidità relativa dell'aria e dei materiali da costruzione (Gann Hidromette RTU 600).

Inizialmente, sono stati posizionati i due rilevatori SmartReader Plus 2: il primo sul pavimento della chiesa, il secondo nella monofora absidale destra, a circa 2 metri da terra (vedi pianta).

Entrambi hanno registrato i dati di temperatura e umidità relativa ogni 40 minuti, a partire dalle ore 18.15.48 del 15 marzo 2002 sino alle ore 17.35.48 del 7 aprile 2002: in questo lasso di tempo sono stati acquisiti 1654 dati (827x2). La specificità di questo tipo di rilevazione consiste nel fatto che i valori acquisiti dal logger possono essere scaricati, grazie ad un particolare software, sul personal computer, che, dopo aver effettuato una precisa compensazione della percentuale di u.r. in base alla temperatura rilevata, li elabora sotto forma di logger file e di graph file. Entrambi vengono poi visualizzati come grafici a linee illustranti l'andamento nel tempo della temperatura e dell'umidità.
La fase di elaborazione dei dati si è poi limitata a rappresentare graficamente i valori medi giornalieri di umidità e temperatura, computati grazie ad un comune programma di calcolo elettronico (i dati acquisiti dai loggers sono stati convertiti in file ASCII e quindi inseriti in tabelle).

In effetti, considerato il breve periodo di monitoraggio con SmartReader Plus 2, la sua intrinseca limitatezza fisica e spaziale*, e, soprattutto, la possibilità di integrare i valori registrati con quelli, sicuramente più dettagliati, rilevati dall'igrometro manuale, non è parso opportuno approfondire ulteriormente questo tipo di rilevamento. I grafici a linee evidenziano in modo lampante come, a fronte di una variazione di temperatura abbastanza contenuta, quella relativa all'umidità relativa presenta invece valori molto distanti tra loro da un giorno all'altro.

Relazionando tutte le medie con l'osservazione quotidiana delle condizioni meteorologiche, si nota che i valori più alti di u.r. sono stati registrati nelle giornate nuvolose o di pioggia, anche se con temperature relativamente miti e scarti tra il giorno e la notte meno sensibili.

Naturalmente, i valori medi rilevati mostrano una notevole differenza tra la situazione termoigrometrica all'interno della navata a livello della pavimentazione, e quella della zona absidale all'altezza dell'apertura laterale destra. In questo caso, infatti, la maggiore ventilazione provoca dei valori di u.r. più bassi.
Le misurazioni effettuate con l'igrometro manuale, infine, riguardano sia il monitoraggio termoigrometrico ambientale, che l'analisi puntuale dell'umidità interna di alcuni materiali da costruzione.
La rilevazione dell'umidità relativa dell'aria è stata effettuata in quattro punti specifici del corpo di fabbrica, collocati in senso longitudinale, ponendo lo strumento a circa mezzo metro dal terreno. I valori rilevati in cantiere, espressi in percentuale e gradi centigradi, sono stati trasferiti su apposite schede di archiviazione. 

Schede dei Rilievi

Università degli studi di Genova - Facoltà di Architettura
Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti
STUDI E RICERCHE SULLA PIEVE DI SAN VITO DI MORSASCO (AL)
Tesi di specializzazione A.A. 2001/2002

 

Monitoraggio dell'umidità relativa dell'aria

Scheda nr. 1

Località:

 Morsasco

Oggetto:

Chiesa campestre di San Vito

Area di monitoraggio: 

interno

Data:

 2 aprile 2002

Orario: 

15.15

Condizioni meteorologiche:

sereno

Strumento:

 Gann Hydromett RTU 600 con elettrodo attivo RF-T

Rilevatore: 

De Iaco Tiziana

Dati rilevati:

  Il risultato della misurazione è il seguente:

- 1- zona absidale: umidità relativa dell'aria pari al 52%

- 2- seconda campata: umidità relativa dell'aria pari al 49%

- 3 - prima campata: umidità relativa dell'aria pari al 47%

- 4- portico: umidità relativa dell'aria pari al 31,5% 

1

---------

2

---------

3

---------

4

----------

Considerazioni: 

La zona evidenziata in rosso, corrispondente al catino absidale, risulta essere la più umida, mentre l'umidità tende a calare quanto più ci si avvicina al portico.Va comunque precisato che le buone condizioni termo-igrometriche della giornata hanno inciso sui valori di u.r., solitamente molto più alti.

La rilevazione dell'umidità nei materiali è stata effettuata su tutti i prospetti, sia interni che esterni, della fabbrica, tramite l'utilizzo degli elettrodi ad infissione. Durante il primo monitoraggio, compiuto in una giornata meteorologicamente stazionaria, si sono presentati alcuni problemi proprio nel tentativo di inserire l'elettrodo a chiodo nella profondità del materiale: non si hanno così rilevazioni in corrispondenza dei punti in cui la malta è risultata molto asciutta e quindi difficilmente perforabile. Gli altri due monitoraggi, invece, effettuati in giornate poco stazionarie e molto umide, non hanno dato particolari problemi. Anche in questo caso, le misure prese in cantiere sono stati confrontate tra loro e riportate su apposite schede:

Università degli studi di Genova - Facoltà di Architettura
Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti
STUDI E RICERCHE SULLA PIEVE DI SAN VITO DI MORSASCO (AL)
Tesi di specializzazione A.A. 2001/2002

Monitoraggio dell'umidità relativa dei materiali 

Scheda nr. 10

Località:

 Morsasco

Oggetto:

Chiesa campestre di San Vito

Area di monitoraggio: 

interno

Data:

 7 aprile 2002

Orario: 

14.10

Condizioni meteorologiche:

molto nuvoloso

Strumento:

Gann Hydromett RTU 600 con elettrodo attivo RF-T e portaelettrodi ad infissione M20.

Rilevatore: 

Giambanco Francesca/Ferrari Matteo

Dati rilevati:

Temperatura Umidità

1 11,5°C  37=<2,5%
2 11,8°C  13,7=0,72% 
3 11,5°C  41=2,55% 
4 11,8°C  13,2=0,65%
5  11,8°C   20,3=1,25%
6 11,7°C  11,9=0,76% 
7 12°C  70=10% 

Considerazioni: 

Rispetto al primo monitoraggio, è stato possibile registrare i valori di u.r. per tutti i punti della parete (la maggiore umidità dell'aria ha consentito un'infissione più in profondità degli elettrodi).Nonostante la differenza di temperatura tra la prima e la seconda rilevazione sia decisamente sensibile (dell'ordine di 10°C), i valori di u.r. non hanno subito particolari incrementi, ad eccezione della base della torre campanaria (punto 7). In questo caso, infatti, la disparità tra le due misurazioni è tale (1,8% di u.r. il 2 aprile a fronte del 10% attuale!) da far pensare ad un errore di registrazione. Una terza rilevazione aiuterebbe sicuramente a capire la situazione termoigrometrica di questa zona.

Confrontando tutte le informazioni raccolte nel corso della campagna di monitoraggio dell'umidità, la prima riflessione utile è che, nel corso dei mesi autunnali e invernali, la chiesa di San Vito di Morsasco raggiunge una sorta di equilibrio termoigrometrico, adattandosi a valori ambientali non ottimali, ma comunque costanti nel tempo. È nel periodo primaverile, invece, che si verificano le variazioni più sensibili, con scarti di temperatura tra il giorno e la notte decisamente superiori. Queste rapide e ripetute fluttuazioni delle grandezze fisiche sottopongono il manufatto ad una situazione di stress tale da innescare nuovi processi di degrado e da accelerare quelli già in atto.
L andamento nel tempo e la distribuzione delle chiazze umide sulle strutture murarie dell'edificio mostrano che la presenza di umidità è provocata da molteplici fattori, spesso interrelazionati tra loro. Naturalmente, il problema maggiore è dato dal ripetuto ciclo di bagnatura ed asciugatura cui molte zone sono soggette, ma, senza dimenticare che è molto difficile distinguere con esattezza le varie cause di degrado legato all'umidità, si possono fare alcune utili considerazioni un po più dettagliate. Innanzi tutto, le parti a diretto contatto col terreno subiscono i danni legati all'umidità di risalita, acuiti dal relativo spessore murario della costruzione. Le pareti esposte a nord sono tipicamente le più colpite, mentre, in quelle rivolte a mezzogiorno, la maggiore esposizione ai raggi solari facilita l'evaporazione dell'acqua.
Le basi delle murature, inoltre, sono soggette a fenomeni di condensa, come pure le zone alte delle pareti interne, dove la ventilazione è ridotta e, in molti casi, decisamente insufficiente. In genere, la muffa è presente su tutte le mura interne e l'umidità di condensa si manifesta con le larghe zone bagnate a chiazze, che, nelle giornate più calde e secche, tendono a scomparire. L acqua piovana è sicuramente responsabile dell'estesa e ripetuta bagnatura delle pareti interne del campanile, la cui sommità non è in alcun modo protetta. Analogamente, il dissesto quasi completo della copertura della chiesa agevola indubbiamente la penetrazione dell'acqua sull'estradosso delle volte e nella sommità delle cortine murarie, dall'esterno. Essa è inoltre la causa principale delle lunghe macchie scure del prospetto sud.
 
 

 
Pieve di S. Vito: Gli affreschi Stampa E-mail
Architettura - Archivio Progetti
Scritto da A.B. Caldini   

Gli affreschi: Analisi iconografico-stilistica

Crocifissione - autore ignoto, sec. XV

 Foto 1: Monofora centrale dell'abside di San Vito. Vista esterna

Le condizioni di conservazione della "Crocifissione" sono tali da compromettere fortemente la sua leggibilità e la piena comprensione del testo iconografico (cfr. la relazione tecnica sullo stato di conservazione degli affreschi). In particolare, i danni maggiori sono in corrispondenza della Croce, affrescata al di sopra dell'apertura centrale chiusa proprio per eseguire la decorazione dell'emiciclo absidale. Tale tamponatura, infatti, è attualmente molto rovinata, avendo perduto pressoché la totalità del legante con cui venne eseguita: gli spazi tra i vari materiali lapidei lasciano quasi intravvedere la preparazione dell'affresco (foto 1).

Foto 1

 Descrizione Iconografica: Per quanto attiene la descrizione iconografica del dipinto, ai lati della Croce stanno quattro personaggi per alcuni dei quali l'identificazione presenta qualche problema.

Foto 2: Cristo in Croce Foto 3: Madonna sotto la Croce

Foto 2

Foto 3


Alla sinistra del Cristo (foto 2) sono la Vergine Maria (foto 3) ed un santo laico a cavallo (foto 4), tradizionalmente riconosciuto come San Vito, titolare della chiesetta campestre; alla destra, uno degli apostoli, fino ad ora individuato come San Giovanni, ha il volto e parte della figura rovinati al punto da non consentirne una certa attribuzione (foto 5). Accanto a questi, infine, è Sant Antonio Abate (foto 6).

Foto 4: San Vito a sinistra della Croce Foto 5: San GIovanni Apostolo a destra della Croce Foto 6: S. Antonio Abate

Foto 4

Foto 5

Foto 6

A proposito di queste dubbie attribuzioni, va detto che la figura del giovane cavaliere non corrisponde in alcun modo all'iconografia classica di San Vito, solitamente raffigurato come un fanciullo vestito con una corta tunica manicata azzurra e un manto rosso fermato sopra la spalla, secondo la moda romana. Attributi tipici di questo santo, oltre alla caratteristica palma, è un cane, simboli del suo martirio; spesso è accompagnato dalle figure di Santa Crescenza e San Modesto, assieme ai quali venne ucciso. La riproduzione del cavaliere così com è rappresentato nell'abside di San Vito (foto 4), invece, può più facilmente attagliarsi all'immagine di San Vittore (giovane cavaliere abbigliato secondo la moda militare, spesso vestito con un armatura e gli speroni, privo di elmo, i cui attributi solo la palma e uno stendardo crociato montato su un asta puntuta), o, come è stato proposto, di San Bovo (raffigurato come un nobile cavaliere chiuso nell'armatura, in arcioni su un cavallo coperto di ferro, senza palma e con un vessillo in asta illustrante un bue). Sia San Vittore che San Bovo godono di una forte devozione popolare nella zona compresa tra Voghera ed Alessandria: a San Bovo è dedicato un altare nella chiesa parrocchiale di Morsasco, ad esempio, mentre le pievi campestre intitolate a Vittore sono numerosissime in tutto il Monferrato.

In considerazione di quanto detto sopra, e alla luce dei risultati emersi dalla ricerca storica, si può ipotizzare che, a Morsasco, il culto tributato a San Vito, per quanto antichissimo, viene a un certo punto confuso e in certo modo incorporato da quello per San Vittore: l'equivoco, attestato già a partire dal XIV secolo, sarebbe stato ulteriormente agevolato dall'affinità fonetica tra i due nomi pronunciati in dialetto ("Vito" e "Vitor"). Di conseguenza, il santo a cavallo effigiato a lato del Cristo crocifisso va identificato senz altro in San Vittore, senza dimenticare, però, che i due santi vengono eguagliati dalla devozione popolare contadina in molti luoghi della regione piemontese.  
 

Foto 9: Particolare del volto di S. Giovanni irriconoscibile per una ampia lacuna Foto 10: Particolare della postura delle mani di S. Giovanni

Foto 9

Foto 10

Per quanto riguarda, invece, l' altra figura d incerta identificazione, data l' assenza di indicazioni documentarie e la profonda lacuna che le sfigura completamente il volto, la questione è più difficilmente superabile (foto 9 -particolare della foto 5). Innanzitutto, se è vero che il canone iconografico cristiano prevede che, ai piedi della Croce, stiano la Vergine e San Giovanni, va anche detto che la tunica gialla è solitamente attribuita a San Pietro (la cui presenza in questa scena risulterebbe quanto meno anomala), mentre l'Evangelista veste preferibilmente di verde. Inoltre, quest'ultimo è un ragazzo, mentre la capigliatura del santo in esame sembrerebbe canuta, come in realtà dovrebbe essere San Pietro (ma il colore biancastro potrebbe essere semplicemente il risultato di un alterazione cromatica).
La postura aggraziata, infine, con le mani intrecciate sul ventre (foto 10 - particolare della foto 5), è sicuramente più femminea che adatta ad un santo, ma la veste è stretta in vita, secondo la moda maschile 


Ragion per cui, è preferibile accontentarsi dell'attribuzione tradizionale, che riconosce nella figura l' apostolo Giovanni. 

Lo sfondo mostra, in lontananza, le mura turrite della città di Gerusalemme, mentre, alla base della Croce, si intravvede un piccolo monticello ed una forma tondeggiante grigiastra che lascerebbe pensare ad un teschio umano, secondo una delle configurazioni più tipiche per questo genere di sacra raffigurazione.

Affreschi della chiesa di san vito a morsasco

La scena è riquadrata da una doppia cornice ocra e rossa, che probabilmente risolveva le linee principali dell'architettura absidale (tracce d intonaco colorato permangono negli sguanci a doppia strombatura delle finestre e nella nicchia degli arredi sacri).
Da notare è il particolare della parte terminale superiore della Croce, che sovrasta la duplice incorniciatura in un tentativo di sfondamento prospettico verso lo spettatore che, seppure un po debole, va messo in considerazione con il livello culturale del suo autore. Questi è un artista di provenienza locale, abbastanza abile nella resa dei panneggi e delle anatomie, soprattutto se confrontato con il mastro artefice della Madonna in trono. Si potrebbe pensare ad una discreta formazione tardo-gotica vicina, però, alla contemporanea pittura lombarda, con qualche conoscenza della produzione pittorica già rinascimentale del Nord Italia.

Foto 15

Il Cristo, infatti, così legnoso e patetico (foto 15), ricorda certamente l'insistita espressività dell'arte Medievale, così come il delicato tappeto erboso su cui poggiano i piedi le quattro figure sacre, ma la cura con cui sono resi i volti e la ricercata naturalità e compostezza delle pose lasciano pensare all'influenza di quanto veniva allora

realizzato nelle corti italiane settentrionali, in una direzione di superamento dell'arte gotica.
Si notino, ad esempio, gli atteggiamenti contrapposti della Vergine e di Giovanni , con l'effetto, evidentemente voluto, della duplice linea ovata che unisce le mani giunte ai bordi dei manti.

Tutte queste considerazioni, aggiunte al fatto che l'abbigliamento e l'acconciatura di San Vittore fanno riferimento al costume italiano maschile dell'ultimo quarto del XV secolo, e in particolare alla moda militare del tempo (con il farsetto coperto da una corta giornea stretta in vita e i capelli alquanto lunghi ed arricciati), consentono di datare l'affresco con buona approssimazione attorno al 1480.


Madonna in trono, autore ignoto, sec. XV.


L affresco è situato alla sinistra dell'altare maggiore, nella posizione in cui la calotta absidale incontra la muratura settentrionale dell'aula. Raffigura la Vergine seduta su un rigido sedile, munito di schienale e braccioli, appena abbozzato e con una scarna decorazione; in braccio ha il Bambino, strettamente fasciato e rivestito da un largo colletto ricamato, che Gli copre anche le spalle (foto 18-19). L abito della Vergine è una semplice tunica manicata (dal mantello spuntano i polsini), il cui colore originale deve aver subito una forte alterazione (è attualmente violaceo). Anche il velo che Le ricopre la testa è molto semplice e privo della gorgiera indossata invece dalla Madonna della Crocefissione. Questo particolare, insieme alla posizione ribassata dell'affresco rispetto a quello centrale, potrebbe far pensare ad una realizzazione leggermente posteriore, ma sempre nell'arco del secolo XV.
La riquadratura della scena è in blu.
L' autore del dipinto possiede sicuramente mezzi artistici più limitati, com è evidente osservando la rigida ingenuità dei panneggi, che nascondono completamente e rendono anzi quasi indefinibile la disposizione dei corpi, e la difficoltà con cui sono resi alcuni particolari anatomici (in particolare, le mani). Ciò nondimeno, colpisce la serena dolcezza del volto della Madonna. L ambito da cui questo ignoto maestro del Quattrocento proviene è quello strettamente locale, ed esiste la possibilità di un interessante confronto con l'autore del Trittico di Sant Innocenzo, conservato nell'omonima chiesa di Castelletto d Orba (Al).

 
Pieve di S. Vito: Consolidamento Stampa E-mail
Architettura - Archivio Progetti
Scritto da A.B. Caldini   

Indagini strutturali e progetto di consolidamento antisismico

A seguito dell'evento sismico del 21 agosto 2000 la chiesa di San Vito a Morsasco (Al) ha riportato danni tali da indurre le autorità competenti a sollecitare un intervento urgente di miglioramento sismico.
In base a quanto stabilito dal Piano di interventi urgenti su edifici storico-monumentali ed artistici danneggiati dal sisma del 21 agosto 2000 la chiesa di San Vito, classificata come edificio di uso saltuario, in condizione di inagibilità ed in scadente stato di manutenzione, è stata inserita nel Programma attuativo nel livello di priorità 2.
La redazione del progetto di intervento è giunta alla fase propositiva definitiva solo dopo avere affrontato in modo accurato una prima fase conoscitiva. Durante questa prima fase di conoscenza sono state eseguite una serie di indagini preliminari così organizzate: sopralluogo ricognitivo, rilievo critico (geometrico e tecnologico), analisi delle caratteristiche dei materiali e del loro degrado e rilievo del quadro fessurativo e deformativo. La sintesi di queste informazioni ha permesso di acquisire una maggiore conoscenza della fabbrica, rispetto al suo attuale stato di conservazione, e di formulare una diagnosi dei dissesti collegata alle molteplici cause. In questa fase sono state anche compiute una serie di indagini strumentali di tipo non distruttivo (indagini soniche e prove dinamiche sui tiranti) finalizzate all'individuazione puntuale delle parti maggiormente ammalorate.
Il passo successivo è stato quello di analizzare e verificare le condizioni di stabilità dell'edificio, stabilendo l'effettiva necessità di un intervento di consolidamento strutturale in base al grado di sicurezza dello stato attuale.
Infine si è proceduto, sulla base delle conoscenze acquisite, alla formulazione di un progetto di consolidamento il più possibile rispettoso delle esigenze reali dell'organismo architettonico, valutato tanto dal punto di vista tecnologico e strutturale, quanto da quello storico e documentario.

RISULTATI DELLE INDAGINI DIAGNOSTICHE


L' edificio è stato sottoposto ad una serie di indagini diagnostiche finalizzate a valutare l'effettivo stato di conservazione della fabbrica:


1. prove dinamiche sui tiranti;
2. prove soniche sulla muratura;
3. esame endoscopico;
4. monitoraggio termoigrometrico generale e puntuale.


1.Prove dinamiche sui tiranti


Le prove dinamiche sulle catene sono state effettuate per valutarne lo stato di tiro.
Sono stati utilizzati servoaccelerometri che hanno rilevato le frequenze principali dopo aver eccitato le catene con un colpo di martello in direzione orizzontale; i segnali analogici sono stati acquisiti con scheda Normal Instruments, modello DAQPad MIO I 6E-50, a 16 bit e 6 canali single-ended. Un programma di acquisizione ha registrato gli accelerogrammi successivamente rielaborati - con un programma specifico - per ottenere lo spettro di Fourier al fine di determinarne il tiro.

2. Prove soniche sulla muratura


Le indagini soniche sulla muratura hanno permesso di determinare il modulo elastico medio della muratura consentendo di individuare i punti in cui le caratteristiche della struttura non erano buone. Sono state effettuate con strumentazione SQS system della Ditta Boviar, composta da un martello strumentato (che genera l'onda sonora che attraversa la muratura), da un sensore ricevente (accelerometro) e da uno strumento di misura (oscilloscopio) che acquisisce il segnale determinando la velocità di propagazione dell'onda sonica nel materiale della struttura in esame. Le misure sono state rilevate in direzione verticale sulla stessa faccia ad una distanza di un metro tra il punto di battuta e il punto di ricezione (con il numero dispari sono stati indicati i punti di battuta, con il numero pari quelli di ricezione). 

Nel grafico sono state riportate le velocità di propagazione, da tali valori si è risaliti a un valore medio di 684 m/s; da questo valore, considerando una densità media di 2000Kg/cmq e un rapporto E/G=4, si sono ricavate le seguenti stime dei moduli dinamici:
Gdin=10.000 Kg/cmq Edin= 32.012 Kg/cmq)PROVE SONICHE SULLA MURATURA ABSIDALE:
I valori ottenuti nei punti da 17 a 27 relativi all'abside evidenziano una buona velocità di propagazione in relazione alla tessitura muraria, che però in corrispondenza delle lesioni, evidenti anche all'interno, si abbassa notevolmente

3.Esame endoscopico

L' indagine endoscopica ha permesso di ispezionare -in modo molto puntuale- parti della struttura altrimenti inaccessibili. È stato effettuato con endoscopio modulare rigido con una lunghezza massima di 150 cm, con lampada alogena sull'estremità dell'obiettivo, dotato di zoom che consente di ingrandire le immagini sino a 20x e micro-videocamera (interfacciabile con un PC)


4. Monitoraggio termoigrometrico: GENERALE E LOCALE


Il monitoraggio termoigrometrico generale è stato effettuato con un apparecchio elettronico per la misurazione dell'umidità dell'aria e dei materiali da costruzione, il GANN HIDROMETTE RTU 600, dotato di elettrodi ad infissione per la misurazione in profondità (sino a 70 mm). Lo strumento ha consentito di effettuare sia il monitoraggio delle condizioni termoigrometriche interne ed esterne della chiesa che l'analisi puntuale dell'umidità interna di alcuni materiali da costruzione.
Il monitoraggio termoigrometrico locale, invece, è stato effettuato con un apparecchio elettronico per la registrazione dei dati attinenti la temperatura e l'umidità relativa dell'ambiente, SMART READER PLUS 2. il monitoraggio è stato effettuato nel periodo di 24 giorni (dal 15 marzo al 7 aprile 2002). I dati registrati dai due logger utilizzati sono stati elaborati con un programma specifico con un PC.

Il grafico ottenuto dall'elaborazione dei dati registrati dal logger posizionato nella zona absidale (monofora destra) evidenzia come a fronte di una variazione di temperatura abbastanza contenuta (compresa tra gli 8 e i 13°C) quella dell'umidità relativa presenti invece valori molto distinti tra loro da un giorno all'altro

 
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