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Le facciate dipinte di Acqui Terme

Stato di conservazione e di degrado delle facciate recuperate

Attualmente, su molte delle facciate decorate acquesi, che sono state già oggetto di recupero, sono rintracciabili forme diverse di degrado. I fattori che hanno contribuito e che tuttora contribuiscono al deterioramento degli intonaci sono molti e di diversa natura, ma la loro azione assume caratteri differenti a seconda del tipo di trattamento superficiale subito.

Il degrado delle facciate a calce è diverso rispetto a quello delle facciate ai silicati, nelle quali questo fenomeno comincia a diffondersi pochissimo tempo dopo l’ultimo intervento. E quindi molto difficile operare un confronto, proprio per il fatto che, sulle facciate ai silicati, il tempo intercorso tra la data di inizio e quella di fine lavori risulta essere davvero ridotto qualora paragonato a quello delle vecchie facciate a calce.

A ciò si aggiunga che, mentre per le facciate trattate a calce il degrado è, attualmente, così diffuso da avere raggiunto gli ultimi strati dell’intonaco, fino al supporto murario, per quelle ai silicati si può ancora parlare di degrado della pellicola pittorica e più rari sono i casi in cui il fenomeno si è esteso in profondità.

L attenzione merita, dunque, di essere focalizzata sulle facciate di recente intervento, ossia l’insieme di quelle ai silicati, rispetto le quali occorre individuare quali cause abbiano agito in maniera decisiva nello sviluppo, progressivo, di questo fenomeno.

E corretto, anzitutto, parlare di degradazione degli strati costituenti la pellicola pittorica e non di semplice alterazione, poiché è chiaro il peggioramento delle caratteristiche di resistenza e durabilità del materiale. (Nota 19)

Questo peggioramento qualitativo è il frutto dell’azione combinata di diversi fattori, quasi mai dell’attività di un unico agente.

Nota 19: «Degradazione. Modificazione del materiale che implica, sempre, un peggioramento delle sue caratteristiche sotto il profilo conservativo», ad vocem, Raccomandazioni Normal: lessico per la descrizione delle alterazioni macroscopiche dei materiali lapidei, 1980, n. 1/80, pag. 2

E soprattutto l’azione dell’acqua nei suoi diversi aspetti a favorire la lenta decoesione degli strati pittorici superficiali, cagionandone la progressiva alterazione. Sotto forma di pioggia, l’acqua può generare fessurazioni e rotture degli strati di intonaco, determinando, in molti casi, la perdita (parziale o totale) di porzioni dipinte. Oltre a questa sua azione meccanica, l’acqua svolge anche un azione dilavante, che si manifesta sotto forma di erosioni e scomposizioni degli strati superficiali più esposti.

La penetrazione dell’acqua nella muratura e la conseguente evaporazione facilita il deposito in superficie dei sali che si presentano sotto forma di cristalli. In genere, i sali igroscopici sono causa dei principali fenomeni di deterioramento e la loro fuoriuscita è spesso associata alla scarsa omogeneità dell’intonaco e alla porosità degli strati più interni.

Se l’evaporazione dell’acqua avviene in superficie, è possibile parlare di efflorescenze saline , si tratta di una patina biancastra ben visibile, non eccessivamente pericolosa e facilmente rimovibile, il cui degrado è generalmente di ordine estetico. Questo tipo di efflorescenza si forma quando il clima è umido e la velocità dell’aria, a contatto con la superficie muraria, è piuttosto bassa; al contrario, quando il clima è secco e la velocità dell’aria è elevata si parla di subflorescenze saline , cristalli che si formano all’interno del materiale quando questo è sufficientemente poroso. Le subflorescenze irrigidiscono la superficie, al punto che possono causare il distacco di grosse porzioni d intonaco. (Nota 20)

Nota 20: Sull’argomento, A.N.V.I.D.E.S., Guida alla realizzazione di interventi di conservazione e manutenzione delle superfici dell’edilizia storica, Regione Liguria, 1990, pp. 37-41; E. Pedemonte, Dispense del Corso di Chimica del Restauro, A.A. 2001/2002, Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti – Facoltà di Architettura di Genova

Il fenomeno delle formazioni saline è rintracciabile anche su alcune delle nostre facciate, favorito dalla presenza nelle murature di umidità ascendente (quella cioè di risalita) e discendente (quella proveniente, ad esempio, dal tetto, attraverso fenomeni di infiltrazione). Si è avuto modo di spiegare che la presenza d acqua nelle murature non facilita la stesura dei silicati, i quali, al primo caldo, tendono a veicolare i sali in superficie, compromettendo l’esito finale del lavoro. La decisione, preliminare ad ogni intervento, di scegliere le stagioni più idonee e di rispettare i tempi necessari alla muratura per il suo completo asciugamento, non deve essere trascurata, essendo garanzia del risultato finale.

La diffusione dell’umidità di risalita (o ascendente) è favorita da tre parametri principali: il materiale col quale è stato costruito il muro, la malta impiegata e lo spessore del muro. Ad esempio, un muro a mattoni tende ad assimilare molta umidità, avendo un potere assorbente cinque volte superiore a quello della malta. Rispetto ad un muro in pietra, in uno a mattoni l’acqua può raggiungere altezze elevate in breve tempo e, maggiore è il suo spessore, più aumenta la sua capacità d imbibimento, crescendo la sezione muraria interessata dal fenomeno. (Nota 21: C. Montagni, Costruire in Liguria, Sagep, Genova, 1993, pp. 170-189)

Questo aspetto, spesso trascurato dagli addetti ai lavori, merita d essere attentamente valutato, poiché pone riserve su un usanza molto in voga, in questi ultimi anni – rintracciabile anche su molte delle nostre facciate – : quella di lasciare a vista parte dell’orditura muraria in laterizio. Non tutti i materiali lapidei, usati negli esterni, erano pensati per rimanere senza pelle , anzi, molti di questi erano di pessima fattura ma venivano comunque posti in opera (in punti non a vista) in quanto dovevano essere ricoperti dallo strato d intonaco. La scelta, a posteriori, di fare vedere l’originario tessuto murario resta unicamente di ordine estetico e ha l’increscioso merito di accelerare i fenomeni di degrado.

Anche la diversa esposizione dei lati di un edificio incide sul suo generale stato di conservazione: nel caso specifico acquese, sono state rintracciate forme di avanzato degrado lungo i prospetti rivolti su vie piuttosto strette, umide e poco soleggiate (è il caso delle Vie Manzoni e Scatilazzi), del tutto inesistenti (o di minore entità) sugli altri lati, meglio esposti (quelli, ad esempio, rivolti su Piazza Bollente).

Fino ad ora si è parlato dei fenomeni di degrado limitandoli all’insieme di facciate realizzate con i silicati, sta di fatto che molti degli ultimi interventi, contravvenendo alle prescrizioni tecniche della citata ordinanza, sono stati eseguiti ricorrendo all’uso di materiali diversi, ancora più nuovi, generalmente chiamati lavabili . Si tratta di idropitture a base di pigmenti ottenuti chimicamente, le cui caratteristiche principali sono quelle di avere un alto potere coprente e colorante, una velocità di posa maggiore rispetto quella dei silicati e la possibilità di ricorrere a manodopera non necessariamente qualificata. (Nota 22:Sull’argomento, P. Scarzella-P. Natale, op. cit., Appendice)

Palazzo Lupi poi Levi, particolare del trilobo sopra finestra del prospetto laterale: prima e dopo l’ultimo intervento di restauro conservativo

Il degrado presente sulle facciate trattate con quest’ultimo tipo di materiali è diverso, rispetto quello delle facciate ai silicati, per il fatto che trattandosi di pitture pellicolanti tendono ad alterarsi in maniera deturpante, con conseguente distacco della pellicola pittorica per screpolatura, sollevamento e squamatura. La presenza, inoltre, al di sotto del film pittorico di intonaci a base cementizia (discorso che vale tanto per le facciate ai silicati quanto per quelle realizzate con questo tipo di pittura lavabile) non fa che accrescere i fenomeni di deterioramento, accelerati dall’azione combinata degli agenti naturali e di quelli artificiali.

L’ azione dell’uomo sui manufatti architettonici può essere letta come possibile causa di degrado, generata volontariamente o involontariamente. L’ intervento dell’uomo può, infatti, rivelarsi altamente distruttivo quando si dimostra più invasivo di qualunque altro agente di tipo naturale, quando risulta in aperto contrasto con i solidi principi della conservazione e anche quando è tale da compromettere la durata nel tempo dell’oggetto architettonico.

Tra le azioni volontarie che hanno contribuito e contribuiscono al progressivo deperimento dell’edificio vi sono anzitutto, la mancanza di adeguati e continui interventi di manutenzione( Nota 23), l’ impiego di materiali poco compatibili con i supporti già esistenti (è il caso di molte delle facciate acquesi), la distruzione, spesso inutile, dei materiali di superficie per fare posto a quelli più nuovi (questo fenomeno è diffusissimo ad Acqui dove l’ipotesi di salvaguardare – laddove possibile – gli intonaci preesistenti, anziché farne di nuovi, non è stata neppure vagliata), l’ alterazione dei colori originari (in molti casi giustificata dall’adozione di quei piani del colore che, spesso, hanno dimostrato d essere fallimentari) e, infine, la modifica o totale sostituzione dei decori iniziali (aspetto, quest’ultimo, rintracciato sull’insieme di facciate di recente recupero e di cui si dirà meglio nel successivo paragrafo.(Nota 24)

Nota 23: Non a caso, anche la Carta del Restauro del 1972 a proposito delle Istruzioni per la condotta dei restauri architettonici riporta: «Premesso che le opere di manutenzione tempestivamente eseguite assicurano lunga vita ai monumenti evitando l’aggravarsi dei danni, si raccomanda la maggior cura possibile nella continua sorveglianza degli immobili per i provvedimenti di carattere preventivo, al fine di evitare interventi di maggiore ampiezza»

Nota 24: P. Mora, Deterioramento degli intonaci e possibilità di intervento, in G. Rotondi Terminiello- F. Simonetti (a cura di), Facciate dipinte, Sagep, Genova, 1984, pp. 153-154

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