Dopo il Restauro Stampa
Architettura - Articoli pubblicati
Scritto da A.B. Caldini   

Dopo il restauro" la manutenzione programmata

Il caso rappresentativo della Reggia di Venaria reale
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Fonte: Antonella B. Caldini, "Dopo" il restauro la manutenzione programmata. Il caso rappresentativo della Reggia di Venaria Reale, "Iter", Trimestrale di ricerche, fonti e immagini per un territorio, n. 18 anno V/numero II, 2009, pp. 132-39.


Dopo avere affrontato due delle tre fasi che costituiscono il progetto di restauro, il “prima” con le indagini preliminari e il “durante” con la campagna diagnostica, concludiamo il nostro percorso con la fase finale: il dopo e la manutenzione programmata.


E’ piuttosto diffusa soprattutto tra i committenti ma anche tra i professionisti la credenza che il progetto di restauro sia fine a sé stesso e che termini con la fine dei lavori: in realtà  l’esperienza dimostra che la vera difficoltà sia “mantenere” il risultato ottenuto nel tempo.


L’importanza della manutenzione “dopo il restauro” è stato uno degli argomenti trattati dal Prof. Mauro Matteini (Nota 1) in occasione di un recente seminario tenutosi a Genova lo scorso aprile sul tema “La diagnostica per i beni culturali”: oltre ad avere evidenziato il ruolo del monitoraggio in quanto “diagnostica nel tempo”, il professore ha sottolineato quanto sia importante una corretta programmazione della manutenzione.

Nota 1:  Mauro Matteini dal 1975 è entrato nel ruolo degli Esperti Scientifici del Ministero dei Beni Culturali. In quanto tale, ha ricevuto dal Soprintendente Umberto Baldini l’incarico di fondare il Laboratorio Scientifico dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e di tenerne la Direzione, incarico mantenuto fino al 30 Giugno 2002. Dal Luglio 2002 è divenuto il Direttore dell’Istituto per la Conservazione e la Valorizzazione dei Beni Culturali del CNR, incarico che ha mantenuto fino al 30 Giugno 2007.

L’obiettivo della manutenzione è quello di mantenere nel tempo i risultati raggiunti con il restauro mediante pratiche periodiche che consentano di attenuare gli effetti dei fattori di degrado sia di tipo ordinario (azione degli agenti atmosferici) che straordinario (eventi calamitosi come alluvioni e/o terremoti).
Il tema del controllo programmato è affrontato anche dalla normativa in materia di lavori pubblici che con la legge Merloni ha introdotto, tra i documenti complementari al progetto esecutivo, l’obbligo di redigere il piano di manutenzione dell’opera con lo scopo di “(...)prevedere, pianificare e programmare, tenendo conto degli elaborati progettuali esecutivi
effettivamente realizzati, l’attività di manutenzione dell’intervento al fine di mantenerne nel tempo la funzionalità, le caratteristiche di qualità, l’efficienza ed il valore economico (...)(Nota 2).
Una corretta pianificazione della manutenzione in chiave preventiva oltre a consentire la raccolta di informazioni utili allo sviluppo di ricerche per il miglioramento delle metodologie e dei materiali, permette di individuare su ciascun manufatto quelle che possiamo definire le “zone critiche” maggiormente interessate dall’insorgenza ricorrente del degrado e di sviluppare specifiche soluzioni progettuali atte ad ovviare problemi cronici che tendono a riproporsi ciclicamente.

Nota 2: Art. 40 del Regolamento di Attuazione D.P.R. 554/1999.


Nota 3: Si pensi, tra gli altri, agli importanti progetti fiorentini di monitoraggio dell’impatto ambientale delle porte nord (di Lorenzo Ghiberti) e sud (di Andrea Pisano) del Battistero di San Giovanni, al progetto di diagnostica e monitoraggio del David di Michelangelo e a quello di controllo dei parametri fisici e chimici atti a caratterizzare la progressione del degrado del gruppo marmoreo del Ratto delle Sabine.

La questione è più che mai di attualità se si considera che da alcuni anni il livello di degrado del patrimonio monumentale all’aperto è decisamente peggiorato, soprattutto a causa dei nuovi agenti inquinanti che stanno profondamente cambiando la qualità dell’aria.
Non è un caso che una regione molto sensibile a questi argomenti ericca di bellezze artistiche ed architettoniche come la Toscana abbia avviato da tempo piani di manutenzione programmata del suo patrimonio che prevedono controlli periodici dello stato di conservazione, monitoraggi programmati degli agenti fisici, chimici e biologici, micro interventi di restauro principalmente tesi ad arrestare il progredire del degrado (Nota 3).
Da queste prime considerazioni emerge chiaramente l’importanza di procedere già in fase preliminare alla definizione di un progetto quanto più possibile organico che consenta attraverso le singole fasi di intervento di definire i criteri futuri di conservazione. Nella pratica quotidiana un piccolo accorgimento valutato già in sede progettuale può rivelarsi molto importante ex post, facilitando i successivi interventi di manutenzione e minimizzando i costi di intervento: in presenza, ad esempio, di facciate decorate con modellati plastici a rilievo (stucchi) è sempre consigliabile preservare le cornici orizzontali, le parti sporgenti e in generale i punti di possibile convogliamento, ristagno o stillicidio delle acque meteoriche mediante la posa in opera di nuove falderie. La protezione di questi “punti deboli” dovrebbe appartenere alla prassi ordinaria ma spesso è tralasciata e con il passare del tempo comporta la perdita di funzionalità, favorendo l’infiltrazione di acqua con conseguente disgregazione e perdita di materiale costitutivo. I materiali più comunemente utilizzati per la realizzazione di queste “copertine” di protezione sono il piombo, lo  zinco e il rame anche se a volte, per questioni di economia, si ricorre al semplice uso di malta (figg.1-2) (Nota 4).


Sulle facciate con il paramento in laterizi a vista che non versano in buono stato di conservazione o originariamente non “pensate” per rimanere a vista, è consigliabile l’intonacatura oppure il ricorso all’antica tecnica della “sagramatura”, basata sulla stesura di un sottile strato di intonaco, composto da calce aerea, sabbia e polvere di cotto.

Nota 4: L’esperienza della sottoscritta ha dimostrato, soprattutto in presenza di modanati a rilievo curvilinei, la migliore lavorabilità del piombo rispetto al rame, poichè adeguandosi meglio alla superficie da coprire evita la creazione di punti di giunzione che si potrebbero rivelare critici nel tempo, favorendo i fenomeni di infiltrazioni di acqua.

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Fig. 1: Particolari delle lavorazioni di un lattoniere durante la posa in opera delle copertine in piombo con ribattitura del foglio mediante assicelle di legno (a destra).

Immagini estratte da: B. P.Torsello, S. F. Musso, Tecniche di restauro architettonico, Utet, Torino, 2003, tomo secondo, p.721

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Lo scopo della sagramatura è di rifinire la cortina laterizia con un trattamento che, oltre a renderla liscia e compatta, la protegge dalle infiltrazioni dell’acqua piovana e dall’aggressione degli agenti atmosferici, migliorando l’impatto estetico della muratura che assume l’aspetto di un laterizio omogeneo, pur mostrando in trasparenza il leggero reticolo dei mattoni (Nota 5).

Fig. 2: Torino, Palazzo Carignano: prospetto principale. Protezione delle modanatura plastica di una finestra con copertina in lamiera metallica.

Immagine estratta da: A. Guerrini (a cura di), Il Palazzo Carignano, Collana “Le grandi residenze sabaude”, Allemandi Editore, Torino, 2007 (in allegato a LA STAMPA).

Nota 5: Anticamente questa procedura era realizzata sfregando con un mattone la superficie sottilmente intonacata ed ancora umida, l’intonaco doveva essere mantenuto bagnato, finché la polvere di sfregamento e i residui di malta fresca restavano perfettamente incorporati in uno strato sottile aderente alla muratura. L’operazione era completata con ulteriori ripassate della cazzuola ed un’eventuale stesura d’olio di lino di cotto che, attenuando la porosità del mattone, conferiva idrorepellenza alla superficie.


La caratteristica principale di questa tecnica è che lascia la possibilità di leggere la cortina muraria in trasparenza, in quanto “aggiunge” una quantità minima di materiale che viene rifinita in modo da seguire le irregolarità del paramento (fig. 3).

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Fig. 3: Racconigi (Cn), Facciata sagramata del Castello.


Un esempio illustre di progetto organico di restauro sul nostro territorio è senz’altro il recente recupero della Reggia di Venaria Reale (figg. 4-5-6) che rappresenta uno dei più importanti cantieri di restauro a livello europeo, soprattutto in considerazione del fatto che ha interessato un complesso su scala urbanistica che, oltre alla Reggia, si è allargato a comprendere la città di Venaria e del suo centro storico, il Borgo Castello della Mandria e il suo parco, circa trenta cascine e ville interne e molti terreni abbandonati, recuperati come giardini.

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Fig. 4: Reggia di Venaria Reale:veduta d’insieme della Torre del Belvedere, della Cappella di Sant’Uberto e di alcune facciate del centro storico di Venaria in parte ancora da recuperare (a sinistra).


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Fig. 5: Reggia di Venaria Reale: particolare della Torre del Belvedere.

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Fig. 6: Reggia di Venaria Reale: particolare della Torre dell’orologio.

Prima del restauro la Reggia si presentava allo stato di rudere, in grave disagio statico a causa dei crolli di alcune parti strutturali, le finestre o erano prive di serramenti o si presentavano tamponate (figg. 7-8),

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Fig. 7: Reggia di Venaria Reale: particolare di una delle finestre dell’ultimo piano  “prima” del restauro.
Immagine estratta da: F. Pernice (a cura di), La Reggia di Venaria Reale.
Oltre il tempo e lo spazio, Celid, Torino, 2008, p.17.

Fig. 8: Reggia di Venaria Reale: particolare di una delle finestre dell’ultimo piano “dopo” il restauro.

il manufatto si presentava in stato di totale abbandono e con i preziosi apparecchi decorativi, pittorici e plastici, gravemente danneggiati (fig. 9-10).

L’intervento di restauro, oggi già largamente documentato e pubblicato (Nota 6), è stato il frutto di un’accurata campagna diagnostica, avviata nel lontano 1996, costituita da oltre 5.800 analisi (Nota 7) che hanno permesso di conoscere le tipologie di malte utilizzate dallo Juvarra o quelle del ’600 del Castellamonte, le tecniche utilizzate, i tipi di decorazione, consentendo lo studio di nuovi pavimenti in cocciopesto a basso spessore e contenuto costo economico, di riproporre il cosiddetto “marmorino sabaudo” con caratteristiche simili all’intonaco juvarriano originale.

Nota 6: Per l’interessante campagna fotografica del “prima” e del “dopo” si veda: F. Pernice (a cura di), La Reggia di Venaria Reale. Oltre il tempo e lo spazio, Celid, Torino, 2008. Si veda anche: AA.VV., La Reggia di Venaria, Collana “Le grandi residenze sabaude”, Allemandi Editore, Torino, 2007 (in allegato a LA STAMPA).


Nota 7: Come spiega lo stesso coordinatore e direttore tecnico dei restauri, Ing. Francesco Pernice, Soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte, l’insieme delle analisi è composto da sezioni lucide e sottili, fotografie ad infrarosso, calcimetrie, termogravimetrie, porosimetria a mercurio, determinazione dei sali solubili...

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Fig. 9: Reggia di Venaria Reale: la Galleria Grande (Piano Terra) “prima” del restauro.
Immagine estratta da: F. Pernice (a cura di), La Reggia di Venaria Reale. Oltre il tempo e lo spazio, Celid,Torino, 2008, p. 47.
Fig. 10: Reggia di Venaria Reale: la Galleria Grande (Piano Terra) “dopo” il restauro.
Visita dell’Università della Terza Età di Acqui Terme, 7 maggio 2009.

A restauri terminati la Reggia è ancora un cantiere aperto sul quale sono periodicamente effettuati controlli tesi al monitoraggio continuo del suo stato conservativo. La chiusura settimanale della struttura consente ad operatori qualificati di ispezionare ogni singolo ambiente ed effettuare piccole operazioni manutentive che garantiscono nel tempo la buona
conservazione del manufatto. La presenza di “vie ferrate” all’interno della Chiesa di Sant’Uberto consente a restauratori specializzati, dotati di specifico patentino, di effettuare la
periodica pulizia delle facciate calandosi dai cornicioni con cinture di sicurezza collegate a cavi di acciaio. Tra i soggetti “manutentori” ci sono anche due falchi stanziali allevati in cattività che garantiscono l’allontanamento dei piccioni e dei colombi (Nota 8).


C’è da sperare che l’esempio della Reggia di Venaria Reale sia destinato a non rimanere un caso isolato e possa costituire una base di riferimento per nuovi progetti di valorizzazione del nostro patrimonio culturale.

Nota 8 Le informazioni sulla Reggia sono state estrapolate anche dall’intervista video all’Ing. Francesco Pernice, Soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte e Direttore tecnico coordinatore dei restauri della Venaria Reale, “Volti e storie della Venaria Reale” produzione Regione Piemonte, Quartarete, http://www.lavenaria.it

 

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