Svelati i segreti delle antiche colle

Le colle impiegate nella costruzione di antichi mobili e i loro segreti svelati al fine di poterli restaurare

Fonte: Federico Crovara Pescia insegnante di tecniche di falegnameria antica  presso la scuola di formazione professionale Istituto Nazionale Superiore per il Restauro del Mobile


Foto 1: Colla di pelle di coniglio per doratura, intonaci e laccatura

Nel campo del restauro ligneo, occorre conoscere, selezionare colle cosiddette “tradizionali” coeve all’epoca remota alla quale risale il manufatto in questione e al contempo “reversibili” tali da poter essere asportate in futuro permettendo nuovamente la manutenzione, attuata attraverso lo smontaggio di alcune parti, al fine di poter accedere a successivi interventi di restauro, senza quindi limitare la vita dell’opera; concetti per altro stabiliti all’interno della ben nota “Carta del Restauro”, quel documento risalente al 1931 più volte aggiornato, fondamentale per la tutela dei beni artistici che si esprime attraverso le modalità tecniche e la selezione dei prodotti impiegati in questo campo.

Foto 2: colla di pesce per dorature, intonaci e laccature

Tralasciando perciò le colle sintetiche moderne non comprese in questi precedenti parametri ci si può riferire invece alle cosiddette colle di origine animale denominate “proteiche” o “gelatine” che si suddividono in tre diversi tipi, che consistono rispettivamente in: quella di pelle di coniglio (FOTO 1) , quella di pesce (FOTO  2) e infine di mucca (FOTO  3).


Foto 3: colla di mucca da falegname in perle

Rispetto l’ultima le prime due risultano di colore più chiaro sono meno dense e più elastiche, vennero impiegate a partire dal Gotico (come leganti miste a gessi come il solfato e il carbonato di calcio), per ottenere stucchi e intonaci, i quali, vennero applicati sui primi mobili cosiddetti “laccati” passati alla storia nel periodo Barocchetto Veneziano e Genovese.

Questa tecnica era utile come base per poi applicarvi colori a tempera oppure in alternativa le foglie e polveri d’oro, argento, direttamente su cornici consolle specchiere cosiddette “dorate”. Le stesse colle venivano miste al “bolo” in maniera da far aderire le lamine metalliche nella tecnica a “guazzo” che si alternava all’altro metodo detto a “missione” che utilizzava invece come collante olio di lino cotto.

Fatta chiarezza sulle prime due, la più interessante rimane quella di mucca che vanta innumerevoli denominazioni, la si ottiene appunto dagli scarti di macellazione dell’animale, come tendini, ossa, cartilagini, che attraverso molteplici bolliture vengono raffinati più volte fino ad ottenere una soluzione proteica.

Si può acquistare sotto forma di perline di colore ambrato chiamata colla “scozzese” o “perla”, si presenta talvolta in lastrine sottili o tavolette spesse cioè quadrettoni, viene detta colla “quadrone” o “cervione” che nel Veneto ricordano col nome “caravella” ottenuta dalle capre, mentre invece di rado la si acquista fine sotto forma di granuli. Per alcuni in passato veniva denominata anche “colla forte”, indispensabile e unica nell’assemblare carcasse e mobili in costruzione oppure “da falegname” appunto per l’ambito specifico e diverso dalle altre due, insomma, dalle molteplici sembianze e denominazioni.

E’ curioso constatare che la stessa colla rimane unico denominatore, poiché, venne impiegata per tutta l’Europa in mobili di diversa provenienza e struttura, così come quelli massello o massicci (quando all’interno delle giunzioni non si impiegava il chiodo in alternativa si creavano gli incastri e dove sempre come logica al proprio interno vi era colla da falegname).

Foto 4: applicazione di una lastronatura su di un piano con colla da falegname

Se in altri casi il  mobile presentava un telaio la cosiddetta “ossatura”, quando poi veniva ricoperto da fogli spessi le cosiddette “lastronature” (FOTO 4) in uso fino al 1815 o invece successivamente le più sottili impiallacciature, o (addirittura mosaici in legno derivati dalle rispettive lavorazioni i cosiddetti “intarsi”), ebbene,  in tutti questi casi vi era la colla di mucca a permettere l’assemblaggio attraverso l’adesione.

Tale prodotto, col trascorrere del tempo, perde elasticità tende a frantumarsi, oltre a ciò cede e in presenza di umidità elevata gonfiandosi  al punto tale da sciogliersi, teme certi sbalzi “caldo umido”. Grazie alla sua delicatezza, un qualsiasi restauratore sarà in grado con una semplice pezza imbevuta di acqua calda o un vaporetto o un phon termico di poterla asportare in pochi minuti, al fine di smontare, sostituire i pezzi indispensabili al conseguimento di ogni riparazione.

Foto 5: pialletto a denti per rigare le superfici da incollare

Già anticamente la mescolavano ad urea o succo d’aglio, per far si, che penetrasse come una radice nelle profondità delle superfici di quei legni che per natura risultavano unti o resinosi rispetto ad altri, aggiungevano inoltre del miele per renderla più elastica nel tempo, la rendevano anche più densa con l’aggiunta  di creta e talvolta  rigavano zigrinando le superfici interessate, per migliorare la coesione mediante speciali “pialletti a denti(FOTO 5); infine onde evitare il degrado biologico da parte di microrganismi, attualmente si possono aggiungere conservanti come eucaliptolo naftolo o aldeide benzoica.

Per quanto concerne le modalità d’impiego fintanto che viene conservata solida, sotto forma di perle, in un luogo asciutto, possiede durata illimitata, mentre per l’immediato utilizzo la si deve immergere in una quantità di acqua pari a  3/4 del suo peso, che dopo 12 ore viene assorbita completamente, facendola aumentare il doppio del proprio volume rendendola da cristallina a gelatinosa, condizione che necessita di un immediata cottura per evitare l’imputridimento.

Foto 7: pentolino da falegname con paiolo piccolo esterno di ghisa contenente l’acqua

Questa, deve essere indiretta a bagno maria perciò da lungo tempo  si usa il  “pentolino da falegname” (FOTO 7) con paiolo esterno di ghisa contenente l’acqua calda, munito di secchiello interno in rame con dentro la colla, mai di ferro poiché la ruggine macchia il prodotto e il legno abbassando la forza di coesione. Dopo 30 minuti si ottiene il discioglimento completo delle perle, fuse in un amalgama uniforme, senza mai però superare i 55/60° al massimo, altrimenti la colla si stempera, perdendo la propria forza, ed elasticità, generando l’alterazione delle proteine che la costituiscono; a questo punto è pronta per essere applicata, senza lasciare abbassare la sua temperatura sotto i 35/40° mediante un pennello o una spatola direttamente nelle zone interessate in abbondanza e preriscaldando le superfici per guadagnare più tempo,ed essendo quindi termoplastica occorre anche un ambiente con temperatura di almeno 20°.

Foto 8: stesura della colla da falegname su un riallaccio da applicare

La stesura (FOTO 8) deve essere effettuata su entrambi i lati altrimenti si crea una “pelle” che non permette l’assorbimento in profondità sulla parte opposta; il tutto deve essere completato entro 2 – 3 minuti senza che raffreddandosi divenga troppo densa e spessa. Infine il contatto delle due parti deve essere mantenuto per almeno 12 ore fino a totale essiccazione tramite pesi o morsetti chiamati “sargenti” oppure anche corde, mentre l’eccedenza fuoriuscita va subito risciacquata con spugna umida calda prima che gelatinizzi e il giorno dopo sia dura come il vetro e non permetta la riverniciatura del mobile (FOTO 10).


Foto 10: morsettatura di un pezzo durante l’incollaggio

Ancora oggi nonostante la complicata preparazione, difficoltà d’impiego, la delicata resistenza ad agenti di degrado oltre l’odore sgradevole, essa rimane insuperata dalle moderne colle per falegnami e crea unioni più salde del legno, resistenti ad ogni sollecitazione, inoltre la genuinità tradizionale non assolutamente tossica ma naturale, la rende il prodotto più amato da parte di quegli artigiani che con tutti gli onori, possono definirsi autentici “restauratori di mobili antichi”.

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