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Antiquariato - Il Mobile nella cultura
Scritto da Paolo Cesari   
Indice
Storia del Mobile in Emilia Romagna
Il Quattrocento
Il Cinquecento
Il Seicento
Il Settecento
Otto e Novecento
L’Ottocento
Bologna

La città felsinea, con l’orientamento di Felice Giani e di Antonio Basoli, matura nell’arredo un repertorio improntato al gusto neoclassico e rinascimentale. Indirizzo che seguì anche nei suoi arredi l’architetto Pelagio Palagi, differenziandosi da Luigi Moglia e da Giuseppe Borsato, fautori di un’intonazione di stampo borghese e inclini al gusto biedermeier di ispirazione austriaca. Il Palagi è artefice di mobilia che esalta l’aulica fastosità dello stile impero, con innovazioni spesso desunte dal repertorio etrusco.

Parma Piacenza e Guastalla

Dal 1814 Maria Luisa provvede al ripristino della reggia introducendo negli arredi di gusto francese, laccati e dorati, una nota di borghese semplicità. I motivi a grifoni, cigni e cornucopie impiegati per i sostegni dei mobili passano nel mobile d’uso parmense caratterizzandone la tipologia per lungo tempo. All’interesse per l’antichità proposto dal Petitot nel Settecento si rifaranno ancora architetti come Annibale Bettoia e Paolo Gazzola quando, nel quarto decennio, curarono per Maria Luigia il riordino degli appartamenti ducali, i cui arredi furono eseguiti dagli ebanisti Guglielmo e Massimo Drugman, Ezechiele Abbate, Antonio Bosio, Pietro Canavesi e Giuseppe Musini.
A Piacenza, la vicinanza con Cremona favorisce il diffondersi dell’intaglio: in città è attivo Luciano Pezzoni, ebanista di talento che ancora nel 1820 esegue mobilia ispirata allo stile Impero, felicemente intarsiata da preziose vedute ideate eseguite a tarsia, di gusto neoclassico.

Modena

Con la Restaurazione, in città la mobilia si orienta verso dimensioni più consistenti e massicce, quasi sempre di gusto fine e moderato. Fino al 1860, anno in cui Modena entra a far parte dell’Italia unitaria, la mobilia non presenta connotati ancora contaminati dall’imperante gusto eclettico. Nel 1876 si distingue in città anche Lampridio Giovanardi, che esegue un tavolo di fine fattura con il piano impreziosito da quattromila personaggi legati alla storia d’Italia.

Faenza

Nel centro romagnolo persiste l’influsso neoclassico tutt’altro che provinciale, ispirato alla lezione di Felice Giani, che in Palazzo Milzetti affresca la Sala delle Feste, con la mobilia sempre progettata dal Giani ed eseguita da Giovanni Mingozzi e da Giuseppe Casalini. A partire dagli anni Venti, con il progressivo decadere dello stile impero, la tarsia in Faenza conobbe momenti di grande fortuna e prestigio. Nella bottega del Mingozzi si maturò una specializzazione che vide il commesso di acero e avorio su fondo di noce scura che per virtuosità tecnica ed eleganza grafica si avvicina al movimento preraffaellita, che aveva riscoperto il valore per i primitivi e per la tarsia rinascimentale.
Raffaele Bucci e Giovanni Battista Gatti detto “Il Giove della tarsia” arricchirono talvolta la tarsia con materiali come la madreperla, l’avorio, la tartaruga e altri metalli con esiti di particolare ricchezza cromatica, affini a quelli che a Firenze produssero i fratelli Falcini. Antonio Liverani è decoratore e ideatore d’arredi che contribuisce a diffondere il gusto Restaurazione in Faenza.

Il Novecento

Dopo il 1870, con l’unità d’Italia, le caratteristiche regionali andarono sempre più affievolendosi per essere assorbite da quel generale processo di eclettismo che investì la mobilia fin dagli anni Sessanta del secolo decimonono. Verso la fine dell’Ottocento e a lungo nel nostro secolo, lo stile Liberty nelle sue varie componenti lessicali ebbe nella mobilia pochi influssi originali e di reale interesse, a differenza del notevole apporto che diede alla produzione grafica e alle arti decorative in generale.
Lo stesso movimento bolognese “Emilia Ars”, fondato nel 1898 da un gruppo di mecenati e di artisti sull’esempio inglese delle Arts and Crafts, accostò elementi eclettici ripresi da modelli storicistici a suggestioni Art Nouveau nell’ambiguo desiderio di essere moderno pur senza rinunciare alla continuità di una tradizione degna di nota. Dei mobili presentati dall’associazione bolognese alla mostra di Torino del 1902, l’esuberante decorazione floreale eseguita da Vittorio Fiori è trattenuta entro rigide metriche di ascendenza neorinascimentale. A Villa Leonardi di San Domenico presso Modena, gli arredi la cui esecuzione risale al 1911, offrono, per sobrietà compositiva e accuratezza esecutiva, interessanti assonanze con i modelli della Secessione viennese.



 

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