Carta del Restauro 1987

Allegato A

Istruzioni per la tutela dei centri storici. 
L individuazione di un «centro storico» è possibile solo a condizione di unificare sotto il concetto di aggregazione abitativa sia la città che il villaggio e di sottintendere nella parola storico la particolare messe di significati attuali e potenziali che si attribuisce al «centro». In altre parole un «centro storico» può essere definito un aggregazione abitativa il cui significato è insostituibile nella storia di un area culturale dell’umanità.

Aigues-Mortes e San Gimignano, per esempio, possono essere considerati campioni insigni di centri storici.


E tuttavia la storia specifica di altri centri, anche dei più grandi, mostra che in moltissimi casi il concetto di «centro storico» può essere identificato con quello di «centro antico» e costituire solo un area, l’area storica, di una città, anche grandissima, sviluppatasi tutt intorno o anche secondo determinate direzioni nelle forme più moderne e, talvolta, anche nelle più caotiche, stravolgenti e quasi sommergendo i lineamenti delle aree che costituivano il centro originario sotto l’onda di piena della moderna urbanizzazione. Il primo compito di tutela, conservazione e restauro riguarda, dunque, i centri e/o le aree storiche superstiti, minacciati non solo dalle calamità naturali e da quelle prodotte dagli uomini, ma anche dallo sviluppo urbano «selvaggio» e dall’altrettanto selvaggia industrializzazione. Tale compito, tutt altro che facile, coinvolge, oggi, le competenze e le iniziative amministrative più varie: delle Regioni, del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, del Ministero dei Lavori Pubblici, del Ministero dell’Ambiente e altre ancora. In mancanza di una legge che obblighi al coordinamento tutte le istituzioni pubbliche coinvolte nell’opera di tu tela, conservazione e risanamento (ed è auspicabile che vi si ponga mano subito e proprio per iniziativa del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali), possono essere qui enunciati solo pochi principi generali e qualche indicazione di dettaglio urbanistica. Nell’intraprendere un progetto di intervento su un centro storico devono essere attentamente valutati:

a) la natura storica dell’aggregazione originaria;

b) le ragioni che hanno determinato in passato la sua sopravvivenza ovvero la sua parziale scomparsa ovvero, ancora, la sua relativa stasi o conservazione;
c) le ragioni che, a breve o a lungo periodo, minacciano la sua conservazione, sia che si tratti di tendenze all’abbandono, sia che si tratti di tendenze alla demolizione sostitutiva per un più vantaggioso utilizzo del suolo o di qualche struttura. A queste si aggiungano le ragioni di eventuali situazioni di dissesto idrogeologico derivanti essenzialmente dall’assenza di una cultura e di una prassi sistematica dell’uso delle risorse naturali e artificiali.

In linea di massima le circostanze che hanno contribuito a frenare la distruzione, l’abbandono o il riutilizzo selvaggio debbono essere individuate e chiamate a cooperare nell’opera di salvaguardia e risanamento di un centro storico. Perciò, nella gran parte dei casi, è prudente o opportuno uno studio attento e articolato delle possibilità naturali di riuso delle strutture di un centro e del ripristino, per quanto possibile, dei suoi aspetti caratterizzanti sia nei volumi che nelle loro distribuzioni e nel loro raccordo viario, nonché nella coloritura dei singoli fabbricati e nell’arredo urbano superstite. In tale studio dovranno essere ovviamente scartate le forme di riuso che renderebbero vana l’operazione di risanamento e di conservazione.

Tra i primi strumenti di riadeguamento di un centro storico al sito in cui è collocato, vanno menzionati piani di ristrutturazione e salvaguardia idrogeologica da confrontare sistematicamente con i piani di utilizzazione agricola e forestale; anche in questo caso la carenza di una cultura e di una prassi sistematica può essere esiziale. Premesso tale quadro relativo all’assetto del territorio, è evidente che nei piani di ristrutturazione urbanistica e di salvaguardia di un centro storico dovrà essere prima di tutto attentamente considerato l’aspetto ambientale in senso lato: un minuscolo centro ben conservato e ben isolato (per esempio Monteriggioni) ha bisogno di un anello di aree di rispetto da mantenere a colture verdi per un raggio proporzionato alla grandezza del centro stesso, mentre aree storiche già in via di essere sommerse dall’edilizia intensiva debbono essere soggette a limiti appropriati di altezze e di volumi. Com è ovvio, gli strumenti urbanistici debbono in tutti i suddetti casi intervenire tempestivamente e in anticipo, calcolando che, qualora si giunga in ritardo, l’impatto di forme di urbanizzazione intensiva possono stringere come in un cappio le zone storiche, sottoponendole a uno stress veicolare intollerabile anche dal punto di vista ecologico.

Per quanto riguarda i singoli elementi attraverso i quali si attua la salvaguardia dell’organismo nel suo insieme, sono da prendere in considerazione tanto gli elementi edilizi, quanto gli elementi costituenti gli spazi esterni (strade, piazze ecc.) e interni (cortili, giardini, spazi liberi ecc.), altre strutture significanti (mura, porte, rocce ecc.), nonché eventuali elementi naturali che accompagnano l’insieme, caratterizzandolo più o meno accentuatamente: contorni naturali, corsi d acqua, singolarità geomorfologiche (quali la Rupe di Orvieto) ecc.

Gli elementi edilizi che ne fanno parte vanno conservati non solo nei loro aspetti formali, che ne qualificano l’espressione architettonica o ambientale, ma altresì nei loro caratteri tipologici in quanto espressione di funzioni che hanno caratterizzato nel tempo l’uso degli elementi stessi. In ogni caso per questi valgono le norme di cui nell’allegato B.

Agli interventi di ristrutturazione urbanistica si può aggiungere il riassetto viario. Esso va riferito alle analisi e alla revisione dei collegamenti viari e dei flussi di traffico che ne investono la struttura, col fine prevalente di ridurne gli aspetti patologici e ricondurre l’uso del centro storico a funzioni compatibili con le strutture di un tempo.

La revisione dell’arredo urbano concerne le vie, le piazze e tutti gli spazi liberi esistenti (cortili, spazi interni, giardini ecc.), ai fini di un omogenea connessione tra edifici e spazi interni. Tale revisione riguarderà, come già indicato, anche gli aspetti cromatici dell’edilizia dei centri storici.

I principali tipi di intervento a livello edilizio sono:

1 – risanamento statico e igienico degli edifici tendenti al mantenimento della loro struttura e a un uso equilibrato della stessa; tale intervento va attuato secondo le tecniche, le modalità e le avvertenze di cui alle istruzioni per la condotta dei restauri architettonici (vedi allegato B). In questo tipo di intervento è di particolare importanza il rispetto delle qualità tipologiche, costruttive e funzionali dell’organismo, evitando quelle trasformazioni che ne alterino i caratteri;

2 – rinnovamento funzionale degli organismi interni, da permettere soltanto laddove si presenti indispensabile ai fini del mantenimento in uso dell’edificio. In questo tipo di intervento è di importanza fondamentale il rispetto, per quanto possibile, delle qualità tipologiche e costruttive degli edifici, evitando funzioni che deformino eccessivamente l’equilibrio tipologico-costruttivo (e anche statico) dell’organismo. Strumenti operativi dei tipi di intervento sopra elencati sono essenzialmente:

a) piani territoriali di coordinamento e di miglioramento delle risorse idriche, geologiche, agricole, forestali, in relazione ai piani di viabilità ferroviaria e automobilistica, nonché marittima, fluviale e lacuale;
b) piani territoriali di coordinamento urbanistico, da integrarsi ai precedenti;
c) piani regolatori provinciali, da inquadrarsi nei precedenti;
d) piani regolatori generali (comunali) ristrutturanti i rapporti tra centro storico e territorio, tra centro storico e città nel suo insieme;
e) piani particolareggiati relativi alla strutturazione del centro storico nei suoi elementi più significativi;
f) piani esecutivi di comparto, estesi a un isolato o  un insieme di elementi organicamente raggruppabili;
g) piani del colore, adeguatamente controllati su dati fisico-chimici oltre che autoptici e a mezzi di un estesa istruttoria, in cui si tenga conto della «tradizione cromatica» di ogni centro storico, anche a mezzo di ricerche filologiche, iconografiche e documentarie.

A questa appendice avrebbe dovuto far seguito una speciale trattazione dell’ambiente non urbanizzato sia naturale che costruito. Purtroppo per le «bellezze naturali», i parchi e le riserve, i giardini annessio non a ville e monumenti storici non è stata sviluppata tuttora la dovuta attenzione in modo organico.

L’ argomento richiederà in un occasione auspicabilmente prossima un documento specifico. Qui basti dire che il problema, estremamente complesso e strettamente interagente con le tematiche ecologiche, non può che essere affrontato in sistematico raccordo e in collaborazione con i dicasteri dell’Agricoltura e dei Lavori Pubblici, con quello dell’Ambiente, con le Facoltà di Scienze e, in particolare, con biologi, botanici, geologi. 

Allegato B

Istruzioni per la condotta della conservazione, manutenzione e restauro delle opere di interesse architettonico.

Considerazioni preliminari

La Carta del Restauro 1972, per lo specifico problema del restauro architettonico, dipendeva in larga misura dai criteri adottati per il restauro degli oggetti d arte prevalentemente grafopittorici, dove gli aspetti visibili erano privilegiati rispetto alla struttura. Si vuole soddisfare ora la necessità di uno statuto peculiare al restauro architettonico, che riconosca agli edifici monumentali e ai contesti ambientali caratteristiche specifiche in quanto a comportamento rispetto all’aggressione degli inquinanti, agli abusi degli utenti, ai rischi sismici. 

Il compito del restauro architettonico è di interpretare un manufatto storico, individuando le aggiunte e le manomissioni subite, dandogli un adeguato e controllabile miglioramento statico con mezzi compatibili e reversibili (reintegrazioni murarie, speroni, tiranti non occultati ecc.). Sinora l’esigenza di dissimulare i mezzi di rinforzo per non alterare l’aspetto e il carattere degli edifici ha giustificato il ricorso a tecnologie innovative che permettono di realizzare rinforzi invisibili, ma generalmente irreversibili,  adulteranti, incompatibili e poco durabili, conservando di fatto l’aspetto e non la struttura della fabbrica. 

L uso delle tecniche tradizionali, peraltro, non è mai stato escluso dalle precedenti Carte del Restauro   (Carta Italiana del 1932, Carta di Venezia del 1964,   Carta del Restauro del 1972). Esse, infatti, alludevano all’uso di tecnologie innovative solo nei casi in  cui quelle tradizionali non dessero sufficiente affidamento e si limitavano a raccomandare l’adozione  di accorgimenti idonei a rendere percettibile l’intervento del nuovo sul vecchio. Ma, alla luce di una più matura esperienza, l’uso delle tecniche tradizionali si deve considerare applicabile non solo ai semplici   miglioramenti delle condizioni statiche ma anche a  molti casi di «patologie ordinarie», come si dirà meglio più avanti. 

In ogni caso, dichiararsi favorevoli al recupero delle tecniche tradizionali non è sufficiente, perché è necessario saperle attuare. 

L uso esorbitante delle tecniche innovative nell’edilizia moderna in generale e anche nel campo del restauro ha causato una caduta del saper fare tradizionale, non solo considerato obsoleto, ma scorretto se non erroneo. Una rivitalizzazione di quel saper fare è possibile solo se, studiato attentamente, potrà venire diffuso nelle scuole e nelle Università attraverso una specifica didattica. 

Progettazione delle operazioni di conservazione e restauro      

La programmazione e l’esecuzione di cicli regolari di manutenzione e di controllo dello stato di conservazione di un monumento architettonico è la sola garanzia che la prevenzione sia tempestiva e appropriata all’opera per quanto riguarda il carattere degli interventi e la loro frequenza.

La procedura così indicata consentirà, ove l’entità degli interventi lo richieda, l’istituzione di «cantieri permanenti» con l’effetto di perfezionare le maestranze, consentire il loro ricambio fisiologico, formare squadre di veri «conoscitori» delle più riposte caratteristiche della fabbrica e del suo comportamento nel volgere del tempo. Tale procedura consentirà altresì risparmi finanziari notevoli ed eviterà, per quanto possibile, sgradevoli o devianti interventi innovativi o di ripristino. 

Per quanto concerne l’utilizzazione degli edifici monumentali, si deve sottolineare che appropriate forme di riuso contribuiscono ad assicurare la loro sopravvivenza. Anche a questo fine i lavori di adattamento dovranno essere limitati al minimo rispettando, per quanto possibile, l’individualità tipologica e costruttiva dell’opera, compresi i suoi percorsi interni. 

Nessun progetto di conservazione o restauro potrà dirsi idoneo a passare alla fase esecutiva se prima non sia preceduto da un attento studio dell’opera e del suo contesto ambientale, da preventivare e finanziare in modo specifico. Parte integrante di questo studio saranno ricerche bibliografiche, iconografiche, archivistiche ecc. per acquisire ogni possibile dato storico, nonché ricerche sperimentali sulle proprietà materiali del manufatto. Occorrerà in tale fase attribuire la massima importanza alla storia delle trasformazioni materiali del monumento, ricavandone, specialmente in relazione ai suoi diversi riusi, tutte le indicazioni per formulare i progetti di conservazione e/o restauro. 

La documentazione di rilievo in pianta e in alzato dovrà essere controllata attentamente sia per l’opera che per il suo contesto, tenendo conto della necessità di correggere gli errori spesso gravi e a catena, che inevitabilmente vengono commessi in seguito alle note procedure di rilevamento (fotogrammetrie, rilevamenti catastali, trascrizioni di vario tipo). 

Tutto il materiale raccolto come sopra descritto, diventerà una guida preziosa per la progettazione degli interventi di conservazione e/o restauro, consentendo con relativa sicurezza la scelta tra le superfetazioni da eliminare e quelle da conservare in quanto significative. 

Nei casi in cui il monumento o il complesso archi tettonico da conservare si trovi in una delle molte zone oggi dichiarate sismiche, occorre fare particolare attenzione ai precedenti riutilizzi e a quello che si intende proporre nel progetto esecutivo finale. 

Comunque nei casi di «patologie ordinarie» è sempre preferibile adottare le tecniche e i materiali tradizionali, che sono più omogenei con le opere da salvaguardare, così come ha anche raccomandato il Comitato Nazionale per la prevenzione dal Rischio Sismico dei Beni Culturali (1986). 

Per quanto riguarda le canalizzazioni e le attrezzature di servizio, esse devono essere previste sin dall’inizio della progettazione nelle loro dimensioni e sedi definitive e in posizione idonea a non alterare ne la statica dell’edificio ne i suoi aspetti visibili, evitando così pesanti e incontrollabili interventi (scasso di murature, sfondamenti ecc.) in corso d opera. 

In ogni caso si rammenta che il progettista e direttore dei lavori è tenuto a redarre personalmente gli elenchi dei prezzi e i capitolati speciali d appalto, evitando così contrasti e malintesi pericolosi per la migliore conduzione dell’opera. 

Metodologie e tecniche di intervento 

È consigliabile, nei casi di piccoli ma delicati intereventi manutentivi, il ricorso a imprese specializzate e, insieme, alla conduzione in economia. Nei casi, invece, di grandi e complessi interventi l’affidamento a misura è raccomandabile per le caratteristiche amministrative, meglio rispondenti alla complessità dei lavori. Tra l’altro l’affidamento a misura richiede un apprezzabile precisione di contabilità e lascia una traccia preziosa del lavoro compiuto.

In ogni caso i restauri devono essere continuamente vigilati e diretti sia per assicurarne la buona esecuzione sia per poter intervenire prontamente a fronte di fatti nuovi, difficoltà o dissesti murari; per evitare infine, specie quando operano piccoli e grandi mezzi di demolizione, che compaiano elementi prima ignorati o eventualmente sfuggiti all’indagine preventiva, ma certamente utili alla conoscenza dell’edifìcio e alla condotta del restauro. In particolare il direttore dei lavori, prima di raschiare, tinteggiare o eventualmente rimuovere intonaci, deve accertare l’esistenza o meno di qualsiasi traccia di decorazioni e/o quali fossero le originali grane e coloriture delle pareti e delle volte ecc. Infatti è un esigenza fondamentale del restauro quella di rispettare e salvaguardare finché è possibile l’autenticità degli elementi costitutivi.


Interventi di consolidamento murario.

Nel caso di murature fuori piombo, anche se perentorie necessità ne suggeriscano la demolizione e ricostruzione, va anzitutto esaminata e tentata la possibilità di raddrizzamento senza sostituire le murature originarie. 

La pratica del raddrizzamento peraltro è documentabile anche nel cantiere di restauro ottocentesco, se ottenuta con tagli localizzati e tirantature; va tenuto conto in ogni caso che il trauma del taglio, anche se sanato di malte speciali, non appare una pratica raccomandabile in un contesto di forte sismicità o qualora il muro non sia assai ben costruito con pietra e laterizi e buone malte. In caso contrario si impone, nel superiore interesse della conservazione, lo smontaggio e rimontaggio del muro, se in pietra da taglio, o il suo disfacimento e rifacimento, se in mattoni o in muratura a sacco, per rimetterlo a piombo.


In molti casi zone murarie eseguite assai male e con malte degradate o con materiali male assortiti appaio no interpolate in contesti di buona fattura e resistenza. In tali casi è comportamento tradizionale eliminare in breccia la zona compromessa o fessurata e rifarla con buoni materiali (possibilmente affini a quelli circostanti) a cuci e scuci.

Tale procedura è ancora adottata da molte imprese, specialmente nella provincia. Essa richiede molta perizia nei puntellamenti provvisori e nel saper prevedere il ritiro delle malte: merita pertanto di essere utilizzata e incoraggiata. E ovvio che, nel caso di contesti murari di pregio storico-artistico, si dovrà far di tutto per preservare la parte degradata anche ricorrendo a foderature interne in muratura; assai meno consigliabili sono peraltro i diffusissimi metodi del consolidamento locale o diffuso con «cuciture armate» iniettate con malte cementizie o resinose, per vari motivi. Prima di tutto le «cuciture armate», anche se consentono l’assimilazione del muro a una lastra di cemento armato (sempre che siano bene eseguite), sono adottabili solo su muri a sacco o su muri tanto porosi, per qualità della pietra e per degrado delle malte, da garantire un significativo assorbimento di materiale cementante e un annegamento effettivo dell’acciaio dell’armatura. Qualora tali due condizioni non si verificassero, l’intervento potrebbe a breve termine rivelarsi inefficace o addirittura controproducente. Nel caso di muri a sacco abbastanza porosi da risentire degli effetti benefici dell’impregnazione, si deve ciononostante fare attenzione 

alla composizione delle malte: infatti in molte zone regionali (Bolognese, Sicilia orientale ecc.) esse si presentano composte di gesso che, a contatto con l’acciaio, lo corrode in pochi anni, annullando gli effetti positivi dell’impregnazione. Qualora ci si imbattesse in murature di terra cruda con “malta di fango o in pietra con malta di fango (assai più diffusa di quanto non si creda nell’intera penisola), le iniezioni appaiono non praticabili. Esse infatti lo sarebbero solo in condizioni tali da modificare il contesto murario. I lavaggi preventivi rischierebbero infatti di eliminare le malte di fango con possibili cedimenti in corso d opera e di disfare parzialmente i mattoni crudi. Appaiono pertanto praticabili solo il metodo manuale del parziale rabbocco con malte di calce e sostituzione in breccia. 

Peraltro nei casi più favorevoli il procedimento delle iniezioni armate sarebbe valido se si potesse controllare praticamente l’uniforme copertura dell’acciaio da parte del cemento, ma ciò è oggi impossibile. 

Qualora la pratica delle iniezioni armate debba essere necessariamente adottata, occorre curare attentamente i procedimenti di ritenzione della malta fluida, che il più delle volte costringono a mutare profondamente la fisionomia delle murature coi rabbocchi dei giunti, gli intonaci, le colature ecc. L iniezione armata è in linea di massima accettabile in casi di murature informi o con riempimento a sacco o tali da dover essere in un secondo momento a rivestimento laterizio. 

Eventuali sostituzioni o reintegrazioni di paramenti lapidei o laterizi.

Le sostituzioni e le eventuali integrazioni di paramenti murari, ove necessario e sempre nei limiti più ristretti, dovranno essere sempre distinguibili dagli elementi originari, differenziando i materiali o le superfici di nuovo impiego. Tra i metodi di differenziazione si raccomanda la massima sobrietà, rammentando che molto spesso è sufficiente sostituire un travertino lavorato alla martellina, ma degradato anche staticamente, con del travertino lavorato al filo elicoidale e non arrotato ne allisciato, e così per il tufo, la calcarenite, il botticino, la pietra d Istria ecc.

Per quel che riguarda i laterizi, basterà la sola posa dell’operatore allevato nel cantiere industriale a far individuare la tessitura rinnovata, anche se il laterizio fosse tanto ben cotto e arrotato da stare a confronto con quello del contesto. Si eviti solo di «invecchiare» la nuova toppa con mezzi meccanici, corrodendola al fine di somigliare al contesto corroso.

Interventi su applicazioni decorative in stucco, a fresco, graffite.

Per questi reperti, quando si esclude per gli esterni l’effetto combinato delle intemperie e dell’impatto più o meno diretto con i raggi solari, la maggior parte delle cause di degrado si può ricondurre al dilavamento e alle infiltrazioni d acqua. Dilavamento, percolamento, infiltrazioni e imbibizioni sono di solito di origine pluviale, ma, specialmente laddove gli edifici sono stati riutilizzati modernamente, i danni sono molto spesso determinati dai moderni impianti idrici.

Pertanto la migliore prevenzione dell’erosione, dello sfaldamento e del distacco è nella costante manutenzione e nell’eventuale pronto risanamento delle coperture e dei pluviali, con riferimento sia alle volte e pareti interne che alle superfici esterne. Una volta assicurata la perfetta efficienza delle coperture e dei sistemi idrici, di qualunque tipo essi siano, si può passare al consolidamento di stucchi, pareti affrescate e graffite senza il timore di vedere in breve tempo

reso inutile il lavoro di restauro. Qualora disgregazioni e sfaldamenti dipendano da cause diverse da quelle idriche andranno eseguiti specifici accertamenti. Esplorando le eventuali correnti osmotiche ascendenti e le condizioni microclimatiche esterne e inteme all’edificio che possano aver sottoposto stucchi, affreschi e graffiti a fenomeni particolari di convezione, condensazione ecc., le operazioni di consolidamento dovranno essere conseguenti ad attente analisi, che dovranno condurre a identificare le cause di ogni disgregazione o soluzione. Per le particolarità operative si rimanda a quanto esposto nell’allegato C.

Reintegrazioni e/o sostituzioni di intonaci e/o tinteggiature.

Alla base di ogni intervento dovrà essere analizzato con cura il grado di adesione degli intonaci al supporto e l’ampiezza degli eventuali distacchi. Il mezzo più semplice ed efficace rimane sempre quello di «bussare» con le nocche. In adeguate condizioni di spazio una buona mappa delle zone non o scarsamente aderenti può essere ricavata mediante la termografia. Se le zone non aderenti dell’intonaco sono originali occorre farle riaderire con i metodi e le tecniche ben noti, già sperimentati dall’ICR.

Nei casi in cui le zone non aderenti non siano originali o sia comunque inevitabile la loro demolizione, si impone la loro sostituzione mediante toppe che dovranno essere composte con materiale e granulometria il più possibile simile a quelli del contesto con l’addizione di materiali sintetici in piccole parti in modo da ottenere una stesura confrontabile con il contesto. Si intende che tra gli intonaci originali non possono essere compresi gli intonaci di manutenzione più volte rinnovati, a meno che l’uno o l’altro strato aggiunto non supportino informazioni capaci di agevolare la ricostruzione deUe vicende storiche dell’edificio.

L identificazione della coloritura originaria di un intonaco originale è, com è noto, impresa assai ardua e delicata. L esame serigrafico può essere determinante purché il prelievo, di circa 10×10 cm, sia effettuato in zone in cui con certezza si sappia, o si possa inferire, che siano rimaste almeno piccole parti dell’intonaco originario, non solo perché non coinvolte dalla caduta o dallo smaltimento del resto di quell’intonaco, ma anche perché protette a sufficienza dalle escursioni climatiche (sottotetti, cornicioni, marcapiani, cornici delle finestre). Una volta accertata l’identità della coloritura originaria, non solo per l’aspetto, ma anche per la composizione chimica, accertata altresì la natura dell’intonaco per granulometria e materiale impiegato, si potrà procedere, ove ciò sia ritenuto significativo, a una reintonacatura simile a quella originaria, sempre avendo cura di segnare in qualche modo e sobriamente il limite tra quest’ultima e la parte nuova. S intende che tale sobria marcatura avrà valore soprattutto quando la trasformazione del nuovo intonaco dovuta all’invecchiamento lo renderà più simile all’intonaco originale. Non poche difficoltà ostacolano il raggiungimento dell’obiettivo sopra indicato: difficoltà di reperimento della calce spenta bene e da tempo sufficiente (6 mesi); difficoltà di supplirla talvolta anche con calce idrata; difficoltà di riprodurre le vecchie tinte, da un lato utilizzabili bene solo con buona calce, dall’altro soppiantate gradualmente da nuovi materiali coloranti, sintetici e di minor costo, ma inadatti a durare negli esterni. Queste difficoltà spiegano, almeno in parte, numerose alterazioni ed errori nell’aspetto cromatico degli edifici monumentali. Tanto più sono perciò utili e necessario le fatiche richieste per raccogliere informazioni esatte e complete, quanto possibile, dalle fonti d archivio, da quelle letterarie e spesso anche (ma con qualche prudenza) dai vedutisti. Analisi e documentazioni esaustive, pigmenti naturali, possibilmente arricchiti con sostanze proteiche e mescolati con calce (ben stagionata: oltre un anno) se la coloritura debba essere applicata sul vecchio intonaco, sono le condizioni necessarie per avvicinarsi con buona approssimazione agli aspetti dell’intonaco originario, anche nella durevolezza.

Interventi di consolidamento della pietra o dei laterizi a faccia vista.

Non sempre le pietre o i laterizi a faccia vista furono previsti tali in origine: spesso, particolarmente nell’Ottocento, essi sono tornati a vista con l’aiuto di energiche e diffuse campagne di stonacatura, che non sempre si dettero cura di risarcire i giunti esposti, accelerandone dunque il degrado. Quando sia stata presa la decisione di lasciare un opera comunque a faccia vista, sarà necessario rivedere lo stato dei giunti e provvedere all’occorrenza alla loro sigillatura con malte compatibili e affini a quella del contesto. Il consolidamento generale avverrà secondo le caratteristiche particolari del tipo di pietra, utilizzando corrispondenti ai requisiti individuati dalle raccomandazioni NORMAL e dalla sperimentazione dell’ICR.

Qualora fosse storicamente dimostrato che pietre e/o laterizi furono rivestiti e protetti da intonaci, stucchi, o coloriture a calce, si potrà, volta per volta, decidere di replicare tale rivestimento (in ogni caso ottimo per la miglior conservazione del materiale esposto) sulla base del contesto in cui si colloca il monumento e di altre considerazioni di ordine storico critico.

In ogni caso si dovrà provvedere previamente a una pulitura efficace dei paramenti con mezzi e tecniche già ampiamente sperimentati dall’ICR.

Sui metodi di protezione dei paramenti lapidei o in laterizio non vi è tuttora un accordo soddisfacente.

L applicazione di resine sintetiche impermeabilizzanti è, infatti, affidabile solo in pane modesta in quanto queste, per varie ragioni, risultano alla fine non interamente idrorepellenti. In conseguenza sembra che possano solo rallentare il processo di escoriazione e desquamazione delle superfici lapidee, ma non evitare l’azione del gelo ne quella della solfatazione dei carbonati di calcio, laddove quest’ultima sia favorita dalla combinazione tra corpuscoli carboniosi (spinti dal percolamento neUa porosità della pietra), ossigeno e piogge acide.

Più che a miracolose invenzioni di liquidi protettivi la preservazione della pietra, come quella degli organismi viventi, sembra affidata all’abolizione delle cause che producono l’inquinamento atmosferico. 6.

Interventi di consolidamento delle strutture lignee.

La durabilità delle strutture lignee, incendi a parte, è nel complesso molto superiore a quanto si pensi, ma a condizione che siano ben aerate tutte le loro parti a cominciare da quelle incassate nelle murature. Negli ultimi decenni la perdita di parecchi tetti  secolari si deve alla sigillatura delle fessure predisposte per l’aerazione delle teste delle travi, messa in atto per evitare il transito degli insetti e degli uccelli,   La buona aerazione dei sottotetti è dunque la migliore garanzia della conservazione delle parti in legname e della non ossidazione delle eventuali staffature e/o grappe, mentre l’umidità dei sottotetti può causare la diffusione delle infestazioni termitiche. La raccomandazione di massima è perciò quella di conservare e promuovere la buona aerazione dei tetti lignei con l’apertura di spiragli, «cappuccine» e simili, contrastando il transito degli uccelli con reticelle antipiccione. Non sono raccomandabili materiali eccessivamente impermeabilizzanti come le guaine, mentre è accettabile il cartonfeltro bisabbiato steso in strisce orizzontali che assicurano una buona impermeabilizzazione, nonché la traspirazione del sottotetto. Ancor meno raccomandabile è l’uso dellguaine in rame con sovrapposti materiali sintetici, che possono anche produrre condensa a contatto con i tavolati, accelerando il loro degrado”. Nei casi in cui sia assolutamente indispensabile sostituire le strutture lignee, è bene esaminare anzitutto se non sia possibile procedere gradualmente, come spesso è stato fatto in passato: nei casi più gravi sostituendo un intera trave, in altri casi staffandole per ovviare alle fenditure longitudinali ecc.

E consigliabile che per le dette sostituzioni si costituiscano depositi di legname di demolizione di vecchi fabbricati. Soprintendenze e Provveditorati alle opere pubbliche dovrebbero adoperarsi attivamente per costituire tali depositi ed evitare di avviare tutti i legnami di demolizione allo scarico. In linea di massima operare per il consolidamento di strutture lignee significa contemporaneamente operare per mantenerle aerate, renderle ignifughe, disinfestarle e indurirle. Per far questo non mancano resine e sostanze chimiche di vario genere. È tuttavia consigliabile far ricorso a queste procedure solo m casi di reali necessità, anche in vista del fatto che esse aumentano il rischio di infiammabilità. Non si dimentichino taluni pregi insostituibili delle strutture lignee: nei solai esse, oltre all’elasticità, esercitano un contatto morbido sul contesto murario. Infatti il legno si deforma plasticamente senza fratturare la pietra o i mattoni, in caso di leggera flessione sugli appoggi, a differenza del ferro. Infine, oltre ad avere caratteristiche igroscopiche il legno ha anche coibenza acustica e portanza rilevante.

A proposito dei solai lignei è da respingere la pratica di gettarvi sopra solette cementizie leggermente armate, procedendo direttamente sul tavolato o sulle pianelle con semplice interposizione di un velo di plastica. Infatti la soletta impermeabile impedisce il fisiologico passaggio dell’aria da piano a piano favorendo la marcescenza dei legnami in caso di accumulo di umidità, sia questa dovuta a condensa, sia a tubazioni difettose; inoltre la soletta renderà impossibile ogni opera manutentiva ristretta alle successive sostituzioni dei legnami ammalorati. In conclusione è preferibile intervenire, nelle pratiche manutentive, con smontaggio e rimontaggio per parti puntando su un auspicabile ricostituzione di un «saper fare» manualistico.

Scultura in pietra.

Le sculture in pietra poste all’esterno degli edifìci o nelle piazze debbono essere vigilate intervenendo con operazioni di consolidamento e di protezione stagionale,  attraverso metodi noti e collaudati. Per la buona conservazione delle fontane di pietra o di bronzo, occorre decalcificare l’acqua eliminando le incrostazioni calcaree e le periodiche dannose ripuliture. Quando la buona conservazione di una scultura nel luogo originario risulti impossibile, converrà trasferirla in un locale interno, le cui condizioni climatiche siano favorevolmente note.

Per non depauperare significativamente la decorazione esterna delle fabbriche può essere talvolta necessario collocarvi copie fedeli e puntuali al posto degli originali trasferiti in luogo sicuro. E consigliabile dare mandato di eseguire tali copie a esperti scultori in pietra, metalli ecc. che siano in grado di praticare il rapportamento in scala 1:1. E bene, invece, evitare la pratica dei calchi allo scopo di risparmiare alla «pelle d invecchiamento naturale» (patina) e alle eventuali coloriture degli originali i temibili traumi provocati dall’applicazione e dal distacco delle forme. Tali traumi e danneggiamenti sono tanto più probabili quanto più il trasferimento dell’opera è stato motivato dalle cattive condizioni di conservazione. S intende che dopo il consolidamento i pericoli connessi a simili operazioni di calco si attenuano molto, ma a due condizioni:

a) che il consolidamento sia stato eseguito a perfetta regola d arte e con sostanze perfettamente non adesive rispetto a quelle utilizzate per la forma;b) che venga praticata con la dovuta esperienza e destrezza sia l’immissione del mastice siliconico tra la scultura e i gusci della forma in vetroresina, sia, successivamente, la liberazione dell’originale dal calco. Naturalmente dovrà essere fatta attenzione al mutamento di carico che in qualche caso comporta la sostituzione degli originali con altro materiale, eventualmente sintetico e in ogni caso difficilmente omogenizzabile almeno per peso specifico, con il materiale dell’originale. E evidente che la «pelle d invecchiamento naturale» non deve essere intaccata sia per ragioni storiche ed estetiche, sia perché essa disimpcgna funzioni protettive. Perciò prima di iniziare qualsiasi operazione di pulitura è indispensabile procedere alle normali indagini con particolare riguardo alla presenza di cromie (vedi qui il paragrafo 4). Si possono asportare i materiali estranei accumulatisi sopra la pietra (detriti polverosi, fuliggine, guano di colombi ecc.) usando spazzole vegetali o getti d aria a pressione moderata. Dovranno perciò essere evitate le spazzole metalliche e i raschietti e sono in generale da escludere getti a forte pressione di sabbia, d acqua e di vapore. Sono anche sconsigliabili lavaggi con sostanze corrosive o a forte potere detergente.

Interventi sugli elementi metallici.

Il ferro forgiato pre-moderno è assai più resistente all’ossidazione del ferro industriale, ma anch’esso col tempo si ossida e «gonfia», compromettendo i partiti lapidei ove impiegato sotto forma di grappe o perni o grate (cfr.le grate di ferro forgiato del ponte S. Angelo a Roma). In tali casi non resta altro espediente se non quello di sostituire i ferri in questione (quando non abbiano importanza se non statica) con elementi metallici di sicura stabilità fisico-chimica. Ad esempio l’acciaio inossidabile tipo AISI 304 o 316, ovvero, per evitare la corrosione interstiziale, l’acciaio con zincatura pesante, ovvero il titanio. In questi casi potrà essere convenientemente ripristinato l’ottimo uso pre-moderno di fissare perni o grappe e simili negli alloggiamenti lapidei col piombo fuso. Qualora si trattasse di grate ormai forzate negli alloggiamenti originari fino a comprometterne la stabilità, specie se esposte anche a forti escursioni termiche, si provvederà a conferire agli alloggiamenti maggiore larghezza onde consentire le dilatazioni temporanee e accogliere meglio le dilatazioni permanenti.

a) piani territoriali di coordinamento e di miglioramento delle risorse idriche, geologiche, agricole, forestali, in relazione ai piani di viabilità ferroviaria e automobilistica, nonché marittima, fluviale e lacuale;
b) piani territoriali di coordinamento urbanistico, da integrarsi ai precedenti;
c) piani regolatori provinciali, da inquadrarsi nei precedenti;

d) piani regolatori generali (comunali) ristrutturanti i rapporti tra centro storico e territorio, tra centro storico e città nel suo insieme;
e) piani particolareggiati relativi alla strutturazione del centro storico nei suoi elementi più significativi;f) piani esecutivi di comparto, estesi a un isolato o  un insieme di elementi organicamente raggruppabili;g) piani del colore, adeguatamente controllati su dati fisico-chimici oltre che autoptici e a mezzi di un estesa istruttoria, in cui si tenga conto della «tradizione cromatica» di ogni centro storico, anche a mezzo di ricerche filologiche, iconografiche e documentarie.

A questa appendice avrebbe dovuto far seguito una speciale trattazione dell’ambiente non urbanizzato sia naturale che costruito. Purtroppo per le «bellezze naturali», i parchi e le riserve, i giardini annessi o non a ville e monumenti storici non è stata sviluppata tuttora la dovuta attenzione in modo organico.

L argomento richiederà in un occasione auspicabilmente prossima un documento specifico. Qui basti dire che il problema, estremamente complesso e strettamente interagente con le tematiche ecologiche, non può che essere affrontato in sistematico raccordo e in collaborazione con i dicasteri dell’Agricoltura e dei Lavori Pubblici, con quello dell’Ambiente, con le Facoltà di Scienze e, in particolare, con biologi, botanici, geologi. 

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