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Antiquariato - Il Mobile nella cultura
Scritto da Paolo Cesari   
Indice
Storia del Mobile in Emilia Romagna
Il Quattrocento
Il Cinquecento
Il Seicento
Il Settecento
Otto e Novecento

Il Seicento

Il repertorio rinascimentale lentamente si evolve in chiave manierista che nel Seicento apre la strada al Barocco che in Emilia Romagna raggiunge il suo apice tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo, vestendo d’oro la mobilia d’apparato. Grande influenza verrà esercitata dalla Roma papale, ove il gusto berniniano impone la nuova moda che nei casi di maggior decoro e ricchezza plastica assorbe anche la lezione spagnola, dove lo stile churrigueresco suggerisce decori che interessano ogni superficie del mobile. Solo verso gli ultimi anni del Seicento alle sfavillanti dorature a foglia si preferiranno le argentature a mecca, che nel loro caratteristico colore bruno ramato vivono un momento di grande auge.
Tra l’ottavo e il nono decennio del Seicento e fin oltre la metà del secolo successivo, si diffonde in regione la moda lombarda di ebanizzare i profili e le cornici della mobilia. Dalla seconda metà del secolo lo stile Barocco in regione spesso assume le forme della mobilia francese ispirata allo stile Luigi XIV, che sebbene sia fortemente connotato da valenze auliche e da parata, nei fatti contribuisce a contenere e a imbrigliare gli eccessi dettati dalla magniloquenza del gusto barocco. Solo negli anni Sessanta, pur conservando forme strutturalmente rigide, la mobilia adotta apparati decorativi di impronta propriamente barocca, sebbene ancora ispirata a repertori tardo manieristi ma trattati con intagli più accentuati, ricchi d’inventiva e citazioni naturalistiche. Il vocabolario barocco si esprime con volute dai fastigi intrecciati a fogliami, colonne tortili, pendoni di foglie e frutti, cariatidi scolpite a tutto tondo, pannelli a profilo mistilineo. Si distinguono, fra gli aderenti a questo movimento il maestro d’ascia di origine milanese Giovanni Battista Mascheroni, autore degli armadi della Sacrestia Nobile di Santa Maria della Steccata a Parma, capolavoro di mobilia ecclesiale barocca, eseguiti tra il 1665 e il 1670, Antonio Maria Bianzola, di cui si conserva un armadio proveniente dal Castello di Robecco, e ancora Lorenzo Aili, Francesco Perocchi e Giuseppe Bosi, che furono tra i principali esecutori dei principeschi arredi della Rocca di Soragna. Esiti che si approssimano alle opere di Andrea Fantoni e a quelle dello scultore cremonese Giacomo Bertesi, chiamato a Parma per allestire le sontuose carrozze che dovevano servire alle nozze di Odoardo Farnese con Sofia di Neuburg. Al suo lussureggiante barocco si ispirano alcune consoles intagliate e dorate presenti in varie collezioni private. In Emilia, il proliferante sviluppo delle volute e dei racemi floreali è profondamente influenzata dai disegni ornamentali di Stefano Orlandi.
Anche nelle altre città emiliane l’evoluzione del gusto fu lenta, e le concessioni al barocco riguardano solo gli elementi decorativi. A Bologna, i mobili continuarono a essere costruiti nelle forme che si erano affermate nel tardo Cinquecento, i canterani, ancora verso la fine del secolo, mantennero il primitivo carattere di sobrietà e di solidità, con la variazione degli ornati perimetrali che si traducono nell’adozione per le filettature del giallo angelino e di una massiccia adesione all’introduzione della formella bugnata, oltre al generale fenomeno di ridimensionamento volumetrico che interessa ogni tipologia di mobilia. A Seicento inoltrato, a differenza dei mobili chiesastici che già avevano aderito al barocco, in sincronia con il rinnovamento di alcuni palazzi patrizi, gli arredi da parata acquistarono un profilo sinuoso e ornamenti ispirati al gusto romano. Al tradizionale noce naturale o tinteggiato in nero si preferì il legno dorato, intagliato con effetti di turgida naturalezza.
La capitale felsinea in questo secolo si distingue anche per l’elevata qualificazione dei suoi “ottonari”, che pergiungono ad elevata specializzazione tecnico-stilistica. Nelle botteghe cittadine si fondono forniture metalliche come picchiotti, boccole, maniglie, borchie, ecc. che giungeranno a conquistare mercati anche extra regionali.
Il cassone, nella seconda metà del secolo, perde l’originaria funzione per trasformarsi in semplice mobilia da parata, diventando ornamento degli scaloni e dei grandiosi ingressi dei palazzi patrizi: il profilo dello schienale e della fascia acquista un andamento sinuoso, trasformandosi in cassapanca, dalle superfici spesso animate da vivaci policromie. Sempre per esigenze d’apparato, si diffonde la moda francese della consol, che a partire dalla seconda metà del secolo diventa sempre più frequente e che talvolta presenta elaborazioni così sfarzose e raffinate da poterne difficilmente distinguere il confine tra arte applicata o scultura vera e propria. Compare anche la scrivania, che negli anni Ottanta conosce notevole diffusione sviluppando tipologie dette alla “San Filippo” e alla “Cardinal Mazarino”. Il seggiolone nel Seicento subisce radicali modifiche: il sedile e lo schienale sono rivestiti in cuoio inciso o in stoffe pregiate, e i braccioli, precedentemente rigidi, si incurvano e terminano con riccioli molto pronunciati e intagliati. I tavoli e i deschi continuano a riproporre la struttura cinquecentesca, ma adottano pannelli centinati sulla fascia e sui cassetti e sotto la cintura compaiono talvolta grembiuline o mensole sagomate. Almeno fino alla metà del secolo, si accentua l’utilizzo di ornare la mobilia foggiata con borchie e guarnizioni in ottone. Il canterano, all’approssimarsi del secolo seguente in taluni casi si trasforma a parziale funzione di scrittoio, reso possibile dal piano parzialmente amovibile e dal cassetto di testa a calatoia, che ne svela il vano interno con cassettiera.

Parma e Piacenza

In città la mobilia si orienta sempre più verso connotazioni fiamminghe con decorazioni fitte e affollate, l’ebano è essenza lignea molto alla moda nel ducato farnesiano, gli inventari citano sedie in ebano con pomoli in ottone e tavolini di pero con piano in ebano, benché numerosi arredi venissero eseguiti in legno di poco pregio, in quanto destinati a essere coperti o tappezzati da ricchi tessuti che ne occultavano in gran parte le strutture. L’armadio, imponente e sfarzoso, si tinge di nero a imitazione dell’ebano, si innova montando uno o due cassetti nella fascia inferiore e il cappello si verticalizza in fastigi con fitti intrecci di decori a valenza vegetale, nelle pilastrate montano in intaglio figurazioni quasi a tutto tondo, simili alle erme scolpite dal borgognone Huges de Sambin che nel 1572 pubblica Ouvre de la diversité des Termes, destinata a contribuire grandemente alla diffusione delle cariatidi nella mobilia.
L’intaglio parmense si caratterizza rispetto alle mode lombarde o di derivazione spagnola-fiamminga per un plasticismo scultoreo trattato con intaglio più turgido e aggettante, il trapasso dal manierismo al barocco è meno lento rispetto ad altri centri; nelle città del ducato farnesiano si trova ancora mobilia a struttura architettonica rigida e definita, cui si sovrappone un ornato reso in modo già naturalistico. L’affermazione del Barocco investe dapprima Parma, poi si diffonde in Piacenza: la cantoria intagliata e dorata della chiesa di san Sisto, che data al 1689 ed è stata probabilmente eseguita su disegni del Mazzocchi, ne è felice testimonianza, sempre in San Sisto Giovanni Sete, intorno al 1697, orna di intagli dorati la fastosa cornice destinata a custodire il celebre dipinto di Raffaello, ora a Dresda. La presenza nel ducato dello scultore-intagliatore cremonese Giacomo Bertesi influenzò profondamente un’intera generazione di artisti che produrranno mobilia dal carattere riccamente decorativo e plastico, di ascendenza romano-bertesiana. Tuttavia, il mobile piacentino nel Seicento mantiene generalmente i connotati della mobilia periferica, che raramente è incline ad aggiornarsi verso le sollecitazioni dei vicini centri più alla moda. Persistono forme e dimensioni che fin quasi si manterranno inalterate oltre la metà del Settecento, con pannellature centrate da motivi a spizza ottagonale, riquadrate entro cornici modanate a forte aggetto, tanto nella fronte quanto nei fianchi. Tipicamente locale è l’adozione nelle pilastrate di fregi a forte intaglio plastico, risolti a pendoni floreali. Il piede nel mobile piacentino è solitamente di dimensioni contenute.

 

Reggio Emilia

A Reggio Emilia, il cassone perde la valenza aulica per assumere il carattere più sobrio del mobile d’uso, di solida carpenteria: si caratterizzano per la modestissima decorazione affidata a cornici modanate ad andamento mistilinea, motivo decorativo che a lungo “vestirà” l’arredo locale. A partire dalla seconda metà del secolo anche a Reggio si cominciano a sentire i benefici influssi del trasferimento della corte estense da Ferrara alla vicina Modena, che si traducono in una produzione di maggior interesse.

 

Carpi

Fin dagli anni Venti, in questo centro trova larga fortuna l’utilizzo della scagliola per ornare mobili e arredi ecclesiali. Dalla scuola del Fassi escono numerosi maestri che nel corso del secolo diffondono l’utilizzo di questa tecnica in modo particolare a Ferrara, a Bologna e a Ravenna, giungendo a esportare oltre regione i loro preziosi manufatti.

 

Modena

Gli inizi del secolo vedono a Modena la corte estense, con il duca Cesare esule nel 1598 da Ferrara, passata in drammatica devoluzione allo Stato Pontificio. Nella nuova sede estense, anche in fatto di mobilia, si era portato via da Ferrara quanto si era potuto. Dagli inventari ducali apprendiamo che oltre agli arredi tradizionali, nella prima metà del secolo compaiono nuove tipologie come tavolini in ebano incrostati in avorio e numerose credenze di dimensioni contenute, dette buffetti. Le maestranze di cui giunge memoria sono: l’ebanista Fra Bernardino Forte, l’intarsiatore Alessandro Guasconi e il reggiano Alessandro Vasconi, scultore su avorio, che intarsia con materiale eburneo uno scrigno in ebano, tutti attivi in commissioni ducali.
Con Francesco I, duca dal 1629 al 1658, la corte vive una stagione che per modernitĂ  e sfarzo sembra emulare i fasti ferraresi dei tempi ferraresi di Alfonso II. La mobilia assorbe influenze francesi, spagnole e in particolare risente delle novitĂ  romane: lo stesso Bernini, di passaggio a Modena, contribuirĂ  direttamente a dare alla capitale ducale una svolta in chiave barocca.
A sottolineare il favore che lo stile barocco incontra presso gli Este, pare significativo che, tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, un’autentica schiera di doratori è impegnata a impreziosire gli arredi della nobiltà locale: Stefano Quirini, Alberto Campana, Paolo Vensani, Angelo Manzoli, Tommaso Panoni, Giovanni Fini, Sforza Campi, Giovanni Riccò, Antonio Migliani, Giacomo Barbanti, Pellegrino Trevisi, Ilario Barozzi e Sebastiano Caula, autore delle dorature nella lettiera detta di Faraone, che nel 1640 ricopre con ben 3.300 foglie d’oro e sempre il Caula, nel 1650 utilizza 1215 foglie d’oro per “vestire” la cornice contenente un ritratto della duchessa Vittoria.
Lo stipettaio-intagliatore autenticamente protagonista di questa fase stilistica è il sassuolese frate servita Carlo Guastucci, le cui opere sono spesso dorate dal suo collaboratore Bartolomeo Bratti. Il Guastucci, è autore oltre che di arredi lignei chiesastici e nobiliari, di un gran numero di importanti cornici destinate a ornare i dipinti della Quadreria Ducale, veri e propri capolavori del barocco emiliano.
Nella seconda parte del secolo, oltre al Guastucci che è operoso almeno fino al 1666, troviamo altri intagliatori-ebanisti attivi in commissioni ducali: nel 1674 Bartolomeo Bonvicini, nel 1690 Giuseppe Roduzzi e nel 1689 l’intagliatore Lorenzo Aili attivo a Parma e stipendiato dai Farnese, esegue per il principe Luigi d’Este una lettiera a intagli dorati.
Tra il 1680 e il 1690 ha bottega in città il veronese Benedetto Corberelli, specialista nel commesso in pietre dure, alla maniera fiorentina. E’ stipendiato dalla corte. Realizza, in collaborazione con l’ebanista Gherla con la sovrintendenza del pittore Francesco Stringa, alcuni medaglieri, tavolini e mobili d’esposizione, impreziositi da materiale in commesso lapideo, a testimonianza che il fascino esercitato da questa lavorazione toscana riesce talvolta a sostituire la tradizionale tecnica della meschia a scagliola, ormai fortemente radicata in Emilia.
A sottolineare come ancora in regione si continui a rivolgersi a maestranze straniere per l’esecuzione di arredi di particolare sontuosità, si pensi al canterano commissionato dal duca Francesco II a Venezia, e fatto eseguire nel 1690 dal celebre mobiliere-intarsiatore Zuane Sugioldi: si trattava di un canterano in ebano, con filettature, maniglie, boccole e chiavi in argento, preziosamente incrostato di madreperla, lapislazzuli e pietre dure e con pilastrate che montavano colonne a torciglione, dai capitelli e piedi argentei.



 

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