La pittura ad Encausto: storia e tecnica

Fonte: Michele Paternuosto  Studio: Roma, via del Cardello 21/b (metrò Colosseo) cell. 3474795244   http://www.morenart.it/


Non sappiamo chi per primo abbia ideato l’encausto, dipingere cioè a cera passandovi sopra il fuoco.
Taluni credono sia un’invenzione di Aristeides poi perfezionata da Praxiteles, ma ci furono encausti più antichi… Pamphilos maestro di Apelles e detto non solo per aver dipinto encausti ma anche aver insegnato questa tecnica…
“.


Cosi Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia ricorda Prassitele, Apelle e altri grandi greci dell’IV secolo a.C. ma ignora che l’encausto non e nato in Grecia bensì mille anni prima nell’Egitto dei Faraoni.
Manca poco al 79 d.C. anno in cui il Vesuvio cancellerà Pompei ed Ercolano uccidendo anche lui. L’ Ammiraglio della flotta di Roma ha, infatti, esagerato: ha voluto vedere troppo da vicino le due città, mentre morivano sepolte sotto la cenere.


Dalla valle del Nilo l’encausto è emigrato in Grecia quindi a Roma. Augusto fa murare due encausti nelle pareti della Curia, e Tiberio per una tavola col ritratto d’un giovane avrebbe pagato sei milioni di sesterzi. Pitture ad encausto arricchiscono la Casa di Livia e la Domus Aurea di Nerone.

Con la fine dell’Impero e l’arrivo dei barbari l’encausto decade, finché in epoca carolingia scompare. Tramonta anche in Egitto, ultime testimonianze i fascinosi volti di Al Fayum.

Riaffiora nel Rinascimento a Firenze. Quando nel 1503 la Signoria decide di celebrare le vittorie di Anghiari e di Cascina con due dipinti da farsi a Palazzo Vecchio sulle pareti del Salone dei Cinquecento. E a tale scopo il Gonfaloniere Piero Soderini ingaggia due artisti del luogo: Michelangelo Buonarroti e Leonardo da Vinci.
Succede che Leonardo ha letto Plinio nella prima traduzione in italiano della Naturalis Historia fatta da Lorenzo Ghiberti, l’autore delle Porte del Battistero che per sbalordire il rivale Buonarroti e tutta Firenze decida di cimentarsi nell’antica tecnica.
Su spazio enorme, 10 metri per 20, l’opera prevede l’uso di colori stemperati nella cera e poi fissati a fuoco sul muro preparato a stucco. Accade pero che l’umidità della parete rende i colori instabili. Per asciugarla Leonardo fa accendere grandi fuochi ma il fuoco scioglie la cera e fa colare il dipinto. Leonardo abbandona. Oggi nel Salone dei Cinquecento non figurano ne l’encausto di Leonardo ne l’affresco di Michelangelo. Della “Battaglia di Anghiari” conosciamo soltanto il disegno della parte centrale, la “Lotta per lo stendardo”, pero attraverso copie eseguite da altri pittori.

L’encausto tramonta ancora una volta. Torna alla luce due secoli più tardi con i primi scavi a Pompei quando numerosi artisti e studiosi tentano di riprodurre la magia di quei colori sepolti per tanti secoli e ancora cosi vivi.
L’Accademia di Francia bandisce un concorso. Nel 1755 un nobiluomo, un certo conte Caylus, propone colore mescolato a cera e potassa tenuto al caldo da stendere su tavola scaldata e ripassare poi col pennello. Nel 1784 si ha notizia del tentativo di un abate, tale Vincenzo Requeno. Poi di un Philipp Hackert che tenta di dipingere a encausto la stanza da bagno del Re di Napoli. E altri ancora. Le formule sono diverse ma nessuna e quella giusta.

Con Michele Paternuosto la parabola arriva a noi. “Preso da incantamento”, passione nata visitando e rivisitando Pompei, il grande archivio della pittura romana giunto per prodigio fino a noi, studiando, provando e riprovando Paternuosto è infatti riuscito dove altri non hanno avuto fortuna.
Questione di fortuna” – dice . E racconta del suo cercare, di lontane alchimie, del nero vite che nasce da sarmenti bruciati, del nero avorio che Apelle chiamo elefantino, di fritta d’Alessandria, resina bruzia, cerussa, cinabro…
Colori da mescolare con lo zafferano o con la melagrana usata dagli arabi per tingere le pelli di giallo… Colori antichi come l’armenio, l’indaco e il purpurisso… che Plinio divideva in “austeri” e “floridi”.
E ricorda la prima volta a Pompei, quando suo padre lo condusse ancora bambino a visitare la Villa dei Misteri, una delle più straordinarie raffigurazioni pittoriche dell’antichità. ” Non c’era televisione allora. Al mio paese neanche cinema. Oggi i ragazzi hanno Harry Potter… ma quella di Pompei era magia vera…”.

Ecco, magia e un codice per decifrare Michele Paternuosto.
Che da quel giorno a Pompei non ha mai smesso il suo dialogo con l’encausto. A guidarlo nessun titolo accademico ma passione, intuito e paziente tirocinio di bottega. Come i maestri antichi.
Come chi ha raggiunto padronanza di una tecnica al punto da far apparire facile il risultato . Maestria appunto.
Perché l’encausto e non l’affresco ? “L’affresco e più spontaneo, più veloce – dice Paternuosto – mentre l’encausto e più riflessivo, più vivo. Ciò malgrado rischiamo di perderlo.
Ho letto – aggiunge – che ogni giorno nel mondo muoiono tante lingue. Che se va avanti cosi tra duecento anni parleremo soltanto in inglese e in cinese. Beh, sarebbe una grave perdita. E può accadere anche per l’encausto.
E non sarebbe giusto. Bisogna fare qualcosa. Basterebbe una scuola, insegnare l’encausto in una scuola d’arte, a Roma o magari a Pompei …
“.
Un’iperbole. E se a Firenze quando dipingeva la “Battaglia di Anghiari” Leonardo avesse avuto accanto un maestro dell’encausto?
Chissà. Di sicuro Leonardo ha sbagliato procedimento. Non doveva scaldare le pareti ma i ferri. Se il fondo e fatto come si deve, la cera resiste anche a cento gradi. A Pompei non s’e sciolta “.
“E dipende anche da dove viene la cera. Da dove hanno pascolato le api. Per esempio a Roma cere buone non ce ne sono.
E’ buona attorno al Vesuvio o più a sud, nell’ex Magna Grecia e in Grecia.
Paesi bagnati dal Mediterraneo. Plinio scrive che va immersa in acqua di mare mescolata a liscivia e poi esposta alla luna… Come che sia, se non sublima, se non diventa bianca bianca, la cera non e buona.
Ma Leonardo tutto questo lo sapeva ?…..Forse non tutto
“.

Michele Paternuosto

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