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Arte e Restauro -
Arte e Artisti
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Scritto da Katia Loi
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Cesare Gheduzzi, bolognese di Crespellano nato alla fine dell'800, respirò arte già da giovane grazie al padre Ugo che oltre ad essere un pittore formatosi all'Accademia di Bologna e scenografo del Teatro Regio di Torino, passò alle cronache per alcuni suoi dipinti acquistati dalla famiglia reale per le residenze di Racconigi e di Agliè e per il Palazzo Reale di Torino.
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Arte e Restauro -
Arte e Artisti
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Scritto da AA. VV.
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Se n'è andato il professor Antonio Trifoglio, anima artistica della città Aveva 87 anni ed era originario della Locride. Fu allievo di Cascone e Manzù, lascia un vuoto incolmabile nell'associazione culturale di Palazzo Ghibellino.
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Arte e Restauro -
Arte e Artisti
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Scritto da Francisco R.G.
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Artista del Costa Rica, originario di San Jose dove è nato nel 1963, e attualmente vive vicino a Desamparados. Il suo lavoro è l'ebanisteria e la sua passione l'intarsio.
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Arte e Restauro -
Arte e Artisti
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Scritto da Ezio Flammia
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Alberto Bofà commemorato da Ezio Flammia a Cento anni dalla sua nascita: Il Paesaggio che spesso dipinge "... è un paesaggio che ha dentro di sé e che ha visto e ammirato da sempre ..." |
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Arte e Restauro -
Arte e Artisti
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Scritto da Amministratore
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Nato a Frasso Telesino (BN) nel 1938, risiede a Roma. Ha esposto in più di 100 rassegne in Italia e all'estero ottenendo premi e recensioni ... |
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Arte e Restauro -
Arte e Artisti
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Scritto da Paolo Levi
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Fonte: da "NICOLI" Ed. SANT AGOSTINO 1998 Galleria SANT AGOSTINO (TO) maggio/aprile 1998 Catalogo a cura di Paolo Levi -

LE FUSIONI DEL MITO E DELLA STORIA
di Paolo Levi
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Vive in Toscana nella terra del Chianti. La solitudine e il silenzio lo portano a dialogare con forme arcane, antiche, com è antíco lo spirito che lo porta a plasmare o a progettare immagini su estesi fogli da disegno che egli tinge lievemente con gli acquerelli e ampi tratti nervosi. Claudio Nícoli è uno scultore atemporale. Non è poi così importante collocare la sua ricerca in chiave storico-museale; al contrario, è utile sapere dove è nato e quali radici inconscie lo portano a raccontare in chiave plastica e nobile momenti interiori che scaturiscono da un profondo senso della poesia.
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Terra d Emilia. Egli nasce da una terra di poeti, l'Emilia. E superfluo ricordare Giosué Carducci, Giovanni Pascoli, ma è importante sottolineare la presenza anche di Giovanni Romagnoli, loro contemporaneo, traduttore dell'Odissea, come coincidenza non casuale. Claudio Nicoli è egli stesso "poeta laureato", nell'uso che fa di questa parola Eugenio Montale. Sovente, infatti, anticipa istintualmente, tramite L' astrazione immaginifica del verso, ciò che sarà in seguíto il suo costrutto plastico :
Penelope ti aspetta, Ulisse,
e tu le sciogli la tela.
Penelope ti ama, Ulisse,
e tu alzi ancora le tue vele.
Penelope ti chiama, Ulisse,
ti invoca, ti cerca, ma nella camera nuziale
di te non é rimasto
che il malinconico vuoto dell'assenza.
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Nasce nel 1958 a San Giovanni in Persiceto, a pochi chilometri da Bologna. "Sono nato con l'argilla in mano", mi racconta. Suo padre lavorava in fornace e gli portava a volte a casa l'argilla perché si divertisse a trasformrla in piccoli mondi plastici di terracotta. Di quei suoi 12 anni conserva ancora un gruppo di reliquie, figure, cavalli al trotto.
Avverte : "Sono autodidatta" e pare non trovare alcuna contraddizione nel fatto di avere frequentato, dopo gli studi classici, l'Accademia di Belle Arti di Bologna e di avere avuto, fra gli altri, lo scultore Quinto Ghermandi come maestro. Ma forse ha ragione Nicoli, perché la forma scaturisce esclusivamente da una condizione esistenziale interiore e quindi soggettiva, e questo nessun maestro può spiegarlo né tantomeno insegnarlo.
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Nicoli: "Maschera di Ulisse" h. cm 66, unico.
In "Galleria Arte e Restauro"
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E approdato a queste ricerche plastiche, a queste ispirazioni ma ripetitive -figure di nudi aristocratici spesso vibranti di vitale sensualità- con rigore ed umiltà, "sbagliando e facendo", come egli stesso dice.
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Gli equilibri, i volumi che tagliano ed interrompono lo spazio nascono, appunto, solo dalla sua attenta esperienza interiore. I modelli, i punti di riferimento nascono in lui solo dopo i trent anni.
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Le radici culturali. Con i grandi di questo secolo - prendiamo il caso di Marino Marini più che cercare dei punti di riferimento, ha riscontrato "esclusivamente analogie". L essenza della ricerca plastica di Claudio Nicoli, in effetti, nasce dal suo stesso inconscio e da un immaginario che affonda le radici nella nostra cultura mediterranea. Egli attinge al Grande Passato, riportandolo emotivamente in sintesi ; si rivolge alla plasticità greca per ciò che concerne gli equlibri e alla enigmaticità etrusca per ciò che riguarda il "racconto" , quasi sempre lasciato in sospeso, allo spirito rinascimentale, dove la conoscenza della forma si trasfigura in ri-conoscenza dinamica. C' è da esserne certi, quando era ragazzo, sul comodino da notte doveva tenere, al posto della Bibbia, i poemi omerici dell'Iliade, dell'Odissea e l'Eneide di Virgilio. Probabilmente non pregava, ma il suo spirito volava fra Troia e Roma, fra Achille ed Enea.
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Nicoli: "Don Chisciotte" -Bronzo h. cm.40 - unico -
In Galleria "Arte e Restauro"
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Ogni suo lavoro dalle ricerche fortemente espressive ed inquietanti come "L' elmo di Achille", o sensualmente carnali, come "Nudo femminile alla colonna"- non rappresenta mai un paradigma definitivo.
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Come se seguisse una serie successiva di tappe, egli scatta ogni volta in una nuova azione creativa, in proposte che hanno freschezza di gusto, grande originalità di ideazione, come in "Amanti" del 1997, equilibri arrischiati, come in "Cavallo e cavaliere" dello stesso anno.
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Egli è uno scultore formalmente disinvolto antiaccademico e antiretorico.La sua ricerca plastica, come nel "dittico" in bronzo di "Re" e "Regina", è sempre aperta e mai statica. Anzi, egli passa da momenti deliziati e contemplativi come nella "Fanciulla che si spoglia" del 1996, ad altri dinamici e fortemente espressivi, come nel caso del piccolo bronzo "Cavallo e Cavaliere" del 1997, per approdare persino al grottesco che si sposa al mitologico come nel "Piccolo Icaro" del 1997. Ma in ogni opera, anche dove viene incontro un simbolo fallico, a volte prepotentemente esplicito o in altre semplicemente allusivo, egli mantiene il suo accento garbato, che sa sempre elegantemente coniugare all'energia materiale della raffigurazione.
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Nicoli: "Paesaggio con cavaliere e dama" -Terracotta h. cm.40, l. 40- unico
In Galleria "Arte e Restauro"
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Si veda per esempio un bronzo quale "Guerriero con lo scudo" del 1996: la forza della trasfigurazione racconta l'immagine in modo ben riconoscibile, ma, nel contempo,
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si confronta con il senso enigmatico del mito, che viene evocato con lo stesso limpido amore della sua infanzia.
L' eroe ignudo, seduto in posizione di chi è pronto allo scatto, con lo scudo in posizione di difesa è un immagine forte e nel contempo armoniosa, che esprime ogni suggestione di memoria classica nella più spontanea e limpida espressività.
In ogni riferimento epico o di amore, nella sua concezione delle forme che sembrano nascere da una struttura interiore invisibile (da uno "scheletro", come ama dire l'artista, che è ben profondo nello studio dell'anatomia) non c è mai la rappresentazione della morte. Poteva esserci nel "Piccolo Icaro" del 1997 oppure (e perché no ?) nella raffigurazione degli "Amanti", bronzo in precedenza già citato. Al contrario, essi sono ritratti in tutta la loro ombrosità espressiva, drammatica e crudele, mentre il riflesso della ispirazione poetica li accomuna e li rende eternamente e carnalmente vitali. Achille o Eros hanno la mede sima origine mitica, che risiede nell'articolazione plastica dei visi o dei corpi. Simboli e metafore alludono a una realtà, di cui la materia scolpita è l'unica concretizzazione possibile, come ben sapevano gli antichi Prassitele e Lisippo.
La simbologia. Va sottolineato ancora che egli reca in sé due "musei interiori", due costanti di forza che lo portano ad operare con poetica sapienza e tensione controllata da una mano guidata dalla mente, che plasma e lavora di scalpello la materia. Reca nel proprio spirito ed humus terreno il Museo "frequentato" per riconoscere e stabilire confronti e quello "interiore" che è viaggio di invisibili emozioni, frutto di incontri e scontri.
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L' emozione per Nicoli è il momento antecedente all'atto poetico, è la commozione per l'amore che diviene corpo di donna, forma, armonia, materia tattile. Quando riesce ad esprimere materialmente il sentimento in energia astratta, questa "trascorre" attraverso I atto, non delle mani artigiane, bensì quello che realizza la perfetta coniugazione di mente e cuore. Attraverso la nascita magica della forma-oggetto egli può liberare l'impulso ombroso del proprio inconscio. Sono lavori dove sono ancora una volta visibili le simbologie sessuali, figure maschili effeminate e figure femminile mascoline, commistioni che affondano le proprie radici proprio nel Mito archetipico dell'Ermafrodito.
Un giorno Nicoli ha scritto : "Dove la materia si aggruma, là c è il dolore, dove si spiana, la luce scorre e si adagia". Vengono incontro all'osservatore attento ricerche plastiche dalle masse mai sbilanciate, sensuali nudi distesi, ritratti quasi a tuttotondo, altre strutture invece sono in incavo, crateri dove penetra l'ombra, dove la luce non scorre più e il messaggio plastico si fa teso, inquieto.
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Nicoli: "Atena con Gufo" -Bronzo
h. cm.40 - unico 4/6-
In Galleria "Arte e Restauro"
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Egli definisce lo scheletro, l'architettura della figura, l'uso della superficie, la pigmentazione che può essere scuro, ottone dorato, marrone, verde.
E' questa la "pelle della forma", una sorta di decoro ottico, ma in verità il gioco è un altro. Sono qui in atto le combinazioni degli elementi dove la fenditura della luce gioca sulla massa ; poi sopravviene e si sovrappone l' ombra che rende arcano il movimento di questi corpi in attesa di eventi.
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L' osservatore scopre linee forza, linee di tensione, di dinamismo, di nobile staticità. "La percezione dell'occhio è un po come il battito del cuore. Se non si passa attraverso l'ombra non si può vedere la luce - dice Claudio Nicoli - e la scultura è atto d amore ed atto di verità." Si avverte in questo artista una fede profonda nell'immaginazione, come unica cifra per captare la realtà. Perché la realtà non si presenta mai nella sua interezza e solo l'artista sa riconoscervi ciò che "potrebbe essere".
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Nicoli: "Europa e Giove" - Bronzo h. cm.58 - unico 1/3 -
In Galleria "Arte e Restauro"
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La vocazione poetica. Perché solo attraverso la soggettività lucida del visionario la realtà assume contorni leggibili e comunicabili e traduce l'essenza delle cose in una lingua comprensibile. Claudio Nicoli procede lungo una linea che ha sempre mirato, sin dagli inizi, all'immagine umana.
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Nicoli: "Grande guerriero seduto" Terracotta h. cm.88 - unico
In Galleria "Arte e Restauro"
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Nicoli: "Paesaggio" Terracotta h. cm.37 l. 50 - unico
In Galleria "Arte e Restauro"
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Nella produzione di questo fine secolo, l'artista dimostra di essere nel pieno della sua maturità creativa. Grazie alla sua poetica egli può confrontarsi con i Maestri che attraverso i secoli hanno costruito il grande museo della nostra storia dell'arte. Questo specchiarsi, interrogarsi e prendere posizione e, quindi, ogni volta rischiare, è il risultato di una scelta di un proprio linguaggio, di una vocazione irripetibile fatta di tensioni intellettuali inesauste. Le variabili all'interno delle sue tematiche ne fanno uno scultore versatile: i suoi cicli sono essenzialmente tre, i nudi, i guerrieri e cavalli e cavalieri. I nudi di donna, narrano la bellezza, sono sensuali e nell'atto provocatorio non rappresentano solo la sessualità, ma anche una idealità solare. In quanto alla rappresentazione del mito del guerriero in essa sí trova un immanenza misteriosamente pagana; si tratta di maschere che sono la mimesi simbolica del conoscibile.
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Nicoli: "Maternità" Terracotta h. cm.42 - unico In Galleria "Arte e Restauro"
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Nicoli: "Belleforonte e la chimera" - Fiberglass h. cm. 200 - unico
In Galleria "Arte e Restauro"
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Nicoli: "Don Chisciotte" Bronzo h. cm.180 - unico 2/2
In Galleria "Arte e Restauro"
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Non c è volto umano in cui questa metafora poetica non appaia annidata, quindi scovata, per poterla finalmente liberare e, quindi, riconoscere. Il tema dei "Cavalli e cavalieri" è forse l'aspetto più importante della sua ricerca, ciclo che lo affascina sin dagli anni giovanili. Egli realizza nel cavaliere l'equilibrio fra volumi metallici e la carnalità epica dei muscoli. Nel cavallo ci si confronta con il vitalismo dinamico della natura animale. Il collo proteso, il muso espressivo che pare nitrisca al sole, le zampe che spiccano un salto, riecheggiano forme monumentali di arcaica bellezza. Queste realizzazioni plastiche realizzano un perfetto equilibrio di masse nella plastica compattezza della forma e si sintonizzano in una vibrazione che accomuna le due diverse nobiltà.
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A Claudio Nicoli si deve dare atto che, all'interno di ogni suo lavoro, si avvertono in modo nitido premesse arcaiche, che nulla tolgono a un pathos contemporaneo. Nella sua sperimentazione si nota ancora un costante rovesciamento delle regole tradizionali. Egli riesce ad essere eretico e nel contempo severo, rigoroso nel suo richiamo alla classicità, e rivoluzionario nell'esplicitare le lezioni apprese dalle modalità della raffigurazione contemporanea. L amor fati è da sempre la sua musa : un fato le cui memorie sono antiche, e parlano di apollo, Dioniso, Eros. Emblemi, archetipi primordiali di un artista che, in una sua poesia assai bella, canta : "Icaro presuntuoso, \ pazzo, disarmato \ rapido colpo d ali, \ incurante cavaliere, \ caduco, \ all'ombra dei loro scudi, \ rifiutasti, \ per morire infine, \ libero."
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Nicoli: "Guerriero accovacciato" Bronzo h. cm.42 - unico
In Galleria "Arte e Restauro"
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Arte e Restauro -
Arte e Artisti
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Scritto da Ezio Flammia
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memoria di un pittore di Frasso
Credo che pochi a Frasso ricordino Osvaldo Altieri pìttore naìf. Osvaldo era un solitario e coltivava la passione per l'arte con discrezione. Forse la famiglia non diede molta importanza alla sua vocazione artistica, l'unica che lo assecondò, ma più per comprensione materna che per convincimenti, fu la madre Rosina Flammia in Altieri.
Osvaldo era nato a Frasso nel 1930, a 36 anni, il 2 giugno del 1966 moriva, se ben ricordo, di diabete. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò alla fotografia, aprì un negozio di sviluppo e stampa e in qualche occasione si dedicò anche al restauro, pare che, prima di morire, fosse occupato in una fase di restauro presso una chiesa di Frasso. Non ho mai saputo quando Osvaldo avesse iniziato a dipingere; vidi per la prima volta un suo dipinto a Caserta, nella prima abitazione a Piazza Correra dove la mia famiglia si era trasferita da Frasso, avevo dodici anni
Osvaldo era accompagnato dalla madre Rosina per far vedere un suo dipinto a mio padre (Rosina Flammia era una delle sorelle di mia nonna, Serafina Flammia, che aveva lo stesso cognome del marito). Pietro Flammia, mio padre, era stato ospite di zia Rosina a Frasso dove insegnava presso la scuola elementare (Pietro Flammia è ancora ricordato a Frasso come "il maestro Flammia", era un antifascista convinto, aveva chiesto e ottenuto il trasferimento da Accadia (FG) a Frasso per sfuggire alle persecuzioni del regime fascista che in Puglia era feroce).
Il quadro di Osvaldo, che ricordo ancora adesso come se fosse davanti ai miei occhi, era una copia del S.Giovannino del Murillo (Siviglia 1618-1682), di formato quadrato, all'incirca sui sessanta, sessantacinque centimetri di lato e aveva una cornice dorata di stile classico. Era, per me, la prima volta che ammiravo un dipinto da vicino. Osservavo i1 quadro con grande interesse, lo potevo anche toccare, e cosa più sorprendente l'autore, il pittore era un mio parente al quale potevo chiedergli tutto: i tempi d esecuzione, le tecniche, i materiali. Fu per me una vera e propria folgorazione. Avevo scoperto la pittura. Quell'avvenimento segnò la mia vita.
Nei soggiorni estivi a Frasso, da mia nonna e dagli zii, ma anche a Natale e Pasqua, non mancavo di fare visita ad Osvaldo. Più di una volta lo trovavo intento a dipingere il paesaggio di Frasso, dal terrazzo della sua casa che affacciava sulla strada carrozzabile per S.Vito. La collina di S.Vito, la Madonna di Montevergine, S. Michele (monte Sant Angelo) erano gli scorci paesaggistici che, si vedevano dal suo terrazzo, Osvaldo li dipinse più volte. Il paesaggio visto dal suo terrazzo era fonte d ispirazione per composizioni ideali, egli lo trasformava aggiungendo o togliendo elementi. Non conosco altri soggetti di Frasso eseguiti dal vero, forse non li dipinse perché si vergognava di farsi vedere in giro con il cavalletto en plein air".Osvaldo era timido, aveva pochi amici ai quali confidare le sue aspirazioni e le "fantasticherie sull'arte . Si faceva i colori, come gli artisti di una volta, per necessità, a Frasso non v erano fornitori di prodotti per "belle arti". Impastava la polvere di colore con l'olio di lino cotto che purificava dopo una lunga esposizione al sole. La polvere di colore, il pigmento, non era di buona qualità, era la stessa che gli imbianchini adoperavano per dipingere le pareti interne delle abitazioni che mescolavano con il litopone e la colla di coniglio mentre le porte e gli infissi esterni erano dipinti con i colori ad olio ottenuti stemperando la polvere cromatica con l'olio di lino cotto. Gli infissi dopo qualche stagione e soprattutto quelli più esposti al sole si alteravano e cambiavano di tono. Anche i dipinti di Osvaldo si alteravano, ricordo i primi lavori che dopo qualche anno dalla esecuzione assumevano un atmosfera dorata a causa dell'ingiallimento dei colori saturi di olio di lino. I primi lavori erano luminosi, l'artista frassese adoperava molto bianco ed aveva un suo metodo per far emergere i volumi. Contornava le zone compositive sfumando con il nero o con i bruni. Era un modo ingenuo per analizzare i vari elementi del dipinto. Ogni elemento aveva un colore di base distinto dagli altri, lo sfumato viceversa era impiegato per definire le forme e i volumi. Più s inoltrava nella pittura e più scopriva il disegno. I dipinti ultimi che mi fece vedere, dopo la sua morte zia Rosina erano quasi monocromi. Il colore s era ispessito, soprattutto nei primi piani, quasi come se avesse voluto riprodurre i rilievi attraverso la massa materica
Osvaldo Altieri era un pittore puro non aveva avuto maestri né aveva frequentato scuole, oggi si direbbe un naif, un primitivo. Forse a Frasso qualche rudimentale nozione tecnica l'ebbe da un pittore dilettante, noto come o sacrestano" per la sua attività principale di custode degli arredi sacri della chiesa di S. Giuliana. O sacrestano era un buon decoratore e arrotondava lo stipendio con prestazioni pittoriche e, durante le prime elezioni politiche del dopoguerra, dipingeva sulle facciate delle case di Frasso enormi scudi crociati per la sezione locale della Democrazia Cristiana, il cui segretario politico era mio padre. Come tanti frassesi, anche "o sacrestano" fu costretto ad emigrare per migliorare la condizione di vita sua e della sua famiglia. Osvaldo era ultimo di sei figli, tutti dipendenti in qualche modo dalla madre, la mia mitica zia Rosina, donna energica e di forte personalità, capace d intraprendere mille attività, senza perdersi mai d animo, sempre sorridente,,era lei che aveva le redini della famiglia.
Zia Rosina aveva accompagnato Osvaldo a Caserta da mio padre per ottenere un incontro con il pittore De Core, padre del più famoso Antonio, mio caro amico scomparso pochi anni fa. La zia che era donna pratica, nutriva forte perplessità sul futuro di Osvaldo pittore. Voleva qualche consiglio dal prof. De Core, come far migliorare la formazione artistica di Osvaldo e soprattutto ragguagli sulla professione di pittore. Dall'incontro non sortirono grandi risultati: Osvaldo ritornò a Frasso senza ottenere gli indirizzi per la sua formazione artistica e la zia Rosina senza le rassicurazioni sul futuro del figlio. Peccato Osvaldo qualità n aveva ed anche passione, tanto è che continuò a dipingere per suo diletto e mia fortuna. Potei così ammirare i suoi dipinti, alcuni splendidi, eseguiti con grande ingenuità ma tanta passione e abilità. Molti erano copie da stampe che il fratello più grande, Umberto, incorniciava a giorno e che vendeva, per pochi soldi, agli amici e conoscenti.
Osvaldo non ebbe fortuna, In un piccolo paese non poteva incontrare le persone giuste e gli mancò il coraggio di osare. Forse se fosse uscito da Frasso per tentare la grande avventura dell'arte, oggi parleremmo di un'altra "persona . |
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Arte e Restauro -
Arte e Artisti
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Scritto da Maria Macrì
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Di sera viene a trovarmi Antonio Trifoglio, sceso in Calabria, dalla sua dimora di Empoli, dove ha esposto le sue ultime opere mi fa vedere le foto dei suoi ultimi lavori. La tecnica complessa: impasti di rosso d' uovo, lino cotto, ecc. C' è un ritorno a tecniche tradizionali ma soprattutto, c' è, da parte del Trifoglio, questa necessità di interpretare gli elementi primari assenti in natura, coi quali compie quasi un match, per individuare fino a che punto è in grado a piegarli alla maestria e resistenza alla resa.
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Sono dipinti che affondano in una storia ancestrale: figure femminili, scorporate del peso e della collocazione storica. . Occupano lo spazio, ma non lo invadono sono statuarie, ma non materiali, sono fatte dallo stesso colore che definisce lo spazio, sono la sintesi di tutto quanto è storia: l'anfora sulla testa indica il legame al mondo magnogreco la sinuosità, l'affinamento delle forme, un continuo e incessante passaggio della storia passata, dove non ci sono turbamenti ma armonia e pace. Il nostro abbisogno di assolutizzare: si muove in forme, colori, composizioni che hanno diversi aspetti, cangianti e perciò non idonei ad essere fissati in eterno; bisogna, - come tutti i grandi artisti della Storia - cercare la nascosta e complessa soluzione dell' immutabile e dell'eterno.
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Le figure del Trifoglio riconducono alle Grazie del Botacelli: raffinatezza lineare preziosità del colore, imperturbabilità delle pose, leggerezza delle forme. C' è in Trifoglio una maggiore geometrizzazione spiegabile con la necessità di ricondurre la figura umana ad un Modulo perfetto e perciò eterno.
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In uno spazio indefinibile e in un tempo non collocabile, la figura femminile non ha espressione, si colloca con un imperturbabile superiorità, che sicuramente traduce l'immagine interpretativa dell'artista.
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In un contesto storico in cui l emancipazione femminile muove passi in avanti.
Trifoglio espone in primis, la sua concezione di donna emancipata. Sembra che la lotta, contro gli uomini, i costumi, i lacci, le superstizioni, l' abbiamo come smaterializzata, privata del peso e della stessa sofferenza.
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E' una lotta ancestrale e quello che rimane, nella fissità della tela, è uno slanciarsi di gambe e braccia lunghe. E una donna - dice lo stesso Trifoglio - che si libera dalle convenzioni che il costume le ha imposto alla nascita cammina, siede al caffè; insomma un essere della natura. Con l'occhio meraviglioso della scoperta, Trifoglio fissa con tratti essenziali e con colore sicuro, questa sua creatura che così si augurerebbe incontrare. Altro è la realtà .... Ma nella donna è la salvezza del mondo.
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In un opera "Cronaca del futuro" la sua lungimiranza lo porta a preconizzare un inaridirsi dell'ambiente naturale; le nuove e sofisticate tecnologie sconvolgono il volto del pianeta, l'uomo si sentirà perso in un insieme di forme che non governerà con la sua mente ne con il suo occhio. Unico aspetto riconoscibile la donna che, fissa saldamente al suolo, indice con perentorietà il cammino da interpretare.
In Trifoglio il percorso interiore non è ordinato: una forte tensione morale scombussola le sue immagini, si offrono tormentati confronti, la realtà scompone il desiderio di ordine, la foga è quella di non perdersi in un coacervo di immagini, sensazioni, emozioni.
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Quando trova l'ordine Trifoglio riesce a ricomporre sapientemente luce, colore e forme che si piegano sotto un regale passaggio di pennello.
E un arte complicata, ma che, nel bisogno di totalizzare e universalizzare l espressione. Trifoglio riconduce a canoni di semplificazione. Il grande Matisse aveva percorso questa strada ma per offrire una soluzione di scelta: selezionare il bello della vita ed annullare il resto. Per Trifoglio non è possibile, il suo percorso è travagliato e sofferto e perciò anziché scegliere, riconduce il turbinio delle immagini al piegarsi della forma. E un percorso sapiente, che evidenzia l'abilità del mestiere. Si dice fortunato di aver avuto maestri (cita per tutti il Frangipane) che lo hanno addestrato alla fatica sovrumana, all'esercizio indefesso, allo sforzo inesausto.
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Da questa scuola è uscito rafforzato nelle sue capacità espressive - "Non preparo il disegno" - dice - per potere domare un mondo espressivo complesso e conflittuale -. C è anche un forte desiderio che traspare: una propensione alla Verticalità: ricorda l'ascensione delle figure gotiche, questo anelito verso l'alto, verso l'assoluto. Non un infinito. Trifoglio governa lo spazio, lo delimita e lo definisce, si ferma perciò sulla soglia oltre la quale l'umano non può
Di qui tutta la modernità, non solo espressiva ma completa di uomo e artista che fanno di lui una delle personalità più significative del mondo moderno.
MARIA MACRI
ANTONIO TRIFOGLIO
Nato nella Locride, a S. Ilario dello Jonio, un paesino cresciuto di fronte alle mura ovest'dell'antica Locri Epizefìri: terra di Persefone, Zàleuco, Senocrito, Agesidamo, Eutimo, Nosside, Clearcos, Campanella, Perri, Alvaro, La Cava, Strati,....
Studia al "Mattia Preti " di Reggio Calabria. Si diploma al liceo artistico di Napoli e poi alla Accademia di Belle Arti di Firenze, sezione pittura, alla scuola di Primo Conti. Nel 40, studente al liceo artistico di Reggio Calabria, è aiuto del maestro Salvatore Cascone, siciliano, che rivedrà poi nel 49 a Milano alla Scuola superiore di arte cristiana "Beato Angelico ".
Nel 45 lo troviamo in Toscana con la divisione "Montava". Nel 58 come insegnante a Prato e dal 60 al 79 ad Empoli.
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Nel 49 a Milano, dopo essere stato per alcuni mesi all'accademia di Brera, allievo di Manzù in decorazione, passa al "Beato Angelico " dove conosce come allievo e, successivamente, come aiuto nel duomo di Barlassina, il maestro Ernesto Bergagna, veneto, divisionista di ottima levatura, allievo del Segantini. |
La sua partecipazione nel campo dell'arte inizia con un "Autoritratto" e un "Ritratto di signora" all'VIII Biennale calabrese d arte, a carattere nazionale nel 1947. Da questa data in poi è presente a manifestazioni d arte regionali, nazionali. europee e americane dove ottiene premi e riconoscimenti vari. Suoi lavori figurano, oltre alle più di sessanta "personali", in enti pubblici, in chiese, ecc..
Per lui hanno scritto:
A. Frangipane, G. Parisi, G. Aprile, U. Ferrara, E. Barillaro, D. Cara, U. Baldini, R. Federici, M. Serchi, L. Testaferrata, S. Salvadori, P. De Luca. A. Masoni, Lepri, S. Strati, L. Papasogli, M. Novi, N. Oliverio, S. Giannattasio, T. Bonavita, C. Giacomozzi, Raffaella Frangipane, A. Pellicanò, G. Incorpora, J. Pelagatti, A. Bàboni, A. Morelli, G. Lombardi, S. Santagata, B. Italia, G. Paonni, Maria Macrì.
Sui giornali e riviste:
Voci di Calabria, Corriere di Reggio, Dettati calabresi. Gazzetta del Sud, II giornale d Italia, L Avvenire, Il Pese, L Unità, Tribuna del Mezzogiorno, Giornale del mattino. Gazzettino del Jonio, La Nazione, Momento sera. La fiera letteraria, Calabria, Calabria letteraria, Calabria sconosciuta, Annuario degli artisti toscani. II quadrato. Italia moderna produce, Documenti di grafica contemporanea, La comunicazione emotiva, Empoli, Pensiero ed arte, Enciclopedia universale dell'arte moderna - SEDA -, Annuario toscano delle arti, Catalogo Bolaffi, Scena illustrata. II giornale di Roma, La procellaria, Italia intellettuale. Oggi Sud, Brutium, Roma - affari - image, II Tirreno, II segno da Empoli, II Meridionale, La città del Sole. |
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