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Antiquariato - Il Mobile nella cultura
Scritto da Paolo Cesari   
Indice
Storia del Mobile in Emilia Romagna
Il Quattrocento
Il Cinquecento
Il Seicento
Il Settecento
Otto e Novecento

Il Settecento

Bologna

Con l’affermarsi dello stile Rococò, che in regione matura intorno alla metà del secolo, e che curiosamente viene detto “alla torinese”, influenze francesi e veneziane suggerirono l’adozione di proporzioni aggraziate e misure decisamente contenute. La diffusione della nuova moda trae in buona parte spunto dagli apporti di Giovan Battista Toselli, appunto reduce da un viaggio in Francia. Tali nuove ideazioni trovano come divulgatori Alfonso Torreggiani, Francesco Minozzi, Antonio Cartolari e Francesco Casalgrande. Tuttavia, alle dorature e alle lacche che altrove furoreggiavano, si preferì vestire la mobilia con radiche di rara e pregiata qualità, come il noce biondo, che nelle sue varietà più pregiate emula l’effetto della tartaruga. L’impiallacciatura, spesso delimitata da filetti in giallo angelino, sostituì l’ornamento a intaglio, demandato solo a vivacizzare la mobilia realizzata in massello. Di rado si usò arricchire gli arredi con applicazioni bronzee dorate alla moda francese. Il perdurare del gusto seicentesco anche a Settecento inoltrato, determinò di fatto nel bolognese una mobilia ove il gusto di tipica derivazione Luigi XIV lasciò traccia di sè nella valenza strutturale, che tuttavia venne mutata almeno nelle proporzioni, che si fecero più contenute e aggraziate, mentre le nuove mode rococò trovarono felice applicazione nelle parti destinate al decoro: l’intrecciarsi di questi due fattori stilemici apparentemente contrastanti diede vita a uno stile barocchetto che talvolta raggiunge esiti raffinati con artisti come i Toselli e i Cartolari, che meglio seppero interpretare la “vaghezza” delle nuove mode. Sebbene documentato anche nella prima parte del secolo, il trumeau trova maggior diffusione negli ultimi quarant’anni del Settecento. Di fatto, il petit meuble di gusto francese venne realizzato solo a partire dal settimo-ottavo decennio del secolo benché Bologna fosse la patria di Pier Jacopo Martello, un letterato che visse a lungo oltralpe e che scrisse il celebre Il vero parigino italiano, un testo che ebbe larga risonanza e che molto favorì in Italia il diffondersi dello stile rocaille.
Tra le nuove tipologie che si diffondono c’è il comodino, che talvolta presenta lo zoccolo inferiore sfilabile per consentirne la funzione a inginocchiatoio. La moda orientale in Bologna trova scarsa applicazione e si diffonde intorno agli anni Settanta.

Ferrara

Intorno al 1730-1740, la vicinanza con Venezia, che in quel momento era la città più moderna ed “europea”, contribuì a formare un singolare fenomeno artistico di eccezionale raffinatezza: i mobilieri locali interpretarono i modelli veneziani con una grande felicità d’invenzione e con un morbido e sciolto plasticismo, mediato da una diversa restituzione volumetrica, in maggior adesione al gusto emiliano, che tradizionalmente si mantenne meno leggiadro o capriccioso rispetto all’arredo francese o veneziano.
La presenza della dominazione pontificia ben si ravvisa anche nella mobilia settecentesca, per l’adozione di pilastrate ornate alla romana e per certe soluzioni strutturali, ma è questo un retaggio che meglio si percepisce per gli arredi aventi committenza ecclesiastica.
L’uso diffuso di radiche di noce di selezionata e pregiata varietà locale, crea effetti decorativi in perfetta simbiosi con il profilo modulato della struttura. Nei mobili di maggior pregio, le belle radiche venate furono utilizzate anche per creare le cornici sagomate degli zoccoli, delle calatoie, dei cappelli e finanche delle profilature di testa delle catene, queste ultime spesso sagomate “a coda di toro”. Ferrara sviluppa una singolare tipologia di scrittoi muniti di sopralzo a cassettiera, che non trova riscontro a livello regionale ma dove si ravvisano riferimenti francesi; in taluni casi questi esemplari sono di straordinaria bellezza formale. Tipicamente locale è il caratteristico piede a prosciutto, sovente “firmato” per la presenza di lati unghiati.
Soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo, la mobilia presenta la fronte mossa da sagomature, a comporre la caratteristica foggia detta “a balestra”. Il trumeau, monta cimase che sempre mantengono un forte timpano verticalizzato, a ripetere motivi cari all’architettura locale. Benché influssi di mode francesi e veneziane risultino evidenti, molto di rado si notano nel ferrarese mobili arricchiti dall’uso di lacche e dorature.
Nell’arredo liturgico che lungo l’intero secolo raramente si concede apertamente a una chiara metrica rococò, preferendo espressioni piuttosto modulate dalle linee barocchette e talvolta di ispirazione romana, tra gli artefici di maggior spicco attivi in città è da segnalarsi l’intagliatore Antonio Cozzetti, monaco Domenicano, che nel 1739 realizza con gusto classicheggiante i rivestimenti lignei della Cappella Canani in San Domenico; da sottolineare anche la bottega dei fratelli Baseggi, il cui capolavoro è il coro della chiesa di San Giuseppe.

Parma e Piacenza

Il nuovo secolo si apre nel ducato farnesiamo ancora fortemente all’insegna della stagione barocca, e si colgono gli influssi della lezione di Giacomo Bertesi. Se ne ravvisano tracce significative nel soffitto della sala della Rocca di Soragna, intagliato nel 1701 da Giuseppe Bosi, nella cornice dell’altare della chiesa di san Fermo a Piacenza, eseguita da Odoardo Perfetti nel 1711 e nella mobilia ascritta allo stesso Bertesi e a quella ove si legge la mano di Bernardino Barca. Parma e Piacenza, a partire dal secondo quarto del secolo, ebbero fruttuose contaminazioni anche da Genova e da Torino, dove la lezione delle opere di Filippo Parodi trova notevoli riscontri e applicazioni locali. Nel 1748, l’arrivo dei Borbone nel ducato segnò l’inizio di un generalizzato fenomeno di innovazione delle residenze di corte. La presenza di mobilia francese trasferita per arredare i palazzi ducali, determinò anche nelle case dell’aristocrazia locale l’adozione di arredi con decorazioni a tarsia sovente impreziositi da guarnizioni bronzee dorate, e per gli esemplari di minor rilevanza il decoro è demandato all’intaglio a sgorbia che introduce specchiature a cartouches che si ispirano a modelli piemontesi e provenzali. Un nuovo mutamento di gusti coincide con la presenza della duchessa Louise Elisabeth, che dalla reggia di Versailles aveva derivato un gusto raffinato e incline alle novità alla moda di gusto rococò che tuttavia a Parma ebbe breve durata. Due figure furono determinanti alla realizzazione di un nuovo e ambizioso progetto di riordino: il ministro Du Tillot, sostenitore delle più moderne teorie illuministe e collezionista di gusto raffinato e di Ennemond Petitot, decoratore e architetto tra i più fervidi sostenitori dell’antichità classica e rinascimentale, le cui innovazioni determinarono un definitivo allontanamento dal gusto rocaille, sottolineandone il ruolo di antesignano precursore del neoclassicismo emiliano. Le tavole della Mascarade à la Grécque e della Suite de vases saranno la fonte d’ispirazioni delle nuove generazioni di decoratori, stuccatori, ornatisti e intagliatori. Ebanisti come i francesi Michel Poncet e Marc Vibert, il fiammingo Michiel Drugman e intagliatori di corte come Ignazio Marchetti e Odoardo Panini operano alle dipendenze del Petitot, che nel parmense per primo introduce elementi ornamentali come teste d’ariete, corone d’alloro, figure alate, greche, ghirlande. Celebri saranno gli arredi eseguiti nella reggia di Colorno, ora dispersi. Tra il 1766 e il 1768 vengono realizzate le scaffalature della Biblioteca Palatina, una delle poche realizzazioni ispirate a progetti del Petitot ancora in situ, insieme agli arredi della chiesa di San Liborio a Colorno. Il Marchetti, intagliatore di corte fin dal 1769, esegue numerose opere di rilievo nelle chiese parmensi, rinomata testimonianza ne è l’oratorio De Rossi in San Quintino. Odoardo Panini occupa un posto di primo piano fin quasi alla fine del secolo: a lui sono da ascriversi l’ancona e l’altare eseguiti in San Pietro, le cantorie e l’organo in Santa Croce, che datano al 1785, i candelieri, vasi e pulpito per la Madonna della Steccata, le placche portacero (su disegni del Callani) per la cattedrale.
Tipica nella mobilia parmense è l’adozione di una forma ornamentale che è da ritenersi come una vera e propria “firma”: motivi “a cartella” applicati o più spesso intagliati a sgorbia sul legno massello, che entrarono anche in gran numero nelle case della borghesia locale.
L’elevato livello qualitativo e formale che contraddistingue la produzione del secondo settecento, trae origine anche dalla costituzione, nel 1765, della Scuola di Disegno e Architettura, la cui frequenza era obbligatoria per coloro che volevano essere iscritti all’Arte: si formarono così nuove generazioni di ebanisti altamente qualificati.
A Piacenza, al contrario, il gusto rocaille avrà lunga applicazione, con un’ornamentazione raramente trattata a sgorbia su massello. I mobilieri locali, fra i più noti si ricordano Pietro Canavesi e Luigi Cardinali, si specializzano in una produzione eseguita a commesso ligneo, con intarsi a disegno esile e diradato, svolto ritmicamente intrecciando forme vegetali a elementi nastriformi con un eleganza ancora affina al gusto barocchetto. Nella produzione piacentina della prima metà del secolo sono caratteristici gli armadi di struttura massiccia, ornati di riquadri e ricchi di fregi, tipiche anche le panche da anticamera, sovente decorate con pitture a carattere illusionistico. In seguito, Piacenza è dapprima contaminata dalle vicine realizzazioni di ebanisti piemontesi e lombardi e nella fase neoclassica si esprime con repertori decorativi mutuati dalla lezione del Maggiolini, trattati sovente con rigore geometrico e con mobili di dimensioni particolarmente contenute se rapportate alle produzioni limitrofe.

Modena

Vicende belliche e la naturale austerità del duca Rinaldo d’Este non furono certo un connubio vincente per favorire il diffondersi di tipologie d’arredo di particolare sfarzo. Solo il matrimonio del figlio Francesco con Carlotta Aglae d’Orleans, abituata alla vita di corta parigina, portò nel ducato una qualche ventata di novità, che si concretizzò con la costruzione della grande villa di Rivalta, concepita su modello di quella di Versailles. In questo cimento troviamo attivi il Torreggiani, e i molti, intagliatori come Giovanni Piò e Silvestro Giannotti. Con lo stile Luigi XV e l’imperante uso della lastronatura in radica, nel mobile locale spesso si ricorre all’utilizzo della radica di pioppo per i fondi delle specchiature. Le ribalte locali spesso presentano il vano superiore con i fianchi che si incurvano stringendosi verso l’alto e solitamente montano piedini di misure contenute. Emblema modenese è la cartella a blasone con ali laterali molto sagomate e allungate. Verso la fine del secolo la moda francesizzata della vicina Parma non manca di influenzare l’arredo cittadino che negli arredi a boiseries realizzate intorno agli anni Quaranta da Antonio Salvatori per il Gabinetto d’Oro del Palazzo Ducale trova formulazioni già precocemente aveva accolto le tendenze del Rococò, in quest’occasione, per conto del nuovo duca Francesco III, lavorarono anche ebanisti di rilievo, come Bartolomeo Battaglioli e Antonio Cavana.
Con il neoclassicismo molta della mobilia cittadina si presenta nella veste laccata e dorata e l’ideatore d’arredi Giuseppe Soli è personalità di rilievo in Modena per la spinta al rinnovamento Neoclassico.

Reggio Emilia

Verso gli anni Settanta del secolo, nella bassa reggiana a Rolo si sviluppa una fiorente produzione di mobilia di stile Luigi XVI e Neoclassico. L’influsso della moda della tarsia “alla Maggiolini” è qui colto con grande favore e in breve il centro sarà in grado di esportare mobilia anche di significativo livello: il mobile rolino è acquistato abitualmente a Modena, Bologna e ben presto anche oltre i ristretti confini regionali. Nel 1777 si contano almeno dieci botteghe attive e variamente specializzate.



 

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