Pieve di S. Vito: La storia


Pieve di San Vito a Morsasco

Indagine storica (III) 

Le attività edilizie di inizio secolo, comunque, restano limitate alla sola zona d ingresso: nel 1714, la volta sopra l’altare “è affatto scrostata” e quando, nel 1728, monsignor Rovero la visita per la prima volta, le condizioni della chiesa di San Vito sono tanto peggiorate ch’essa nuovamente “merita d esser sospesa”. A causa della forte umidità di cui soffre l’intera muratura, ma soprattutto quella absidale, numerose e profonde fratture rendono pericolante l’intero edificio. Il rapporto dell’ispezione episcopale si sofferma brevemente anche sulle immagini sacre presenti nella chiesa, ma la descrizione che ne fa, piuttosto che offrire chiarimenti in proposito, confonde ancor più le idee. Il relatore riferisce infatti di una raffigurazione centrale della Vergine col Bambino in braccio, di una di San Vito “a cornu Evangelij”, cioè dalla parte sinistra per chi guarda verso l’altare, e di quella di Sant Antonio Abate “a cornu Epistolae”, cioè dalla parte opposta. Ora, pur trascurando il fatto che la descrizione parla di “quadri” e non di pitture murali e che l’immagine di Maria in trono non può dirsi esattamente “in mezzo”, si potrebbe leggere in queste parole un riferimento alle due figure di santi affrescate ai piedi della Crocifissione, ma senza riuscire a spiegare l’assenza di una qualsiasi allusione all’intera scena del Calvario. Insomma, neppure in questo caso la relazione pastorale aiuta la ricostruzione delle vicende storiche relative alla decorazione interna della chiesa di San Vito. In ogni caso, la decisione di cessare l’uso della piccola chiesa è da intendersi come assolutamente temporanea, “attesa la disposizione, che si sente aver questo popolo, di farla quanto prima ristorare, e ridorre in buon stato”.
Nonostante simili assicurazioni di buona volontà, la chiesa di San Vito deve aspettare più di trent anni prima che si sia finalmente in grado di provvedervi: il 19 settembre 1762, infatti, il consiglio comunale di Morsasco si riunisce col preciso intento di occuparsi della sua “ristorazione”. Gli atti dei Convocati, questa volta, offrono preziose indicazioni sul tipo e sul costo dell’intervento e il documento in questione è talmente ricco di informazioni da meritare un attenta disamina. È questo uno dei rarissimi brani particolarmente utili per poter ricostruire la storia materiale della chiesa di San Vito, ed uno dei più chiari: poiché sono state stanziate 50 lire genovesi per lavori di consolidamento delle murature interne, il sindaco propone alla congregazione comunale di approfittare delle momentanee disponibilità economiche per provvedere, una volta per tutte, alla ristrutturazione completa dell’edificio.
Si è già detto della venerazione che la popolazione di Morsasco ha sempre nutrito nei confronti dell’antica chiesa campestre e dei continui inviti, da parte delle autorità ecclesiastiche, affinché essa fosse finalmente provvista di una copertura decorosa; a questo punto, dato che il primo stanziamento è sicuramente insufficiente, si decide di attingere al cosiddetto “Fondo d urgenti”, salvo parere contrario da parte dell’Intendenza di Acqui. Il preventivo di spesa per l’intero lavoro assomma a 165,10 lire, ad esclusione delle 40 lire necessarie ad acquistare una partita di duemila mattoni e gli occorrenti sacchi di calcina.

Il dettaglio della spesa allegato al suddetto “ordinato di Conseglio” comprende anche “100 coppi per ristorare il tetto” e due chiavi di ferro per assicurare la volta, che verrà realizzata, secondo quanto convenuto, a crociera e “con sue fascie, e lezene con capitelli”.


In seguito alla messa in opera della volta, si procederà finalmente alla risistemazione del tetto e al consolidamento delle cortine murarie interne, nelle quali saranno anche aperte “due finestre controposte a quelle, che vi sono di consimile qualità, altezza, e larghezza”.
È difficile dire quale delle due pareti laterali sia stata interessata dall’intervento dato che entrambe mostrano chiaramente le tamponature di precedenti finestre, leggermente più basse di quelle attuali. Per quanto riguarda la parete di sud-est, essa era munita di una piccola porta, oggi murata, grazie alla quale si accedeva al cimitero esterno.

Questo, ancora nel 1728, si addossava in modo massiccio alla muratura, compromettendone la stabilità: si può ipotizzare che, a causa di questa debolezza strutturale, altre volte denunciata, il prospetto rivolto a mezzogiorno fosse privo di finestre, o che ne avesse solamente una. Per quanto riguarda la durata dell’intervento, nella bozza di capitolato d appalto annessa al documento consigliare si prevede una spesa di 80 lire per “giornate di muradori, ed assistenti”: è una cifra notevole, che fa pensare ad un periodo lungo almeno tre settimane (la paga giornaliera pro capite si aggirava attorno alle 2 lire).


San Vito a Morsasco

Il documento in esame offre poi un ultimo spunto interessante, ma decisamente più problematico, a proposito delle varie fasi costruttive subite dalla chiesa, quando accenna all'”addrizzamento d una muraglia esternamente da dove è stato levato il campanile”. Di fatto, del campanile di San Vito non si trova traccia in nessun atto, né prima né dopo tale data. Anzi, in una relazione redatta dal parroco di Morsasco il 13 marzo 1786, è esplicitamente affermato che, a possedere il campanile, tra tutte le chiese del paese, sono la parrocchia, l’oratorio del Battista, e la chiesa di San Pasquale. Pressoché identico il dato proveniente dal rapporto parrocchiale del 1819: “la chiesa parrocchiale, la chiesa della confraternita di San Giovanni Battista, e la chiesa campestre di San Pasquale hanno il loro campanile alto sufficientemente ben coperto con scale di legno movibili incommode e proprie. Si noti che il campanile di San Pasquale consistendo solamente in due collonette fra le quali è posta una picola campana non ha scala”.
Infine, a complicare ancor più le cose, bisogna aggiungere il fatto che, nonostante le accurate ricerche effettuate nel corso della presente indagine storica, non è stato possibile reperire un importante mappa del 1798, appartenente al catasto napoleonico dell’alto Monferrato, già citata in passato ma inspiegabilmente scomparsa dall’archivio comunale di Morsasco. Secondo almeno due delle fonti bibliografiche consultate, infatti, la proiezione planimetrica del campanile riportata nella pianta topografica in questione costituirebbe l’unico terminus ad quem per datarne l’edificazione. Ora, poiché il documento del 1762 presenta un indizio di datazione precedente e sicuramente più attendibile, si può sorvolare su quelli forniti dalle relazioni parrocchiali, giustificando la contraddizione con l’ipotesi che, pur essendo provvista di campanile, la chiesa di San Vito era forse priva di campana.
La ristrutturazione e il consolidamento vengono probabilmente eseguiti a regola d arte, poiché le condizioni generali dell’edificio non destano particolari preoccupazioni per tutto il corso del Settecento e, ancora nel 1819, sono definite “in buono stato”. Addirittura, i problemi di umidità di cui la chiesa ha sempre sofferto sembrano fortemente ridimensionati. Si può pensare che tale miglioramento sia dovuto in parte alla maggior tranquillità politica di cui gode l’intero Monferrato sotto il governo dei Savoia, in parte alla buona amministrazione comunale, cui finalmente è stata affidata la manutenzione delle costruzioni sacre. Il municipio di Morsasco, infatti, destina periodicamente una data cifra per la riparazione della parrocchia e delle chiese minori, mentre la Fabbriceria si occupa esclusivamente delle spese di culto. Un esempio interessante della gestione pubblica della cappella di San Vito è rappresentato dall’intervento di manutenzione straordinaria eseguito nell’autunno del 1838, a proposito del quale è stata rintracciata un abbondante documentazione d archivio.

 Il 1838 è un annata meteorologica particolarmente infelice per il paese di Morsasco: alle “copiosissime nevi” invernali si aggiungono “le dirotte piogge quindi succedute nell’ora passata primavera, e li rabiosi venti che le succedetero” nel corso dell’estate. Il risultato di simili calamità naturali è che “il tetto di detta chiesa di San Vito, e del portico avanti la porta della medesima fu messo tutto sottosopra, facendo acqua da ogni parte, infranti li coppi e dirocate le chiappe nella massima parte che sopra esistevano”. L amministrazione cittadina decide d intervenire urgentemente onde evitare possibilissimi crolli: alla perizia tecnica segue immediata la promulgazione di un asta pubblica d appalto che assegna il lavoro ad una maestranza locale. La risistemazione dell’intera copertura e della gronda, sia del tetto che del portico di San Vito, è effettuata nel giro due settimane ed il 10 dicembre 1838 il collaudatore locale dichiara che i lavori sono stati eseguiti “secondo l’arte”.
È questo, probabilmente, uno degli ultimi grossi interventi edilizi gestiti dal comune, perché, a partire dagli anni Cinquanta del secolo, scoppia una vertenza tra l’amministrazione municipale e la Curia di Acqui Terme destinata ad essere risolta solo nel 1895. Il municipio di Morsasco tenta di impadronirsi formalmente della chiesa di San Vito (di cui è, effettivamente, l’unico responsabile), anche in virtù del fatto che il santo titolare è patrono della comunità: nel 1890, l’edificio è chiaramente definito di proprietà comunale, continuando ad essere privo di qualsiasi altra fonte di reddito. Nella zona di terreno circostante la fabbrica, un tempo adibita a sepolcreto, è stata sì ricavata una piccola vigna ed un piccolo “gerbido” da affittare, ma i proventi di tale coltivazione sono appena sufficienti a compensare il parroco dell'”obbligo” di celebrarvi la messa. D altro canto, analoga sorte hanno subito le altre due chiese campestri di San Sebastiano e di San Pasquale. A partire dal 1888, poi, sempre il Comune ha inaugurato l’uso di organizzare un ballo pubblico in occasione della festa patronale: l’intero stato di fatto suscita tali lamentele da parte dei parroci, che lo definiscono più volte “un detestabile abuso”, che il 30 ottobre 1895 l’amministrazione delle tre chiese campestri torna ad essere affidata completamente alla Fabbriceria.
Le ultime notizie d archivio a proposito della chiesina risalgono a questo periodo, ma non forniscono informazioni utili per ricostruirne gli avvicendamenti storici: le varie relazioni parrocchiali non fanno che ripetere sterilmente i soliti dati sulla rendita del terreno incolto, testimoniando di una nuova epoca di abbandono dell’edificio, utilizzato solo in occasione dei festeggiamenti annuali. Un documento redatto dalla segreteria della fabbriceria parrocchiale il 7 maggio 1921 allude vagamente a dei “lavori di restauri e di abbellimento alla chiesa parrocchiale ed alle chiese campestri”. L indicazione è talmente imprecisa da meritare a malapena una menzione: nella migliore delle ipotesi, potrebbe trattarsi di una semplice intonacatura delle murature esterne. Paradossalmente, quanto più ci si avvicina ai tempi presenti, tanto più è difficile, se non impossibile, ricavare notizie: la chiesa di San Vito sembra caduta nel dimenticatoio, e le rare nozioni che si possono ottenere in merito sono confuse e inspiegabilmente prive di documentazione. Ad esempio, non è stato possibile rintracciare testimonianze fotografiche dello stato di conservazione, né informazioni più precise a proposito dell’intervento di restauro degli affreschi interni effettuato nel 1976. A tale riguardo, si può solo dire che il lavoro, commissionato al pittore alessadrino Piero Vignoli da parte della Soprintendenza ai Beni Librari del Piemonte, è consistito in una generica pulitura, consolidamento e fissaggio, oltre ad una massiccia integrazione pittorica delle lacune, senza che nessuno di tali interventi sia stato meglio specificato e definito. Ancora, nel 1978, vengono eseguiti dei “lavori di pulizia delle murature” e di “tinteggiatura dell’intonaco delle volte”, nel corso dei quali sono “asportate numero 4 lesene costituite da mattoni pieni semicotti in avanzato stato di degrado”. Di simile operazione non esiste alcuna testimonianza, per quanto i segni di tale estirpazione siano oggi ben visibili.
Al 1981 è datata una relazione sullo stato tecnico di conservazione della chiesa di San Vito, attestante un iniziale cedimento del portico e le lesioni del prospetto sud-est; per quanto riguarda il manto di copertura, esso appare già abbondantemente dissestato, soprattutto nella parte relativa all’emiciclo absidale. Gli intonaci di rivestimento esterni sono quasi totalmente distaccati, come dimostrato anche dal rilievo degli alzati allegato alla scheda.
Un sopralluogo compiuto il 3 maggio 2000 per conto della Soprintendenza per i beni artistici e storici di Torino segnala il precario stato di conservazione sia delle pitture murali (la cui leggibilità è per alcuni versi inficiata dalle integrazioni eseguite nel 1976), sia dell’intera zona absidale, invitando gli enti preposti alla gestione del manufatto a provvedere ad un urgente intervento di restauro conservativo, “o anche soltanto, in mancanza di meglio, di manutenzione straordinaria”. Purtroppo, a seguito del terremoto che il 21 agosto 2000 ha colpito il territorio alessandrino, la chiesa campestre di San Vito ha riportato danni notevoli che, sommatisi ai significativi movimenti già verificatisi sulla struttura, ha indotto le autorità competenti a sollecitare nuovamente un intervento urgente di miglioramento sismico. Recentemente, l’edificio è stato definito “in condizioni di inagibilità ed in scadente stato di manutenzione” (Piano di interventi urgenti su edifici storico-monumentali ed artistici danneggiati dal sisma del 21/8/2000).
Al momento (autunno 2002-primavera 2003), la parte absidale della costruzione è interessata da un valido intervento di consolidamento strutturale e antisismico, su progetto degli architetti Caldini, De Iaco, Finocchiaro. I lavori hanno riguardato principalmente il ripristino della copertura absidale, il consolidamento del catino absidale all’estradosso, rinforzato tramite fasce in fibre organiche, utilizzate per collaborare staticamente con la struttura, aumentare la resistenza e contrastare eventuali cinematismi, il consolidamento delle lesioni presenti sulla muratura (interna ed esterna) tramite iniezioni di miscele leganti (questa operazione è stata anticipata dal preconsolidamento e messa in sicurezza delle pitture murali dell’emiciclo absidale, poste internamente in corrispondenza della muratura da consolidare) e la stilatura dei giunti per impedire l’ingresso delle acque meteoriche. 


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