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Pittura Murale: Gli Affreschi
| La tecnica dell'Affresco |
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| La Pittura - Pittura Murale | |||||||||||||||
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Fonte: testi: S. Baroni - Redazione Sacrum Luce
La StoriaAffresco è un termine che deriva dall'espressione "a fresco" e fa riferimento alla pittura murale: si tratta di un opera dipinta, appunto, su una superficie ancora "fresca", umida di calce e sabbia con colori di costituzione terrosa, in modo rapido e in ogni caso prima che la superficie preparata si sia seccata. La caratteristica dell'affresco infatti è data dalla reazione chimica che avviene tra la calce spenta, presente nell'intonaco, e l'anidride carbonica dell'atmosfera; da tale reazione si origina una pellicola di carbonato di calcio che esplica la funzione di legante fissando stabilmente i colori.
Dalle fonti e dall'osservazione archeologica risulta che un intonaco romano è costituito generalmente da due strati ben distinti, che possono essere formati, ciascuno, da numerose stesure sovrapposte, fino ad uno spessore complessivo di 8-12 cm. Ogni stesura veniva applicata quando la malta era ancora umida, cioè cominciava appena a fare presa, se invece era già asciutta veniva picchiettata per far aggrappare la nuova malta.
L'esecuzione di un affresco romano nella tarda repubblica e in epoca imperiale era condotta da due figure distinte di artisti: il decoratore, "tector albarius", applicava l'intonaco, stendeva le campiture di base, eseguiva le decorazioni più semplici con motivi ripetuti e dipingeva le decorazioni architettoniche; il "pictor imaginarius" completava la pittura con le scene figurate.
L' alto medioevo
Si terminava, infine, definendo ombre, luci, particolari, usando talvolta, quando l'intonaco si era ormai seccato, i colori a calce. Certamente già alla fine dell'epoca classica un altro pratico genere di pittura si era diffuso per opere decorative e compendiarie. Sull'intonaco secco o ancor fresco, si stendevano più mani di calce, come un imbiancatura; su di essa poi si dipingeva con colori diluiti in acqua e forse, secondo il caso, in deboli soluzioni collanti. Talvolta alcuni colori ricevevano anche modiche addizioni di calce, così da rimanere meglio fissati e forti nell'adesione al supporto. Questa tecnica, largamente usata nella pittura delle catacombe e paleocristiana, passò quasi inalterata al Medioevo, ovviamente con le varianti generatesi in differenti regioni, per l'uso di materiali e pigmenti diversi e per singole operatività e tradizioni delle varie maestranze. Nel suo trattato "Diversarum Artium Schedula", l'anonimo monaco nascosto sotto lo pseudonimo grecizzante di Teofilo descrive un metodo di pittura derivante da queste remote pratiche, che troverà larga diffusione nella pittura romanica europea: consiste nel bagnare l'intonaco di calce e sabbia già secco e stendervi una mano di calce, quindi dipingervi mentre è così bagnato con colori diluiti in acqua di calce. Gran parte delle pitture murali medioevali, fino a tutto il XIII secolo, sono eseguite sostanzialmente in questo modo; nella decorazione murale tale tecnica, detta pittura alla calce, simile all'affresco nel risultato finale, avrà vita ininterrotta fino al principio del XX secolo.
La tecnica bizantina risulta più accurata per ciò che concerne la preparazione del supporto: lo strato preparatorio è più profondo ed è spesso possibile distinguere tra arriccio più grossolano e l'intonaco (detto intonachino). I maestri lavorano con vari aiuti, secondo modelli ed iconografie prestabilite; l'artista bizantino segue un ordine fisso nell'eseguire il dipinto, definendo prima con strumenti appositi le proporzioni, poi stendendo il disegno preparatorio e applicando i colori di fondo e finendo con il segnare i tratti specifici, le luci e le ombre. Ne risulta una pittura a tratti lineari, a contrasto di colori e marcata distinzione di toni (si usavano colori misti a calce o gesso).
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