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| Il Restauro della Carta |
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| Arte e Restauro - Arte & Artigianato | |||
| Scritto da Lucia Musetti | |||
Breve storia della Carta AnticaFonte: Lucia Musetti, restauratrice in Pontremoli  La storia della fabbricazione dei supporti scrittori è affascinante quanto articolata e segue di pari passo la crescente necessità dell'uomo di formalizzare le proprie idee.  La tecnica di lavorazione di questo supporto consisteva originariamente nell'utilizzare ritagli di tessuto, riducendoli in pasta e mescolandoli con acqua tramite battitura. A questo punto la pasta acquosa ottenuta poteva essere filtrata attraverso stuoie di bambù così da ricavarne fogli che venivano posti ad asciugare al sole. Col tempo si cominciarono ad utilizzare fibre provenienti direttamente da vegetali, quali il gelso. La scoperta della carta e il suo uso si diffusero rapidamente in tutta la Cina finché nel 750 d.C., attraverso Samarcanda, giunsero nel mondo islamico (Bagdad, Damasco) per poi diffondersi anche in Egitto, dove le acque del Nilo e la coltivazione del lino offrivano condizioni favorevoli. Nel 1100 il viaggio della carta toccò Palermo e Fez per arrivare poi in Spagna e, successivamente, in tutta Europa.  Quando in Italia nasce la prima cartiera (Fabriano, 1276), il processo manifatturiero della carta aveva già subito parecchie innovazioni, fra cui la sostituzione del traliccio di bambù con un reticolo di fili in ottone e l'utilizzo di nuovi impasti. Dovendosi avvicinare al restauro della carta risulta fondamentale conoscerne la storia dello sviluppo della manifattura, poiché ci consente di ricavarne informazione preziose riguardo alla datazione del manufatto e all'origine del degrado.  La materia prima utilizzata era essenzialmente costituita da stracci (lino, canapa e cotone), che venivano scelti a seconda della loro natura, qualità e colore prima di essere trattati con cenere di abete che ne favoriva la pulitura e lo sbiancamento. Dopo il lavaggio in acqua corrente si lasciavano gli stracci a fermentare in grandi vasche, in cui veniva aggiunta calce (idrossido di calcio) che ammorbidiva i tessuti e facilitava la successiva sfibratura. Questa veniva ottenuta meccanicamente sotto l'azione di martelli e magli in legno rinforzati da chiodi appuntiti. La pasta veniva quindi passata nella forma dove le fibre poi si disponevano per dare origine al foglio di carta, che veniva poi pressato, disteso ad asciugare e infine collato con gelatine di origine animale (solitamente pesce e cascami di macelleria), diversamente dalla manifattura orientale che prevedeva l'utilizzo di amido. La funzione di quest'ultima operazione era la stessa: rendere la superficie del foglio meno assorbente e quindi più adatta a ricevere il pigmento di scrittura.  Il processo di fabbricazione qui citato non subì grandi innovazioni fino alla fine del XII secolo e permise di ottenere supporti qualitativamente validi e dotati di caratteristiche chimico fisiche atte alla conservazione. Infatti, le carte così ottenute erano consistenti e flessibili perché costituite da fibre lunghe di pura cellulosa e resistenti al degrado chimico, in quanto le sostanze aggiunte durante la lavorazione conferivano loro una "riserva alcalina", ovvero un pH basico.
 La collatura a base di gelatine animali venne integrata, a partire dal XVII secolo, con allume (solfato doppio di alluminio e potassio), un sale utilizzato come induritore ed essicatore, ma portatore di uno dei fattori che più negativamente incidono sul degrado chimico della carta: l'acidità . Nel 1807 comparve un nuovo metodo di collatura, che prevedeva l'uso della colofonia, una resina che veniva addizionata con soda e fatta reagire direttamente "in pasta". Con l'aggiunta di allume la colofonia precipitava sulle fibre sostituendo così la collatura successiva alla formazione del foglio. Questo processo genera però acido solforico e la sua affermazione nella filiera produttiva della carta, segnò pesantemente in negativo la qualità del prodotto finale.  Il processo di sfibratura delle materie prime ebbe una svolta nel 1680, quando apparve in cartiera la "pila olandese", una macchina costituita da una vasca in cui appositi coltelli metallici lavoravano l'impasto. Si ottenne un notevole vantaggio in termini di tempi e costi di lavorazione, ma la pasta così ottenuta era costituita da fibre spezzate, molto più corte rispetto a quelle derivate dalla tradizionale lavorazione coi martelli.  Il processo produttivo ha proseguito la sua evoluzione attraverso le scoperte chimiche, con l'uso di paste trattate per raffinare materie prime impure, ma sempre più economiche, e l'impiego di macchine sempre più efficienti per accelerare la produzione (macchine "continue", ecc.)
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