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Antiquariato - Il Mobile nella cultura
Scritto da Paolo Cesari   
Indice
Storia del Mobile in Emilia Romagna
Il Quattrocento
Il Cinquecento
Il Seicento
Il Settecento
Otto e Novecento

Il Cinquecento

Questo secolo mostra una mobilia regionale fortemente influenzata da elementi rinascimentali mutuati dal repertorio strutturale e iconografico toscano. Pare significativo notare che alla difficoltà nel reperire modelli di arredi emiliani cinquecenteschi corrisponda un altrettanto vasta produzione tradizionalmente attribuita a maestranze toscane: è verosimile che buona parte di questi mobili siano invece da ricondurre ad ambito emiliano-romagnolo. E’ importante sottolineare come verso la fine del secolo, trovi diffusione l’uso di impreziosire i mobili con lastronatura di radica, già applicabile in spessori di 3mm, grazie alla scoperta della sega meccanica che si ascrive alla città di Ratisbona. Tra le novità del tardo cinquecento si segnala il canterano, mutuato dalla sopraelevazione del cassone, mobile che presto la nuova tipologia relegherà alla pura funzione di arredo da parata. In questo secolo trova grande diffusione il tavolino a deschetto e la credenza sviluppa nel sottopiano una cintura munita di cassetti: quest’epoca, la credenza svolge più che altro la funzione di contenitore di argenterie e oggetti preziosi e di rado serve per riporre suppellettili da cucina. Altre innovazioni sono l’introduzione delle librerie e degli attaccapanni, seguiti dalla moda della specchiera che si è fortemente radicata rispetto ai pochi modelli documentabili nel Quattrocento.
Per quanto pertiene la mobilia ecclesiale, nella seconda metà del secolo, le norme di attuazione dei canoni tridentini come le notissime Instructiones di Carlo Borromeo, edite nel 1577 o nell’ambito prettamente emiliano il “Discorso intorno alle Immagini sacre e profane” del cardinale Gabriele Paleotti del 1582, investono di contenuti operativi le singole realtà parrocchiali, esitando nei fatti un rinnovamento degli arredi di vasta portata.

 

Bologna

Agli inizi del secolo la mobilia mantiene inalterati i tratti peculiari tipici dell’ultimo quarto del Quattrocento. Ma a partire dal secondo decennio, sopraggiungono le prime novità: Andrea Marchesi da Formigine si rese interprete di una svolta, abbandonando definitivamente nell’intaglio ogni formulazione tardo gotica, ancora in voga presso gli intagliatori attivi in regione: elaborò decori e proporzioni in chiave compiutamente umanistico-rinascimentale, restituita con finezza e improntata al naturalismo. Le tematiche care a Andrea da Formigine, elaborate nella sua affollata bottega, si ritrovano anche a secolo inoltrato in elaborazioni di maggior impegno plastico di impronta manierista, fra cui alcuni cassoni ascrivibili al bergamasco Alessandro Bigni, attivo a Bologna.
Nella città felsinea, dopo la cacciata dei Bentivoglio, si è radicato un gusto di estrazione borghese, che fino alla fine del secolo si esplica in formulazioni che privilegiano un arredo civile permeato da tratti rustici, una mobilia foggiata e improntata a una corposa volumetria scevra da ostentazioni di lusso, con paralleli che trovano riscontri negli arredi del nord Europa, dove prosperava una società mercantile e artigianale simile a quella bolognese. Ne consegue una tipizzazione quasi standardizzata che conferisce agli arredi locali caratteristiche stilemiche che si protrarranno prive di significative mutazioni quasi fino agli ultimi decenni del Seicento. Sono tavoli, credenze e piccoli arredi come i deschetti, di cui fra Damiano da Bergamo ancor oggi ci lascia testimonianza visiva in una tarsia su una porta della chiesa di San Domenico. Sarà sempre fra Damiano che in città realizza il celebre tavolo oggi a Palazzo Guicciardini a Firenze e donato appunto al Guicciardini in occasione delle sue nozze con Maria Saviati: per ricchezza e bellezza è tra i capolavori di ogni tempo. L’attività dello Zambelli in città, ove operò tra il 1528 e il 1549, esitò una sorta di rinnovamento della tecnica e del gusto della tarsia: la rigida dicromia derivata dall’uso dell’avorio e dell’ebano, gli intarsi geometrici alla certosina e l’imitazione dell’effetto del mosaico che caratterizzavano i lavori quattrocenteschi, vengono abbandonati in favore di scene realistiche, brani di vita cittadina, figure vivaci in movimento, nature morte, e in generale un piccolo mondo animato, pieno di poesia e di particolari attraenti e minuziosi, rappresentato con varietà di colori ottenuti con legni tinti, e ombreggiature verosimili per mezzo di una nuova tecnica.
La mobilia in questo periodo monta piani di notevole spessore contraddistinti da forti aggetti laterali, le formelle e le specchiature sono di forma rettangolare e solo nel secolo successivo accennano a smussarsi negli apici; le gambe sono a sezione quadrata negli esemplari di minor rilievo, tornite a boccia, a pilastrino, a vaso, a balaustra, a trottola nei modelli di maggior impegno, ove è possibile cogliere mutuazioni lombarde di ascendenza spagnoleggiante e altre di derivazione toscana. La decorazione è talvolta affidata a bulle in ottone, di varia forma, applicata a guarnire credenze, piattaie madie e arcili, un vezzo che trova particolari riscontri anche in Romagna. La sedia, il seggiolone e la poltrona, a Bologna come in tutta la regione, quando si presenta impreziosita da intagli e da cartelle sagomate è elemento che ne sottolinea la funzione da parata e spesso mutuano le forme da modelli veneto o lombardi, in consonanza alla moda spagnola, che in regione trova larga diffusione specialmente nella tinteggiatura a nero della mobilia.

 

Ferrara

La città estense apre il secolo con il matrimonio di Alfonso I d’Este con Lucrezia Borgia, avvenuto nel 1502. Ferrara è ormai una città che per fasti e ricchezza d’arredi è alla pari con le corti più raffinate dell’Italia settentrionale, come Mantova e Milano e la nuova coppia ducale trasforma il capoluogo estense in una vero e proprio cantiere d’arte. Lucrezia arriva a chiamare doratori fin dalla Spagna, e il nuovo look non risparmia nemmeno la cagnolina bretone della bella Borgia, costretta a indossare fibbia e catenella dorata. Gli stipettai e i marangoni di corte sono impegnati a realizzare tavolini da giochi con intarsi in ebano, tavoli con piani in commesso lapideo sono di gran moda, arredi muniti di maniglieria in oro, letti con colonne e intagli classicheggianti. Schiere di pittori impreziosiscono la mobilia ducale che si veste anche di borchie sempre dorate. Modena e Reggio Emilia, allora provincie estensi, offrono il loro contributo con produzione di mobilia intarsiata e la vicina Venezia non manca mai di influenzare l’arte ferrarese. Artisti come Michelangelo, Raffaello e Tiziano sono in stretto contatto con Lucrezia e Alfonso e in questi anni diverranno celebri in tutta Europa i camerini d’alabastro estensi, oggi perduti dopo l’incendio del 1634. In un primo tempo fu l’arte della tarsia a prevalere nelle decorazioni, e a Ferrara, nel 1506, gli intarsiatori, presenti in gran numero e consapevoli del rilievo del loro operato, rivolgono una supplica al Duca al fine di potersi separare dall’Arte dei marangoni, dotandosi di statuti autonomi: tale beneficio fu loro puntualmente concesso. Tra il 1515 e il 1520, si diffonde la moda di utilizzare piani di meschie di marmo arricchite da commessi lapidei, tanto apprezzati dal Cardinale Ippolito d’Este, fratello del duca Alfonso. Ercole II sposa nel 1528 Renata, nientedimeno che la figlia di re Luigi XII di Francia e una nuova ventata di mobilia ove ricorre con maggior diffusione l’intaglio e l’intarsio celebra in città l’avvento del manierismo. E’ questa l’epoca aurea di Ferrara, che emula sfarzi regali e raffinatezze alla cui esecuzione partecipa anche Benvenuto Cellini, presente in città, insieme al marangone-intagliatore Stefano Seghizzi, l’artefice in questi anni degli arredi di maggior impegno, sebbene anche Andrea Marocco, il vecchio Tusino, il Lovati e Giacomo da Lugo non sono da meno.
L’architettura ducale vede il fecondo apporto di Pirro Ligorio e sotto il profilo urbanistico è una città modello. Si diffonde la moda dello stipo-medagliere, delle librerie e di studioli portatili e scrittoi, oltre a tavoli appositamente realizzati per mostrare sul piano tappeti di pregiata esecuzione e a trespoli trattati a valenza scultorea; Ferrara eccelle anche nella produzione del cuoio impresso. Nel 1559, il nuovo duca Alfonso II conferma il timbro aulico della politica estense e l’arte della tarsia rifiorisce dopo decenni di quasi oblio grazie all’arte della bottega Cavazza e di Baldassarre da Mirandola e il gusto per la finzione scenica prelude ormai al barocco. Il matrimonio di Alfonso II con Barbara d’Austria si celebra nel 1565, con enorme sfarzo e meraviglia pubblica: ogni bottega d’arte cittadina prepara l’evento con somma cura, dissanguando le casse ducali. Dagli anni Sessanta si diffonde la doratura a foglia d’argento meccata e la mobilia è sovente laccata. Il linguaggio figurativo di questi anni è sempre più incline all’introduzione di motivi a grifi, grottesche, erme, palmette, cupidi, stilemi che orienteranno il manierismo verso la diffusione del magniloquente barocco. Il motivo “a ottagono” tanto caro al Ligorio veste anche gli arredi, come documentano le opere dell’ebanista Alessandro Milanato. Morta Barbara il duca si risposerà nel 1579 con Margherita Gonzaga e l’arte estense giungerà al suo culmine: raffinatezza rinascimentale e spirito d’inventiva si combineranno in tale armonia tanto da trovare difficilmente termine di paragone. Di questa splendida avventura artistica, terminata tragicamente nel 1598 con la devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio, ben poco è giunto fino a noi.

 

Parma e Piacenza

Parma, il cui ducato farnesiano risale al 1545, risente di un’agiatezza derivante dalla corte ducale e dalla ricca aristocrazia che determinò una ricca produzione di mobili che, in taluni casi, sviluppa tipologie decorative e strutturali del tutto indipendenti: il cassone, sostenuto da piedi o mensole inusualmente verticalizzati, presenta fronte bombata a valenza veneziana e apparati ornamentali ispirati al gusto archeologico di derivazione romana, ma interpretato con morbido plasticismo che rimanda a coevi esempi veneziani, montano su piedi a zampa di leone o a foglia d’acanto. Inoltre l’assiduo interscambio con le Fiandre, con cui i Farnese avevano intrecciato contatti e scambi, determinarono collegamenti di gusto oltralpe che si innesta a quello locale, con esiti che nel secolo successivo sfoceranno in elaborate scenografie barocche. Tra i marangoni-intagliatori che meglio esprimono il plasticismo scultoreo di gusto nordico è da segnalare la bottega dei Zucchi.
La committenza ecclesiastica nel Cinquecento vede artefici di primo piano operare in città: l’arte dell’intarsio prospettico, portata a esiti di grande rigore e raffinatezza dai Canozi, viene appresa e diffusa dai maestri locali, che danno vita a una prestigiosa tradizione. I Lendinara lavorano a Parma nel duomo, realizzando coro e sagrestia, mentre al solo Bernardino da Lendinara spetta l’esecuzione del coro del Battistero. Le tarsie della sacrestia del Consorziati in duomo vengono terminate e firmate da Luchino Bianchino, che inserisce vedute prospettiche di Parma entro le specchiature del celebre armadio, visibile a tutt’oggi. Al Bianchino si devono anche gli stalli del coro e il leggio dell’oratorio De Rossi. Marcantonio Zucchi è il parziale esecutore delle tarsie e degli intagli del coro di San Giovanni Evangelista, terminato nel 1534 da Francesco e Pasquale Testi, Pasquale è peraltro ricordato come intagliatore di mobili per il duca Ottavio Farnese. I parmensi Bartolomeo Spinelli e Giampietro Panbianchi sono autori del coro di San Sisto a Piacenza.

 

Reggio Emilia

Nella prima metà del secolo a Reggio ebbe a svilupparsi una singolare scuola di intarsio, ove divenne di gran moda l’utilizzo di tessere in osso. Grandemente apprezzata, questo particolare ornato decorativo ebbe in città artisti di rilievo, come Nicola Sanpolo e Ludovico da Reggio.

 

Carpi

In questo secolo anche Carpi si segnala come centro di importante vitalità, vi operano le botteghe dei Meloni e dei Papacini, che nell’arte dell’intaglio e della tarsia lasciano opere di significativo livello.



 

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