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Antiquariato - Il Mobile nella cultura
Scritto da Paolo Cesari   
Indice
Storia del Mobile in Emilia Romagna
Il Quattrocento
Il Cinquecento
Il Seicento
Il Settecento
Otto e Novecento

Il Quattrocento

Nel Quattrocento, fenomeni congiunti di stabilizzazione socio-economica portarono al rifiorire delle attività commerciali e edilizie, contribuendo alla formazione di poli cittadini di portata significativa, come Ferrara, Bologna e Rimini, città la cui frequentazione di maestranze itineranti apportò interscambi artistico-culturali destinati a produrre effetti duraturi. La particolare posizione geografica regionale favoriva la ricezione di impulsi e tendenze sviluppatisi nelle aree limitrofe, quali il Veneto, la Lombardia e in modo particolare con la Toscana, che all’epoca fu una vera e propria fucina artistica.
Per quanto concerne la mobilia, questo secolo incentiva una straordinaria produzione legata al fenomeno del mecenatismo cortense favorito dai nuovi ideali estetici imperanti già nella prima metà del secolo. Illuminante, in tal senso, il cassone malatestiano oggi al City Art Museum di Saint Louis, che dimostra come l’arredo in questa fase sia mutuato da esperienze congiunte maturate in Veneto e in Toscana: gli intagli minuti di gusto tardogotico sono di palese ascendenza veneziana, mentre rosoni, bifore ad arco acuto, lesene, cornici con tarsia a toppo rimandano alla metrica architettonica fiorentina. Questo cassone traccia il cammino alla comprensione delle tipologie di arredi che Arduino da Baisio, Pantaleone De Marchi, Lorenzo e Cristoforo da Lendinara eseguirono alla corte estense, mobili il cui fasto non trovava precedenti con altre dimore principesche coeve. Probabilmente, spetta a Cristoforo e al figlio Bernardino Canozi il primo utilizzo in Ferrara dell’innovazione tecnica nella tarsia ottenuta con tintura del legno mediante bollitura, procedimento da loro inventato e applicato per la prima volta tra il 1462 e il 1469, nell’esecuzione del coro della Basilica del Santo a Padova. Prima, l’alternanza dei colori era ottenuta con impiego di legni chiari e scuri, mentre le ombre venivano rese annerendo il legno con un ferro rovente.
Dati documentali e arredi superstiti parrebbero nel loro insieme sottolineare come, nel suo primo delinearsi, la storia della mobilia in regione debba ascriversi al frutto di esperienze “importate” da maestranze esterne itineranti provenienti da centri come Firenze, Venezia e Milano, che in questa prima metà del secolo - in virtù di diverse vicende storiche e culturali - hanno già fortemente sviluppato un repertorio formale maturo e autonomo. In Emilia Romagna, il primo arredo nasce dall’intreccio combinato di queste tre direttrici: toscana, veneta e lombarda.
Sebbene in tono minore se rapportata a Ferrara, anche in Bologna non mancarono commissioni di rilievo: i due cassoni nuziali Bentivoglio, oggi nelle Collezioni d’Arte Comunali, da ascriversi alla bottega del De Marchi, la cui fama è ora affidata al coro della Cappella Maggiore di San Petronio, testimoniano la straordinaria vitalità e inventiva di queste maestranze itineranti ed è da ipotizzare che famiglie come i Sanuti e i Malvezzi, per abbellire le loro sontuose dimore ispirate ai canoni del Rinascimento, usufruissero di analoga mobilia. Verso la fine del Quattrocento è attivo a Bologna Giovanni da Baisio con la sua bottega, e certamente la presenza del celebre intarsiatore dovette molto inflluenzare gli artigiani operosi nella città felsinea.
La conoscenza parziale della mobilia ferrarese consente di tracciare un percorso di evoluzione stilemica che giunge fino alla soglia del secolo successivo: l’inventario del 1436 che precisa gli arredi del marchese Niccolò III d’Este e gli inventari che documentano le commissioni eseguite per Leonello e Borso d’Este per gli arredi delle delizie di Belriguardo e di Belfiore intorno alla metà del Quattrocento, forniscono notizie di cassoni in cipresso, armadi e credenze arricchite da intagli dorati munite di cerniere e serrature in argento e già compare descritta la cornice a specchiera. Nei decenni a seguire, decresce l’interesse per il gusto del gotico fiammeggiante, diminuì il gusto per l’ornato coloristico e per l’intaglio, utilizzato solo per decorazioni di rilievo marginale, e sempre con maggior successo si radicò il gusto per il commesso ligneo, che con giochi di tarsie abilmente connesse l’una all’altra simulavano effetti realistici e chiaroscurali che gareggiavano con la stesura pittorica. Arduino da Baisio inserisce negli arredi pannelli raffiguranti elementi naturalistici che trovano illustri paralleli e predecessori a Ferrara nell’arte della miniatura: a tutt’oggi è ancora celebre la Bibbia miniata di Borso d’Este. Contemporaneamente, i suoi allievi Lorenzo e Cristoforo Canozi da Lendinara, ricollegandosi a esperienze toscane, cominciano a sperimentare commessi intesi a ricreare effetti prospettici per rappresentare vedute ideate o metafisiche di città e paesaggi. Tra i maestri d’intarsio attivi a Ferrara negli anni Settanta compare anche fra Sebastiano da Rovigno, al quale spetta l’esecuzione del coro della chiesa di San Giorgio.
Gli inventari parlano anche di sedie snodabili, di panche sormontate da bancali in seta o lana fine ricamati con disegni forniti da artisti di corte come Cosmè Tura e Ercole Roberti.
Intorno agli anni Sessanta in regione si diffonde la moda di utilizzare la tornitura come elemento decorativo della mobilia.
Solo verso l’ultimo quarto del secolo, con Ercole I d’Este, si delineò un nuovo orientamento a scapito della decorazione a tarsia alla quale fu preferita la nuova tendenza che reintrodusse l’intaglio ispirato a tematiche desunte dal mondo greco-romano. Benché le fonti testimoniano di mobilia ancora con Ercole di tarsie su suoi tavoli eseguite con l’insegna del diamante, uno delle insegne care al duca. Tale indirizzo è da imputarsi a mode veneziane, città che con Ferrara aveva frequenti contatti, e che finì per imporre un repertorio figurativo che vide l’intaglio espresso con finezza quasi ellenistica, a riprodurre candelabre, serti di fiori, delfini, grottesche, cavalli marini, fino a interessare l’intera superficie della mobilia, conferendole un’intonazione fastosa e magniloquente.
Di questo universo raffinato e permeato di cultura umanistica, rimangono scarne tracce, fra cui il noto armadio da sinagoga, oggi a Parigi al Museo Jacquemart André, la celebre credenza intagliata e intarsiata alla certosina da Arduino da Baisio oggi al Metropolitan Museum di New York, a sei ante e ancora priva di cintura con cassetti, e una nutrita serie di eleganti cofanetti in pastiglia muschiata e dorata, destinati alle donne di corte e pochi altri manufatti di minor rilievo.
Inserita nella scia geopolitica estense Reggio Emilia ebbe in questo secolo una ricca produzione di sedie, sgabelli e forzieri e una singolare specializzazione nella costruzione di strumenti musicali ornati da commessi in osso, simili alla foggia ottenuta con la tarsia alla certosina e talvolta impreziositi dall’utilizzo del raro e pregiato ebano, giungendo a risultati paragonabili al decoro detto “alla damaschina”. A Piacenza, è attiva una vivale scuola lignaria: Domenico da Piacenza importerà la lezione dei Lendinara fino a Padova, ove esgue il coro di Santa Giustina, mentre Antonio Giolfino, fin dal secolo precedente è attivo a Verona, ove a lungo sarà attiva la sua progenie.



 

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