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Una lettera di Salvatore Settis al premier che verrà Stampa E-mail
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Fonte: 28 gennaio 2013  , Una lettera di Salvatore Settis al premier che verrà

da :     www.patrimoniosos.it

Per l’importanza e l’urgenza degli argomenti discussi in questo testo, pubblicato su “l’Espresso” e ripreso oggi da patrimoniosos.it, crediamo sia importante contribuire alla sua diffusione segnalandolo anche in questo sito.

Caro premier, salva l’arte . Di Salvatore Settis — l’Espresso, 25.01.2013.

Un grande storico e archeologo scrive al capo del governo che verrà. Perché nella sua agenda metta al primo posto la difesa di ambiente e cultura

Al prossimo presidente del Consiglio (chiunque sia).

Salvatore SettisSignor Presidente, negli ultimi anni, principi costituzionali e pratiche politiche consolidate hanno subito una continua erosione. Sotto il peso (o con l’alibi) della crisi economica, tagli spietati hanno colpito la spesa sociale: scuola, cultura, università, tutela del patrimonio e dell’ambiente, ricerca, teatro e musica, sanità. Anche quando i “tagli lineari” (cioè ciechi) dei governi di destra sono stati ribattezzati spending review, in nulla hanno giovato al pubblico interesse: al contrario, hanno ridotto il livello dei servizi ai cittadini, favorito la recessione, incrementato la disoccupazione.
Colpendo la dignità di chi (non) lavora e l’equità, questa politica mina alla radice democrazia e libertà.


La nuova legislatura può segnare una svolta, reinnescando quel che da tempo manca al nostro Paese:
creazione di competenze, creatività, innovazione, occupazione. Al vertice delle priorità del governo devono essere la cura dell’ambiente e la messa in sicurezza del territorio. E' un compito immane, perché questi temi sono stati trascurati per decenni. Ma è un traguardo essenziale, che merita investimenti sostanziosi e può assorbire più forza lavoro di quella per “grandi opere”, spesso invecchiate prima di nascere.


Cura dell’ambiente vuol dire tutela della salute, ma anche tutela del paesaggio, a cominciare dal paesaggio agrario; vuol dire promozione dell’agricoltura di qualità, con potenti ricadute economiche. Vuol dire protezione del patrimonio culturale, salutato a parole come maggior ricchezza d’Italia, ma di fatto abbandonato al degrado.

Questi temi sono fortemente legati fra loro. È perciò urgente agire sulle istituzioni, ponendo fine alla condizione residuale del ministero dei Beni culturali e alla scelta di ministri incapaci. Esso può essere accorpato al ministero dell’Ambiente, per una nuova politica fondata sulla cultura della prevenzione, dal controllo del rischio idrogeologico alla conservazione programmata del patrimonio culturale. Ma anche questa “mossa” sarebbe inefficace, se non si accompagnasse a un forte reinvestimento sui Beni culturali, che quanto meno rimedi al cinico taglio di oltre un miliardo perpetrato da Berlusconi nel 2008.

È inoltre necessario il rinnovo del personale, ibernato dal blocco del turn-over, mediante una sana politica di assunzioni per merito, aperta a esperti non solo italiani.

Il futuro di un Paese dipende da tre fattori: lungimiranza degli obiettivi, formazione dei giovani, innesco di energie creative.

In Italia da decenni accade il contrario: le riforme della scuola e dell’universirà sono ispirate non da un qualsivoglia progetto culturale, ma dalla decisione di tagliare a ogni costo i bilanci nel segno di un miope neoliberismo. La ricerca di base (la sola che produca esiti, anche economici, di lungo periodo) è accantonata in favore di uno “sguardo corto” che pretende risultati misurabili in tempi
brevi; la qualità viene esiliata in favore della quantità.

Riportare il futuro al centro della politica rilanciando scuola, università e ricerca mediante accorti investimenti sulla qualità e nuove assunzioni in base al merito: ecco un’altra prioritàdel governo. Altri Paesi, dagli Stati Uniti alla Germania alla Francia, stanno investendo in istruzione e ricerca come mezzi per combattere la crisi economica; in Italia si fa l’opposto. E tempo di rompere questo isolamento, recuperando l’alta tradizione italiana e ricollocando al centro il sistema pubblico di istruzione anziché, come si è fatto negli ultimi anni, depotenziarlo in favore del settore privato.

Questi obiettivi minimi non sono degli optional. Essi corrispondono all’orizzonte dei diritti prescritto dalla Costituzione. La Costituzione, per intenderci, a cui il nuovo governo presterà giuramento, e non una pretesa “Costituzione materiale”. La centralità della cultura è scolpita nell’art.9: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

Autonomia delle università, centralità della scuola pubblica, diritto allo studio (art. 33–34), libertà di pensiero (art. 21) sono aspetti del diritto alla cultura, essenziale allo sviluppo della personalità individuale (art. 3) e al «progresso spirituale della società»(art.4).

Questi principi fondamentali dello Stato sono costantemente disattesi con l’alibi di una “tecnicità” che produce tagli, ma non sviluppo. Devono tornare al centro delle politiche del governo, nel loro nesso con altri diritti essenziali sanciti dalla Costituzione: il diritto alla salute (art. 32), il diritto al lavoro (art. 4), la «pari dignità sociale». (art. 3).

La disgregazione, anzi la “macelleria sociale” che è sotto i nostri occhi ha in questi principi il suo rimedio: perché solo se i diritti sono riconosciuti è possibile esigere «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2).


I problemi globali dell’economia e la pessima gestione dei bilanci hanno messo in ombra questi principi, e il “governo tecnico” ha interpretato il proprio mandato alla luce di un precetto che la Costituzione non contiene, anzi nega: la priorità dell’economia sui diritti. È tempo di mettere sul tavolo il contrasto fra la necessità (che tutti riconoscono) di risanamento dei bilanci e l’obbligo (che molti dimenticano) di rispettare la legalità costituzionale.

La “ricetta tecnica” di tagliare alla cieca la spesa sociale ha prodotto solo recessione, disoccupazione, disordine. Per uscire da questo vicolo cieco occorre reperire con urgenza nuove risorse, combattendo con fatti e non parole l’enorme evasione fiscale: 142,47 miliardi di euro di tasse non pagare nel solo 2011 (dati Confcommercio). Recuperandone almeno la metà, si potrebbe cominciare a sanare il debito pubblico e investire in scuola, ricerca, patrimonio, sanità, innescando processi virtuosi di stimolo della creatività e dell’economia.

Una sana spending review dovrebbe cancellare spese vane o dannose, a cominciare dal ponte sullo Stretto e da altre “grandi opere”, dall’acquisto insensato di aerei da guerra e sommergibili, da interventi onerosi e fallimentari come il “salvataggio” Alitalia.

Qualificare la spesa capovolgendo le priorità dei governi di questa legislatura è il primo passo verso un rinnovato ruolo dell’Italia in Europa. Per non essere a rimorchio degli gnomi delle Borse, l’Italia deve fare appello alle enormi energie creative dei cittadini, che hanno nella nostra storia, arte, cultura il loro inesauribile tesoro. È un “conto in banca” che non è quotato in Borsa, ma vale più di qualsiasi spread.
Dimenticarlo è delittuoso, anche perché condanna l’Italia a un ruolo gregario indegno delle sue potenzialità. Promuoverlo è necessario, per rilanciare un’idea di Stato-comunità che costruisce e difende i diritti delle generazioni future.

La Costituzione non va cambiata, va riletta alla luce del presente, come la Carta della nostra identità culturale. Perché, molti economisti oggi lo riconoscono, la distruzione dell’identità storica disgrega la società e ne riduce la produttività, mentre ogni “crescita endogena” si fonda sul pieno recupero dell’autocoscienza culturale delle comunità. Uno sguardo lungimirante, una
consapevole capacità di futuro: questo, signor presidente, gli italiani aspettano dal nuovo governo.

 

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