Pulitura dei dipinti: metodi di ieri e di oggi

La pulitura: i solventi

Gli idrocarburi

Gli idrocarburi sono composti organici costituiti da carbonio ed idrogeno comunemente suddivisi in alifatici , aliciclici e aromatici. Questi differiscono fra di loro per il tipo di legame presente fra gli atomi che li compongono, il quale indica il loro grado di saturazione e quindi la possibilità di legare con altre molecole.
Gli idrocarburi alifatici sono composti esclusivamente da catene aperte e sono generalmente meno reattivi rispetto agli idrocarburi aromatici che sono invece formati da catene ad anello e presentano una serie di legami doppi .
Gli idrocarburi aciclici sono dei composti particolari che reagiscono difficilmente perché composti da una catena ad anello, ma hanno solo legami semplici .
Utili nell’ambito del restauro fra gli alifatici troviamo la benzina , il white spirit e la paraffina derivate da differenti fasi di distillazione del petrolio, fra gli aromatici lo xilolo e il toluolo che sono però molto tossici e irritanti per gli occhi e vanno quindi usati con molta cautela e possono essere sostituiti dagli altri idrocarburi o dagli alcoli che hanno egualmente un buon potere solvente sulle resine, infine fra gli aliclilici troviamo il cicloesano .
Queste sostanze possono essere utilizzate da sole o in soluzione con altri prodotti, sciolgono molto bene le sostanze resinose e grasse, ad eccezione del cicloesano il quale scioglie principalmente sostanze a lui simili come ad esempio al bitume. Derivato dagli idrocarburi alifatici è anche il cloroformio, facilmente volatile e un poco tossico, molto indicato per sciogliere resine, grassi e gomme .


Gli Alcali

Gli alcoli sono composti organici derivati dagli idrocarburi tramite la sostituzione formale di uno o più atomi di idrogeno con gruppi ossidrici .
Anche questi si suddividono in alifaciti, e aromatici e solo i primi, però, sono utili ai fini del restauro. Fra questi, infatti, troviamo l’alcool etilico o spirito di vino dal quale per distillazione si ottiene anche l’alcool assoluto, il butilico, il metilico e il propilico .
Anche in questo caso l’utilizzo può essere puro o in soluzione con altri elementi. Mentre l’azione è su materie grasse, resine, oli e gomme .
Dall’ossidazione degli alcoli si ottengono i chetoni,di cui rappresentante più conosciuto è l’acetone una sostanza organica liquida solubile in alcool, acqua ed etere presente nel sangue, nel sudore, e nell’urina in piccole quantità. L’acetone non viene utilizzato quasi mai da solo nel restauro ,ma in combinazione con trementina e alcool, perché il suo potere solvente sulla pittura è piuttosto dannoso. Scioglie la nitro cellulosa di cui sono composte le vernici, gli oli e le resine molli (dammar e mastice).

Gli Eteri

Sono definiti eteri quei composti organici in cui un atomo di ossigeno collega due gruppi di idrocarburi, si possono ottenere per eliminazione di una molecola d’acqua da due di alcool .
Poco usati nel campo del restauro per la loro pericolosità ,sono infatti facilmente infiammabili e si diffondono rapidamente negli ambienti. Quello più usato per la pulitura dei dipinti è l’etere etilico o solforico, il quale è un buon solvente delle cere, degli oli, dei bitumi, delle sostanze organiche e delle resine.

Gli Oli essenziali

Sono sostanze oleose di origine naturale che si possono trovare nei tessuti legnosi, nelle foglie, nei fiori, nei frutti e nei semi di svariate specie vegetali.
Fra questi il più comunemente usato soprattutto per neutralizzare o diluire l’effetto di solventi forti, quali gli alcoli , l’acetone e l’ammoniaca è l’essenza di trementina, sostanza organica estratta da alcune conifere della famiglia dei pinus. Oltre a questa troviamo citate altre essenze da diversi restauratori ottocenteschi quali l’essenza di spigo e l’essenza di rosmarino. Gli oli essenziali oltre ad essere utilizzati in soluzione con altri solventi venivano e vengono tuttora usati per sciogliere oli e cere.

Gli Oli

Fra il 1600 e il 1800 venivano utilizzati anche gli oli sia per la pulitura e sia per fare delle miscele ravvivanti (beverone).
Oggi queste sostanze non vengono più utilizzate perché con il passare del tempo ci si è resi conto che ossidano e coprono le tinte fino ad arrivare a oscurarle completamente .
Il Mèrimè consigliava di ungere d’olio i dipinti per dissolverne più facilmente le vecchie vernici e di usare l’olio per arrestare l’ azione dell’ alcool .

La Carta del Restauro

La Carta del Restauro è un elaborato contenente norme tecniche esemplificate in dodici articoli che sanciscono entro quali limiti va intesa la conservazione e l’intervento di restauro sulle opere d’arte. In essa sono specificate le regole a cui un restauratore deve attenersi per l’esecuzione di una corretta pulitura “si devono respingere fin dallo stato di progettazione del restauro stesso rimozioni e demolizioni che cancellino il passaggio dell’opera attraverso il tempo a meno che non si tratti di limitate alterazioni deturpanti o incongrue rispetto a valori storici dell’opera o di completamenti in stile che la falsifichino ……..alterazione o rimozione delle patine, sempre che non sia analiticamente dimostrato che sono irreversibilmente compromesse dall’alterazione del materiale superficiale”; e ancora :”sono ammesse le puliture che, per le pitture e sculture policrome non devono giungere mai alla sostanza pigmentale del colore rispettando la patina ed eventuali vernici antiche…. sono tollerate eccezioni quando il mantenimento di superfici degradate non costituisca un pericolo per la conservazione dell’ intero contesto ”.
In questi punti viene sottolineato il valore dell’opera d’arte come documento che non deve in alcun modo essere alterato durante il corso di tutti gli interventi di restauro,e non solamente nel corso della pulitura.
I materiali originali dell’opera non devono in alcun modo essere alterati dal restauratore ma anzi devono essere conservati perché testimonianza storica.
Ad esempio un intervento molto in uso nel secolo scorso, ma che non rispettava assolutamente questi principi è quello del trasporto dei dipinti, nel corso del quale il supporto originale, tela o tavola che fosse veniva completamente distrutto anche se non strettamente necessario. Oggi un intervento del genero non viene più eseguito ad eccezione di quei casi in cui il supporto originale si presenti alterato a tal punto da impedirne in ogni caso la conservazione.
Per l’ intervento di pulitura vero e proprio vengono date chiare indicazioni sulla sua esecuzione “la pulitura potrà essere eseguita principalmente in due modi: per soluzioni o con mezzi meccanici. I mezzi meccanici (bisturi ecc.) dovranno essere usati sempre con prudenza e con il controllo dello stereomicroscopio.
I mezzi solventi dovranno essere scelti, miscelati e calibrati in modo da ottenere il giusto punto di evaporazione affinché non permangano negli strati del dipinto e che abbiano nei limiti del possibile una bassa tossicità. Prima di usarli sarà utile eseguire dei test di solubilità per definire il livello di pulitura e i tempi onde evitare di intaccare la pelle d’ invecchiamento naturale (patina), formata dall’indurimento in superficie del legante e dallo strato protettivo finale che è indispensabile che continui a esplicare la sua funzione
”.
E’ indubbio che nell’ambito della pulitura si debbano usare prodotti il meno invasivi possibile nei confronti dei materiali originali. Tutti i prodotti utilizzati per la pulitura chimica, per quanto volatili siano e per quanta cura si metta nella loro rimozione lasciano comunque dei residui.
I solventi ad esempio sono i più invasivi fra i prodotti utilizzati per la pulitura la loro azione non si ferma solo ai materiali per i quali vengono messi in opera ma più o meno intensamente agiscono su quasi tutti i materiali componenti gli strati pittorici non fermando la loro azione solo sugli strati superficiali.
Una volta che hanno portato a stato colloidale lo strato più esterno, cominciano la loro azione anche sullo strato sottostante.

Più idoneo ai principi che sancisce la carta del restauro pare quindi l’uso dei prodotti altamente selettivi quali sono gli enzimi. Infatti questi agiscono solo ed esclusivamente su un ristretto numero di molecole con le quali possono reagire. Un enzima proteolitico, ad esempio agisce solo ed esclusivamente su gelatine animali, albumine e caseina.
Per quanto lunga possa essere la sua permanenza sulla superficie del dipinto non andrà mai ad intaccare gli oli leganti del pigmento.
Questi prodotti evidentemente non sono applicabili al restauro di dipinti sensibili all’acqua (presenza di leganti gomma, tela eccessivamente sensibile all’umidità che tende a restringersi, ecc.). In quanto sono attivi solo in sua presenza.
Le stesse caratteristiche sono presenti nei saponi resinosi i quali agiscono quasi esclusivamente su prodotti a loro simili come le vernici e le resine naturali (dammar, mastice, elemi).

Gli enzimi

Gli enzimi sono proteine presenti in tutti i sistemi viventi che catalizzano, cioè rendono più veloci trasformazioni di substrato, nel caso del restauro i depositi di sporco presenti sul dipinto. La pulitura tramite questi prodotti è relativamente nuova, infatti gli enzimi sono stati introdotti nel campo della conservazione e del restauro negli anni 70.
La loro caratteristica principale è l’ estrema selettività: la maggior parte degli enzimi possono infatti trasformare soltanto composti appartenenti ad una classe ben definita o addirittura modificare solo particolari composti appartenenti ad una classe .
E’ la struttura stessa dell’ enzima che ne determina l’ abilità di interagire con substrati ben precisi :ogni enzima possiede un sito attivo la cui conformazione permette l’interazione esclusivamente con un substrato avente una struttura affine. L’enzima è in grado di riconoscere la molecola con la struttura idonea fra numerose molecole vicine, questa si posizionerà al centro del sito attivo e il cambiamento di conformazione dell’ enzima darà il via alla formazione di legami covalenti e la dissociazione dei legami esistenti. L’enzima da utilizzare sul dipinto viene disciolto in acqua ottenendo così un gel perfettamente trasparente da stendere a tampone sulla zona da trattare. L ’applicazione del prodotto può avere diversi tempi, solitamente si tratta di pochi minuti da individuare comunque con dei tasselli .
Si elimina con un batuffolo di cotone pulito e successivamente con dei lavaggi d’acqua e alla fine con idrocarburi leggeri come la trementina, il white spirit ,ecc.
La pecca principale di questi elementi è che agiscono solamente in ambiente acquoso e quindi non sono utilizzabili su materiali incompatibili con l’acqua .
Quelli utilizzati nel restauro sono tutti idrolisi che catalizzano la scissione di macromolecole, si tratta di:
enzimi lipolitici che producono reazioni sui grassi e sugli oli;
glicosidasi che catalizzano il degrado dei polisaccaridi;
enzimi proteolitici che agiscono sulle proteine.


Enzimi lipolitici


Fra questi i più interessati sono le cosiddette lipasi che catalizzano l’ idrolisi di trigliceridi, i componenti principali dei grassi e degli olii.
Abbiamo detto che gli enzimi agiscono in ambiente acquoso su una sostanza solubile in acqua e solitamente questo basta,ma nel caso di quelli lipolitici solo l’enzima è solubile.
Poiché la reazione deve avvenire fra olio ed enzima,è importante la capacità del mezzo che contiene l’enzima (acqua ) di bagnare il substrato anche se idrorepellente.
Per favorire ciò può essere utile la presenza di un tensioattivo


Glicosidasi

Sono enzimi digestivi che provvedono alla digestione dei carboidrati i quali sono presenti soprattutto sotto forma di amido .
Tra le varie glicosidasi sono particolarmente utili ai fini del restauro le amilasi, le quali frammentano gli amidi contenuti nelle paste d’ amido, nelle gomme vegetali e nelle farine accelerandone la degradazione .


Enzimi proteolitici

Sono chiamati anche peptidasi o proteasi e sono in grado di degradare i peptici contenuti nelle colle animali, nelle albumine,nelle caseine e nelle uova . Alcuni di questi possono degradare anche amidi semplici o esteri.
Tutti questi enzimi hanno un’altissima selettività, riescono a riconoscere uno specifico legame tra i vari presenti in una macromolecola ed agire esclusivamente su di esso. Nessuno di questi enzimi può agire su tutti i tipi di legami peptidici .
Fra questi una citazione a parte spetta alla pepsina utilizzata nel corso del 1800 per disciogliere esclusivamente sostanze come l’ albumina.
Il Secco Suardo ne consiglia comunque la sostituzione con prodotti più semplici da trovare in commercio come la potassa caustica e l’ aceto d’ ammoniaca che hanno egualmente effetto sulle proteine ma sono molto più pericolose.

I tensioattivi e i saponi resinosi

Sono entrambi prodotti di nuova concezione introdotti nel campo del restauro da pochi decenni .
I tensioattivi sono composti che agevolano la detergenza di una superficie abbassando la tensione superficiale dell’ acqua e aumentando la bagnabilità del substrato .Sono composti da molecole costituite generalmente da una parte idrofila e una idrofoba e grazie a questa struttura facilitano il contatto fra le sostanze non bagnabili in acqua (oli e grassi )e le sostanze idrofile .
Queste sostanze vengono utilizzate soprattutto come intermediari fra gli enzimi lipolitici e le sostanze grasse che si trovano sulla superficie dei quadri e sulle quali questi devono agire,come già spiegato nel paragrafo sugli enzimi ,questi agiscono in un mezzo acquoso mentre i grassi lo rifuggono.
I tensioattivi sono presenti in piccole parti anche nei saponi resinosi.
Queste ultime sono sostanze che uniscono le proprietà alcaline di un normale sapone ,le quali aumentano la capacità idrolizzante nei confronti del substrato su cui agiscono,con la tensioattività che permette un maggior effetto bagnante .
I saponi resinosi sono utilizzati per la rimozione di vernici resinose a base di prodotti naturali quali la dammar e la mastice e hanno una buona affinità strutturale con i prodotti su cui devono intervenire in quanto posseggono una struttura simile a quella che
costituisce la maggior parte delle resine naturali usate per le vernici. Il loro impiego è semplice e facilmente controllabile .
Si applicano sotto forma di gel sulla zona da trattare e li si lascia agire per un lasso di tempo deciso in precedenza con l’ausilio di tasselli di pulitura .
Una volta steso il sapone sulla superficie da pulire lo si può lasciare agire indisturbato oppure lo si lavora con un pennello morbido, soprattutto nelle zone in cui sono presenti delle irregolarità della superficie .La perfetta trasparenza del gel consente un costante controllo dell’ azione pulente .Alla fine delle operazioni si rimuove il gel con un batuffolo di cotone asciutto e si pulisce la zona trattata prima con dell’acqua e successivamente con dei solventi leggeri (white spirit ,benzina ,ecc). L’applicazione di questi saponi resinosi risulta simile a quella degli enzimi ,ma con la differenza che questi ultimi sono altamente selettivi e se dei residui dovessero rimanere sul dipinto anche dopo il lavaggio con l’acqua si mantengono inattivi nei confronti degli altri composti presenti sul dipinto.


La pulitura meccanica


Oltre che con le operazioni chimiche finora illustrate la pulitura può essere eseguita tramite intervento meccanico consistente nell’ asportazione dello sporco
con l’ausilio di un bisturi ,operazione che deve essere eseguita con l’ausilio di attrezzature che favoriscano una buona visione delle zone in cui si andrà ad operare (stereomicroscopio ) .
L’intervento con il bisturi è solitamente un’ operazione di supporto alla pulitura chimica . Sui dipinti sono presenti alcune piccolissime depressioni, dovute alla natura del colore o causate da pennellate più pastose, nelle quali si deposita lo sporco e dove il batuffolo di cotone non riesce a penetrare e si interviene allora con estrema cautela con la punta di un bisturi fino alla rimozione completa delle impurità. E’ anche possibile ma non consigliabile , eseguire una completa pulitura meccanica raschiando via i depositi più superficiali delle vernici ossidate. In entrambi i casi è indispensabile ammorbidire lo sporco con un solvente leggero , di solito essenza di trementina,per evitare che l’eccessiva rigidità della superficie causa l’asporto ,oltre che dello sporco ,anche del colore originale.
Nel corso del 1800 era in uso un altro sistema ,oggi considerato obsoleto ,di pulitura meccanica il Forni nel suo manuale definisce a secco .Tale metodo consisteva nello strofinio della superficie del dipinto con i polpastrelli delle dita ai quali si univano ,se lo sporco era ostinato, delle polveri abrasive come quella di colofonia o della cenere.


Conclusioni

Da quanto precedentemente esposto risulta evidente che oggi non esistono materiali buoni o cattivi per l’intervento di pulitura. I numerosi studi scientifici sviluppati in questo secolo,hanno avuto parte attiva in questo ramo del restauro portando ad una maggior chiarezza e selezione delle tecniche e dei materiali .Negli ultimi secoli al restauratore si sono affiancate altre figure fondamentali per la complessità e l’enormità raggiunta dai numerosi aspetti da valutare sia come scelta di tipo di intervento ma, soprattutto ,come scelta del tipo di materiali da utilizzare.
Se Secco Suardo oggi fosse ancora vivo probabilmente inserirebbe la pulitura fra quelle operazioni che il restauratore non è in grado di compiere , consigliando l’aiuto di uno specialista ,in questo caso il chimico ,come fece a suo tempo per l’esecuzione di interventi sui supporti lignei dei dipinti consigliando l’intervento di un ebanista.
La pulitura, non trattandosi esclusivamente dell’ eliminazione dello sporco superfluo, non può, ovviamente venire affidata al solo chimico che magari asporterebbe ,anche ,l’ormai nota e discussa patina , mantenendo intatto solo il colore, come accade a suo tempo con gli interventi eseguiti dai restauratori londinesi che aprirono il dibattito della cleaning controversy. Uno degli ultimi scontri più accesi nel campo del restauro e in particolare nella pulitura. Risulta comunque abbastanza evidente che oggi , grazie
alla selettività raggiunta, i prodotti pericolosi per i quadri non vengono più presi in considerazione. Innanzitutto perché si sono trovati dei materiali alternativi e selettivi nei confronti degli elementi estranei al dipinto e in secondo luogo per le maggiori conoscenze chimiche sia sui prodotti da utilizzare che sui materiali su cui si va ad intervenire rendendo praticamente impossibile ,dal punto di vista tecnico, un intervento errato . Il problema quindi non è tanto il prodotto che viene utilizzato quando l’ottica in cui lavora il restauratore che lo utilizza ,e quindi, nell’occhio e nella mente di colui che si accinge ad eseguire un intervento di pulitura .
Nel confronto fra una pulitura eseguita ai giorni nostri e una eseguita nei secoli precedenti appare evidente che , una volta i problemi principali erano dati dalle metodologie di intervento nonostante tutte le buone intenzioni del restauratore nei confronti dell’opera d’arte . Fino a questo secolo il problema della conservazione o meno della patina non era neanche stata messa in discussione , infatti, nonostante l’utilizzo di prodotti aggressivi il mantenimento dell’ invecchiamento naturale del dipinto veniva conservato o, se per errore eliminato o addirittura rifatto .
Tutto questo rientra sì nell’ ambito del restauro antiquariale , ma ha consentito il mantenimento , per molti quadri,dei materiali originali . Mantenimento che nel nostro secolo si è reso più difficile soprattutto per l’influenza dei toni brillanti della fotografia e della
televisione, che assolutamente non si accordano con le velature calde e i colori bruni dei dipinti antichi dando un’ alterata visione dell’intenzione dell’artista che sicuramente,nella maggior parte dei casi ,non era quella che i restauratori della cleaning controversy avevano la pretesa di riportare in luce .I toni caldi di un Rembrandt non sono certo frutto casuale dell’ invecchiamento del dipinto ,ma accurate velature stese intenzionalmente dall’ autore per ottenere la tonalità da lui desiderata . E ‘quindi impensabile voler riportare alla luce dei toni che non facevano parte del bagaglio cromatico dell’epoca . Un altro problema evidente nelle attuali metodologie di restauro applicate alla pulitura e’ la mancata divulgazione del livello tecnico e delle regole attualmente utilizzate nei vari laboratori di restauro. Per chi si avvicina al restauro o per chi ha intenzione di entrare nel mondo del restauro , e della pulitura in particolare , non potendosi basare solo sui manuali in circolazione , pare costretto a seguire la procedura del garzone di bottega sperando di capire i segreti del maestro .Questo approccio oltre a essere improduttivo nei confronti della divulgazione delle tecniche di pulitura origina una difformità metodologica ad ampio livello che probabilmente porterà allo scoppio di un ‘altro dibattito , non incentrato questa volta sulla qualità pratica dell’ intervento,ma sui materiali utilizzabili alla stregua dei battibecchi ottocenteschi fra il Secco Suardo , e i restauratori italiani in generale ,e operatori d’oltralpe
come ad esempio il Deòn . Una critica severa nei confronti delle tecniche che pur tuttavia erano utilizzate da entrambe le parti anche se con modalità diverse . In conclusione si spera che il presente documento possa essere una sorta di piccolo compendio che chiarisca meglio gli aspetti della pulitura ,della sua evoluzione storica e dello stato delle conoscenze attuali sui materiali e sulle tecniche aprendo uno spiraglio di luce per qualsiasi persona si voglia avvicinare alla pulitura dei dipinti . Sicuramente ,comunque i dibattiti non sono conclusi , le tecniche non sono perfette , ma fondamentale è la divulgazione delle stesse ai fini di un progresso e di un’evoluzione ai fini del restauro e della pulitura in particolare a cui si spera questa tesi dia un contributo .

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