Pianoforte verticale

Domanda

Buon giorno sig. Rogledi,
vorrei avere delle informazioni e una valutazione di un pianoforte verticale che ho in casa da anni, in allegato troverà le foto, purtroppo non ho nessun documento, so solo che il colore nero forse non è quello originale, è stato ridipinto ( e cioè mi dispiace visto che forse è molto vecchio), non so neanche la marca.

Mi piacerebbe sapere, se è possibile, l’anno di fabbricazione, il valore e un po di storia se ce l’ha, mi ha sempre incuriosito quello “stemma” a mo di Bara dico io.
Il suono è molto bello, i pianoforti a muro che ho sentito hanno un suono metallico, mentre il mio ha un suono caldo.
Poi un’altra cosa, non me ne intendo, quindi magari è normale…ma è pesantissimo, dobbiamo stare attenti nello spostarlo, ha già scheggiato il pavimento.
La ringrazio in anticipo per le informazioni che vorrà darmi.

Distinti saluti
Majda

Risposta

Gentile Sig Majda,
il suo pianoforte è un piccolo ma non raro mistero. L’ aspetto esteriore ricorda molto i pianoforti tedeschi anni 30, possenti e costruiti senza risparmio.
Va considerata però la meccanica a baionetta, che si trova generalmente su strumenti fine 800 inizio 900. Purtroppo nel restauro, che sembrerebbe ben eseguito, è stata cancellata senza pietà qualunque traccia/marchio.

Potrebbero essere state sostituite le colonnine sotto il pianale porta tastiera, che danno appunto un senso più moderno e squadrato all’insieme, in luogo di quelle lavorate, tipiche di fine sec 1900. A mio parere questa è la versione più probabile; spesso un maquillage estetico che “svecchiava” gli strumenti li rendeva commercialmente più appetibili. La ri-verniciatura purtroppo  è scadente e le coperture dei tasti, rifatte di plastica, lo rendono un miscuglio di stili un pò sconcertante.

Il valore non è alto (ma non è da buttare , anche per il fatto che in questo modo è stato privato della sua tipicità.
Mi è capitato di trovare quello stemma “a bara”, molto simile ma non identico, su uno strumento di produzione russa.

Cordiali saluti,
Stefano Rogledi

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