Lo strappo degli affreschi

pubblicato il 30 novembre 1999

La rimozione di un affresco è sempre un intervento complesso: esso è particolarmente invasivo e va realizzato solo quando tutte le altre possibilità di intervento sono da escludere ed è necessario allontanare gli affreschi dalla loro sede originaria. Il moderno studio sui materiali ha fornito un valido aiuto per questa tipologia di restauro.


In Breve

Fin dal secolo XIX lo strappo è considerata la tecnica più moderna per la rimozione degli affreschi dalla loro collocazione originaria. Lo strappo comporta la rimozione della pellicola pittorica dell’affresco, senza la porzione di intonaco sulla quale è stesa: si ottiene così un sottile strato di calcare colorato formatosi per la carbonatazione della calce, legante della malta dell’intonaco. Per la realizzazione della tecnica dello strappo è necessario applicare sulla superficie dell’affresco delle tele sottili e resistenti, legate allo strato pittorico per mezzo di colle reversibili che non ne danneggino l’aspetto. Staccando le tele dalla parete resta attaccato ad esse lo strato affrescato: questa operazione è particolarmente delicata e occorre usare ogni cautela.

Altre tecniche di intervento per distaccare un affresco dalla parete sono quella dello stacco, che comporta l’asporto dell’intonaco e quella dello stacco a massello che prevede il distacco di una parte della muratura su cui l’affresco è stato dipinto.


Lo strappo e lo stacco

Lo strappo e lo stacco sono due tecniche per rimuovere dipinti murali dalla loro sede.

Si tratta di operazioni deontologicamente scorrette se si eccettuano casi molto particolari da valutarsi di volta in volta (calamità naturali, possibilità di perdita irrimediabile, ecc..). Si tende a fare tutto ciò che è possibile per mantenere un dipinto murale dove è nato per evitare di impoverire il patrimonio architettonico. Le due tecniche erano ampiamente applicate fino a tutti gli anni 70 si è poi gradualmente spostato l’attenzione dallo strappo, che rimuove poche decine di micron di superficie pittorica, allo stacco che rimuove anche una buona quantità dell’intonaco originale. Pur risultando più invasiva per l’architettura questa seconda tecnica ha infatti l’innegabile vantaggio di restituire un dipinto murale più integro nella forma e di più facile conservazione.

A causa dell’abuso che se ne fece storicamente, negli anni 60 si cominciò a nutrire dubbi su tali tecniche e soprattutto sullo strappo e si decise di regolamentarne l’uso. Lo strappo e lo stacco di qualsiasi superficie dipinta sono tuttora soggette ad autorizzazione da parte della Sovrintendenza anche nei casi di dipinti non visibili e/o non sottoposti a tutela. L’ esecutore dello strappo o dello stacco commette una violazione grave se non provvede a comunicare l’intervento e ad ottenerne l’autorizzazione e rischia se non ricordo male addirittura la reclusione.

La normativa è particolarmente severa perché in passato (e sporadicamente anche oggi) la tecnica veniva usata da ladri di dipinti soprattutto su murature archeologiche o di edifici in stato di semi abbandono e anche da antiquari e mercanti di immobili che non si facevano alcuno scrupolo a strappare integralmente l’apparato decorativo di castelli e residenze signorili prima di rivenderli.

Lo strappo multiplo

Altra pratica molto deleteria era lo strappo multiplo che prevedeva la rimozione di uno spessore inferiore allo strato pittorico rendendo possibile di fatto moltiplicare gli affreschi… si parlava così di primo, secondo o anche terzo o più strappo (ogni strappo successivo veniva effettuato sul residuo di strato pittorico che rimaneva sul muro). Lo strappo oltre a questa moltiplicazione permette di “lavorare” sulle dimensioni e sulle forme degli affreschi rendendo possibile “spianare” superfici concave o convesse e viceversa o dilatare e restringere in un certo range lunghezza e larghezza del dipinto stesso. Queste alterazioni sono ovviamente sconvenienti per l’opera e vanno a comprometterne profondamente la natura e il significato.

Lo stacco a massello

Per tale ragione lo strappo ancor più dello stacco e da considerarsi una tecnica discutibile. Più accettato invece dello stacco e quello che viene definito “stacco a massello” che prevede, nei casi in cui è applicabile, di rimuovere anche la muratura su cui sussiste l’affresco. Tale operazione è da svolgersi in un unica soluzione permettendo di mantenere il più integro possibile il dipinto murale. E usato (anche se molto raro) esclusivamente per rimuovere dipinti murali su ruderi di scavi archeologici da abbandonarsi o in caso di mura pericolanti in seguito a calamità (crolli, terremoti, alluvioni…) in quanto risulta ovviamente troppo distruttivo su una superficie architettonica convenzionale è comunque un uso non generalizzabile e da valutarsi di volta in volta.

Tecniche pericolose

A causa della potenziale pericolosità delle tecniche di cui sopra nel corso dei decenni si è cercato di accantonarle sempre più soprattutto a livello istituzionale e della formazione (anche per non diffondere tecniche utilizzabili in modo criminoso). Per tale ragione sono tecniche che raramente vengono apertamente insegnate e quasi nessuno studente ha mai visto uno strappo vero anche se generalmente viene insegnato il principio di funzionamento da un punto di vista teorico.
Lo stacco è abbastanza intuitivo da capire… si protegge la superficie e si lavora da dietro per rimuovere il dipinto murale.

Lo strappo invece è un po più complesso.
In estrema sintesi un collante (tradizionalmente colla animale) viene steso sulla superficie da strappare. Il collante penetra nei pori per una profondità che dipende da un numero di variabili piuttosto elevato (porosità dell’intonaco, tipo di collante, diluizione del collante, presenza di umidità nell’intonaco, temperatura dell’intonaco, presenza di sali solubili, condizioni meteorologiche, …) dopo essere stato steso si ricopre con delle tele che vengono a loro volta intrise di collante. Si ha quindi l’essiccazione che provoca generalmente anche una contrazione del collante (di nuovo tempi di essiccazione e entità della contrazione dipendono da variabili analoghe a quelle enunciate sopra… comunque si parla nella tecnica tradizionale di giorni se non settimane).
A questo punto a causa della contrazione del collante si ha, alla profondità di penetrazione, uno sgretolamento che produce una superficie di discontinuità che permette con una leggerissima trazione di rimuovere il dipinto murale.

Sapere i tempi, le concentrazioni, le temperature di esecuzione fa parte di quel know how che difficilmente qualcuno ti svelerà e che comunque variano in genere da esecutore a esecutore.
I margini di sicurezza dell’intervento sono anch’essi difficili da ponderare… in generale comunque si può strappare solo d estate e nei muri che non contengono sali… molti dipinti, per le loro caratteristiche, non sono tuttavia adatti ad essere strappati e se non si è esperti il rischio di rovinare irrimediabilmente un opera è molto concreto.

Intervento di strappo

Fonte: Le prove d’intervento di Mauro Pelliccioli negli anni 40 e 50 del Novecento

Il rilevamento dello stato di conservazione degli affreschi di Giotto nei cantieri didattici ICR 1988-92. Sintesi dei dati

L’ attività di Pelliccioli a Padova nella cappella degli Scrovegni, avviata nel corso dell’ultimo conflitto mondiale e brevemente ripresa a poca distanza di anni, è legata non al restauro dell’intero ciclo pittorico, ma a prove d’intervento su alcuni affreschi scelti come campione. Prove il cui esito doveva purtroppo suscitare critiche e diffidenze tali da precludere un suo successivo coinvolgimento.

Cappella degli Scrovegni: Esterno
Cappella degli Scrovegni:Interno

Nel 1944, all’indomani del bombardamento che provoca la parziale distruzione della vicina chiesa degli Eremitani, e la perdita di gran parte degli affreschi della cappella Ovetari, viene presa per la prima volta in considerazione dalle Soprintendenze di Venezia e dal Comune di Padova, la possibilità di rimuovere gli affreschi della cappella per poterli ricoverare in luogo sicuro. Mauro Pelliccioli viene dunque chiamato a Padova ad eseguire alcune prove, con l’intento di sondare la fattibilità dell’intervento in caso di necessità e di individuare le metodologie più appropriate.

Cappella degli Scrovegni: Particolare di un Medaglione

Le operazioni vengono effettuate sulla volta dove il restauratore procede alla rimozione di 4 medaglioni, sperimentando sia la tecnica dello stacco che quella dello strappo . Le difficoltà richieste da una rimozione mediante strappo sono subito evidenti a causa della buona coesione tra pellicola pittorica e intonaco negli affreschi giotteschi e quindi limitate ad un solo medaglione. Non meno semplici sono le operazioni di stacco che vengono effettuate procedendo ad una preventiva demolizione della muratura retrostante e comportano una considerevole perdita di intonaco originale nelle aree limitrofe. I pannelli rimossi sono poi ricollocati in situ nel 1947.

Intervento di spolveratura

Nel 1952 Pelliccioli è nuovamente chiamato a Padova per effettuare “un saggio di spolveratura” sul quarto registro verticale della parete sinistra comprendente i riquadri della Fioritura delle verghe, della Resurrezione di Lazzaro e del Noli me tangere.

Cappella degli Scrovegni: La resurrezione di Lazzaro

L’ intervento viene eseguito su indicazione della II Sezione del Consiglio Superiore di Antichità e Belle Arti, del Ministero della Pubblica Istruzione, chiamata nel 1948 dalla Soprintendenza ai Monumenti di Venezia ad esprimere un parere sul problema della rimozione dello spesso e continuo deposito di polveri sulla superficie affrescata. Problema questo da sempre evidenziato per i dipinti della cappella, ma sicuramente aggravato dalla realizzazione durante la guerra di strutture protettive dell’edificio, sia all’esterno che all’interno, che prevedevano un largo impiego di sabbia, sia in sacchi che libera.

Un intervento che non convince

Gli esiti dell’intervento sugli affreschi del quarto registro, ancora in corso nel maggio del 52, non convincono tuttavia alcuni dei membri della II Sezione del Consiglio Superiore. Si considera la pulitura “portata troppo a fondo” e si ventila l’ipotesi che il Pelliccioli abbia fatto uso di sostanze caustiche come la soda, o di altre sostanze organiche la cui persistenza poteva nel tempo causare il degrado degli affreschi. Le indagini eseguite dal Prof. Enrico Crepaz, dell’Istituto di Chimica industriale dell’Università di Padova, incaricato di verificare la presenza di tali sostanze, danno esito negativo, ma le problematiche relative alla conservazione degli affreschi di Giotto sono ormai sollevate. In considerazione delle responsabilità che il restauro comporta, sia a livello nazionale che internazionale, la II Sezione del Consiglio Superiore richiede la convocazione di una Commissione internazionale di esperti, che esamini i problemi tecnico-scientifici relativi alla conservazione e alla protezione della cappella e suggerisca i provvedimenti più adatti.

La proposta è accolta dal Ministero della Pubblica Istruzione e all’Istituto Centrale del Restauro viene affidato l’incarico di compiere quegli accertamenti preliminari sullo stato di conservazione degli affreschi che non erano stati effettuati prima di affrontare la pulitura dei tre riquadri.
La Commissione si riunisce a Padova nei giorni dal 21 al 23 maggio del 1953 e i riquadri restaurati da Pelliccioli sono nuovamente presi in esame. I tecnici convocati hanno modo di osservare da vicino le condizioni conservative degli affreschi e il livello di pulitura raggiunto da Pelliccioli e interrogare lo stesso restauratore sulle procedure dell’intervento.

Dai verbali delle riunioni è possibile desumere con certa precisione materiali e metodi impiegati.

Pulitura. Per la rimozione di depositi di polvere, muffe e sostanze proteiche applicate come consolidanti nei precedenti restauri, Pelliccioli procede:

per le parti a fresco mediante applicazione ripetuta di panni di spugna appena umidi, secondo una tecnica già impiegata ad Assisi. Nell’acqua utilizzata per bagnare i panni aggiunge formaldeide, per conferirle un azione disinfettante. Il metodo è adottato con particolari cautele anche per parti a secco eseguite con pigmenti differenti dall’azzurrite;

per le parti a secco eseguite ad azzurrite, affette da gravi problemi di decoesionamento, i panni umidi vengono semplicemente appoggiati alla superficie e quindi tolti funzionando a guisa di impacchi assorbenti. Per queste zone viene adottato in alternativa anche un altro metodo, sebbene dai verbali non risulti particolarmente chiaro il criterio di preferenza. Si tratta di un metodo di pulitura a secco per leggero sfregamento della superficie con un impasto gommoso, che non lascia residui sulla superficie, a base di farina di frumento e solfato di rame. Pelliccioli ne descrive brevemente il metodo di preparazione e dice di averne avuto la ricetta negli anni 30 da un restauratore tedesco.

Consolidamento. Per restituire coesione alle campiture a secco ad azzurrite di cieli e manti, così come per i minuti sollevamenti delle lamine metalliche, Pelliccioli ricorre all’impiego della gomma lacca disciolta in alcol etilico. Per le parti eseguite a fresco viene applicata sulle superfici con la funzione di ravvivare il tono dei colori, ma anche con azione blandamente consolidante la gomma arabica disciolta in acqua in concentrazioni tali da non rendere le superfici riflettenti.

Emerge con chiarezza dai verbali che quando Pelliccioli viene chiamato a dare delucidazioni sui metodi impiegati, una valutazione è già stata espressa dalla Commissione a fronte del sopralluogo effettuato in cappella. Concorde è il giudizio nel riconoscere la drasticità dell’intervento con le seguenti motivazioni:

– il metodo di pulitura con panni umidi, valido se impiegato su superfici affrescate in buono stato di conservazione, applicato ai dipinti di Giotto agli Scrovegni con evidenti problemi di perdita di coesione degli strati pittorici ha provocato l’asportazione di parte consistente della materia originale;

– insieme al colore polverizzato sono state inoltre rimosse velature delicatissime, impiegate da Giotto per modellare gli incarnati e ancora visibili sui riquadri non sottoposti a pulitura.

L’ attività di Pelliccioli a Padova si chiude di fatto con il giudizio espresso dalla Commissione internazionale che chiede una sospensione dei lavori in attesa che vengano studiate appropriate metodologie di pulitura e consolidamento e presi adeguati provvedimenti per il condizionamento e l’abbattimento delle polveri nella cappella.


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