Antiquariato e storiaIl Falsario

12 – Antiquaria: Viaggio intorno al Mobile Falso Antico

Di seguito, il testo dell’intervento sulla produzione di arredi Falso Antico che l’autore ha tenuto presso la sala del Palazzo Marone Cinzano di Torino come ospite del del Rotary Club Torino Nord.

Fonte: Sergio Salomone collaboratore esterno della ditta Studio Laboratorio di Antichità s.a.s.

Oggi il nostro sguardo si rivolge verso l’affascinante mondo antiquario e nel particolare tratteremo della produzione dei falsi arredi che dalla IIa metà dell’ottocento trovarono particolare fortuna in Europa e in America. 

Il Falso, nel campo dell’arte, è la riproduzione fraudolenta di un oggetto che viene creato appositamente per soddisfare il desiderio di possesso del collezionista.

Più il collezionista, aspirante acquirente di un oggetto antico, ne brama il suo possesso e più sarà una facile preda del falsario.

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La produzione di falsi risponde ad una precisa esigenza di mercato. I monaci del Medio Evo, ad esempio, cercavano reliquie miracolose di Santi e Martiri in grado di attirare i fedeli e di garantire donazioni ai loro monasteri; gli uomini del Rinascimento, affascinati da quelli che loro chiamavano “gli antichi”, ricercavano testimonianze del mondo greco e romano. Quindi, ogni società, ogni generazione falsifica ciò che più brama.

12 – Antiquaria: Viaggio intorno al Mobile Falso Antico

E oggi cosa accade? Oggi tutto è cambiato. Ai nostri giorni, il maggiore aumento delle contraffazioni non si presenta nel settore delle reliquie religiose, delle opere d’arte o nell’alterazione storica a fini politici, ma nel campo degli oggetti di marca. I falsari sono all’opera e producono ovunque esista un mercato, profumi di Chanel e Dior, orologi Rolex e Cartier, camicie di Armani o polo Lacoste, valigie e borse Vuitton o scarpe Adidas; la mole di compratori, ove il prezzo sia contenuto, è spesso consapevole del trucco, quindi complice, ma acquista nella speranza che indossati ingannino il loro prossimo.

Da tradizionalmente ingannato, il compratore diventa a sua volta ingannatore.

Ma torniamo al nostro tema. Già intorno al 1820/30, in pieno periodo Restaurazione, inizia la produzione dei mobili cosiddetti in “Stile” che contribuirà ad accrescere ed esaltare la ricerca di qualsiasi cosa in grado di evocare la tranquilla certezza di un passato scomparso; il desiderio di possedere opere di artisti famosi od oggetti connessi a personaggi illustri, aumenta considerevolmente e alla fine del XIX secolo complice la forte crescita della borghesia spesso ricca ma di scarsa cultura, i falsari sono stimolati a fornire ciò che il mercato richiede.

In un articolo pubblicato sulla rivista: “L’Arte Decorativa Moderna” in occasione dell’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902, a conferma di quanto su esposto, il giornalista Alfredo Milani scrive:

Quello stesso pubblico che fischia in teatro se in una commedia o in un’opera nuova crede di ravvisare una vecchia situazione o un vecchio spunto, quello stesso pubblico che prima di andare dal sarto consulta il figurino della moda e riderebbe all’idea di vestire oggi alla foggia del ‘500, quando si tratta dei propri mobili o della decorazione della propria casa sembra cambiar natura. Al di là dell’uscio del proprio appartamento tutti diventano archeologhi. Degli archeologhi un po’ all’acqua di rosa se vogliamo, che imbottiscono i mobili del medio evo, che nascondono le lampadine Edison dietro lanterne del Quattrocento, quando non le mettono a simulare la fiamma in cima a delle candele di porcellana, che sanno apprezzare l’utilità di un buon calorifero a termosifone, purché sia pudicamente celato dietro a una finta caminiera, con tanto di alari in ferro battuto per un focolare che non esiste e così via.

Agli inizi del novecento, il fenomeno è evidente e percepito dagli studiosi d’arte che a difesa dei collezionisti cominciano a pubblicare libri o manuali in grado di mettere in guardia il compratore da possibili frodi nel campo del collezionismo d’arte. Non ci si limita a pubblicare libri ma il dibattito è esteso anche ad articoli di giornale con lo sviluppo di ampio dibattito. Tutto ciò non sembra ostacolare più di tanto la moda e fame di antico che pervade le classi medie ed alte.

Tutto ci porta a pensare che il mercato più prospero in questo settore fosse la Francia, in quanto buona parte delle pubblicazioni più datate avvengono appunto oltralpe; la grande tradizione degli ebanisti, sempre fortemente favorita e stimolata, nel ‘600 e ’700, dalla corte e dalla nobiltà francese, continuava, in un modo o nell’altro, a stimolare forte interesse nel compratore e a favorire produzioni di alto valore qualitativo, inoltre dobbiamo considerare come l’evento della Rivoluzione Francese avesse fortemente e rapidamente cambiato il modo di pensare, emancipando la classe media e medio alta, favorita nel suo arricchimento economico dalla veloce espansione della cosiddetta Rivoluzione Industriale.

Ma vediamo alcune di queste pubblicazioni:

  • Nel 1907 di Paul Eudel viene pubblicato il libro: “Trucs et Truqueur” L’autore è un armatore navale, un commerciante, un collezionista e uno storico dell’arte.
  • Solo un anno dopo, nel 1908, dello stesso autore, ne viene pubblicata una edizione rinnovata:

“Le truquage: altération, fraudes et contrefaçons dévoilées”

  • Nel 1920: “L’Art de reconnaitre le frodes” di Emile Bayard – Ispettore al Ministero delle Belle Arti. Ove tratta di pittura, scultura, incisione, mobili, merletti e ceramiche.
  • Stesso anno e stesso autore: “L’Art de Reconnaitre les Meubles”, entrambi inseriti in una vasta collana che tratta a vario titolo la cultura delle arti decorative assieme a pittura, scultura e architettura.
  • Del 1926, Charles Oulmont, letterato, esperto in musica e storia dell’arte, dà alle stampe: “Les Lunettes de l’Amateur d’Art”

Lo stesso vale per articoli su giornali e dibattiti e denunce penali che spesso contribuiscono a tenere vivo il problema.

Per la disamina del fenomeno, come accaduto in Francia, ci limiteremo alla conoscenza ravvicinata del più grande per produzione quantitativa e qualitativa, imprenditore nella produzione del falso mobile antico: il mitico André Mailfert. Personaggio che fino a pochi anni fa era descritto come cittadino illustre sul sito facente capo al Comune di Orleans. Io stesso per approfondire la conoscenza del personaggio ho intrattenuto una conversazione epistolare con l’allora segretario, mi riferisco a diversi anni or sono, il 2009 per l’esattezza, della Società Archeologica e Storica di Orleans; appunto da questi contatti emergeva quanto detto prima: ci si riferiva al personaggio con grande rispetto e considerazione. Credo che tra i tanti delinquenti che popolano le società di ogni tempo, i falsari siano sempre stati quelli giudicati più bonariamente.

Ma cosa scriveva di Lui, come accennato prima, il comune di Orleans?

“Uomo di lettere, pittore, ma soprattutto ebanista, Mailfert fabbricò copie di mobili con una perfezione che ingannò gli esperti, assieme a collaboratori di talento, – ebanisti, disegnatori, pittori, doratori o patinatori -. Inaugura i suoi laboratori d’arte nel 1904, in strada Notre-Dame-de-Recouvrance, nel palazzo detto di François I°. Duecento operai lavorarono su queste “creazioni in Stile”, esportate nel mondo intero”

Vediamo dunque, a grandi linee, chi era costui. Per chi desideri approfondire la figura di questo personaggio, rimando alla lettura del libro: “Nel Paese degli Antiquari”, il Suo libro di confessioni, di cui ho personalmente curato la traduzione, la grafica, l’impaginazione e la pubblicazione grazie ad Amazon KDP.

André Mailfert era nato a Parigi nel 1884. nell’XI distretto, il padre era ispettore assicurativo.

Nell’adolescenza ha un periodo di formazione presso un maestro vetraio ad Angers, ma, per un colpo di testa, come afferma lui stesso, a 18 anni si arruola nel diciannovesimo reggimento di fanteria a Brest.

La carriera militare non gli si confà, nel 1904 stabilitosi a Orléans, acquista un laboratorio di doratura con annessa esposizione al n.73 di Rue Royale, contraendo un corposo debito che in un modo o nell’altro riuscirà, nel tempo, a pagare. Proprio in tal laboratorio, come racconta nel libro di confessioni, inizia la sua attività di falsario.

Quattro anni dopo dà in gerenza questa attività e aiutato da un prestito, prende in locazione un importante palazzo rinascimentale detto di “Franҁois I°”, al n.26 di Rue Notre-Dame-de-Recouvrance, precedentemente occupato da una distilleria a vapore e da un commerciante di alimentari.

Qui l’avventura di André Mailfert si svilupperà rapidamente.

Il periodo è favorevole, i nuovi ricchi aspirano ad un certo lustro e mentre una piccola parte di essi si rivolge alla produzione contemporanea -quali: Liberty e Decò-molti altri, intendendo ricreare ambienti con le più belle vestigia delle epoche passate, si rivolgono massicciamente verso lo Stile Luigi XV, Luigi XVI, Direttorio o Impero, molti ricercando pezzi originali.

In tutto questo si inserisce con cultura e ingegnosità, capacità di osservazione e abile messa in scena, André Mailfert. Ufficialmente gli Atelier Mailfert si occupano della produzione di mobili in Stile, ma nel ricco catalogo vengono presentati con finiture e prezzi diversi, i prezzi più elevati riguardano mobili costruiti, in tutto o in parte, con legno antico o magistralmente invecchiato. Non mancano certamente i pezzi unici anche su ordinazione, eseguiti con cure particolari.

Essendo gli affari in rapida espansione, sempre nel 1908, si sposa con Marthe Marie Gosma, figlia del cassiere capo della stazione ferroviaria di Orléans; dall’unione nasceranno due figli: Bernard, a Orléans il 15 luglio 1915 che morirà a 95 anni il 21 aprile 2011 a Crétel nella Marna; e Denise venuta alla luce nel 1922. Di entrambi i figli, al momento, non siamo riusciti ad acquisire altre notizie.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, gli ateliers vengono chiusi, e in una cerimonia di commiato, André offre champagne a tutti i dipendenti riuniti.

Mailfert si arruola nell’aviazione. Guadagnerà delle citazioni, una medaglia militare e verrà nominato Cavaliere delle Legion d’Onore. Le autorità militari scrissero: “Dotato di colpo d’occhio ed entusiasmo, si è particolarmente segnalato il 31 marzo 1915. Il 15 aprile ha dato prova di grande qualità di sangue freddo portando a buon fine un bombardamento, sotto il tiro della contraerea nemica. Ha dato un indispensabile aiuto al suo pilota, gravemente ferito, indicandogli la direzione da seguire, e il luogo dove atterrare, trasmettendogli, nei momenti più critici, la fiducia la più assoluta”

Ferito alle gambe al ritorno di una missione, verrà riformato.  André passa circa un anno in ospedale per curarsi delle ferite.

A seguito di questa esperienza pubblicherà un poema in versi dedicato all’aviazione: “Les Aigles”.

Rientrato ad Orléans rimetterà in pista la sua impresa che nel dopo guerra vivrà i momenti migliori.

Grandi sono anche le sue ambizioni artistiche, nel 1923, fu tra i fondatori della Società degli Artisti di Orléans, che gli permise di esporre durante le varie manifestazioni, oli ed acquerelli, alcuni raffiguranti le vie di Orléans dell’epoca e altri, paesaggi della Savoia. Collaborò con la rivista “Le Grenier” pubblicando poesie.

Nel 1924 creò una società per azioni con un capitale di 1.800.000 di franchi, degli uffici a Parigi e una fabbrica con 150 operai, in un vecchio cinema, l’Eden, nei pressi del palazzo detto di “François I°”, in Rue Notre-Dame-de-Recouvrance n.21. Cera un clima di euforia, gli ordinativi affluivano numerosi da Francia ed il resto del mondo. Tuttavia, nel 1927, la società venne messa in liquidazione. Ma questa vicenda si concluse senza danni particolari e l’attività potette esser ripresa grazie ad ordinativi in portafoglio ammontanti ad un milione di franchi. Il sospetto è che sia stata una semplice operazione di Mailfert per giungere ad un concordato con in creditori, come spesso nella storia è accaduto.

Il 22 giugno 1928, un incendio devasta i laboratori, secondo il giornale “Le Répubblicain Orléanais”, in soli 20 minuti.

Tutto ciò non altera minimamente il dinamismo di Mailfert che ne approfitta per ricostruire con concetti più moderni gli ateliers.

Nel 1930, la cifra d’affari annuale si attestava intorno ai 4.900.000 franchi; i clienti affluivano dall’Inghilterra, Germania, Danimarca, Svizzera e dagli Stati Uniti. In Francia, André Mailfert lavorava per le più grandi case di arredamento, quali: Mercier, Gouffé, Spade… e con una lavorazione e finitura particolari per grandi antiquari come Jansen o Arnold Seligman.

Ma la crisi americana del 1929, sbarca anche in Europa e gli affari crollano. Nel 1932 per cercare di dare nuovo impulso agli affari, Mailfert afferma, totale frutto della sua fantasia, di aver riscoperto un grande ebanista del passato un certo François Hardy, fondatore della Scuola della Loira. Progetta mobili vagamente di Stile Reggenza caratterizzati da eleganza ma grande economia esecutiva, cosa che permette di offrirli a prezzi adeguati al grave momento di crisi. Vengono, se così possiamo dire, “riscoperti” disegni eseguiti dal maestro e addirittura un suo ritratto su tela, abilmente eseguito dallo stesso Mailfert, modificando un ritratto d’epoca di un abate. Una complessa storia sull’importante scoperta storica viene messa a punto e divulgata con conferenze anche trasmesse alla radio e articoli di giornale; tutta la Francia viene a conoscenza del nome del grande ebanista François Hardy.

Sull’onda di tale importante pubblicità Mailfert prepara un catalogo con i mobili ispirati dai disegni del grande maestro, proponendoli come riproduzioni di stile; va però da sé che molti antiquari si mettano alla ricerca dei mobili antichi riferentesi alla “École de la Loire” e non potendo certo trovarli perché inesistenti, si rivolgano a Mailfert per ottenere pezzi antichi “originali”.

Mailfert raccolse poderosi ordinativi da tutta la Francia e ciò permise di vendere la società, di nuovo sottoposta a liquidazione, a prezzi di maggior soddisfazione. L’impresa Mailfert venne venduta alla società Lepley et Amos e continuò a produrre ancora per molti anni mobili in stile sotto la denominazione Mailfert-Amos.

In quest’epoca Mailfert ha 50 anni. Dopo il divorzio con Marthe Marie Gaume, si era risposato con una certa signorina Prat. Un secondo divorzio gli permise di sposare M.me Morand che dopo un breve periodo morirà in un incidente stradale. Nel 1934 si risposa a Parigi con M.me Prat. Si stabilirà prima a Peyrus e successivamente a Castellane. Dove, colpito dalle bellezze naturalistiche delle Gole del Verdon, organizzò campagne turistiche per metterle in risalto e divenendo il pittore ufficiale di questa regione.

Nel frattempo nel gennaio 1935 e non prima di aver portato a termine la liquidazione della sua impresa, pubblica il libro, scritto nel 1929, “Au Pays des Antiquaires – Confidences d’un maquilleur professionel”

Da me tradotto, il libro: “Nel Paese degli Antiquari – Confidenze di un Falsario di Professione”, è ora disponibile, finalmente nella nostra lingua e lo si può trovare in vendita su Amazon sia in formato digitale che cartaceo. Il libro di Mailfert, oggetto di diverse ristampe, fu un grande successo editoriale.

André Lucien Mailfert aveva molto giocato con la vita: il 27 aprile 1943 alle sette di sera, a soli 59 anni, vegliato dalla seconda, nonchè quarta moglie, morì, fulminato da una crisi cardiaca.

Gli atelier Mailfert, nella rappresentazione della produzione dei falsi arredi in Francia, ne rappresentano il massimo esempio; in un mercato così favorevole  numerosissimi sono stati i suoi imitatori. Io ho immaginato di descrivere la vita di uno di questi, un diretto allievo del Sig. André, nel romanzo, pubblicato nel 2019: L’allievo.

Ancora negli anni ‘80/’90 del secolo scorso, molti erano i commercianti di arredi antichi italiani che si recavano in Francia per approvvigionamenti; i commenti erano unanimi: “è pieno di roba interessante, a buon prezzo, ma bisogna fare molta attenzione perché i mobili fasulli sono tanti”.

Tutto questo accadeva in Francia, e in Italia?

In Italia, non ci si esimeva certo dal rifornire un mercato in così vasta espansione, ove serviva, adattandosi elasticamente alle circostanze. Dando per assodato che la Francia aveva vissuto un periodo storico molto importante nella produzione di arredi, per inventiva e qualità, determinando anche una egemonia culturale sul resto d’Europa, nel periodo barocco del II ‘600 e successivamente per tutto il ‘700 e primi anni dell’ottocento, va da se che la maggior richiesta del collezionismo si incentrasse su mobili Luigi XIV, Luigi XV, Luigi XVI, Direttorio. In Italia la situazione si presentava diversa: il periodo culturale egemonico nei confronti dell’Europa si era presentato con le invenzioni del sec.XIV, poi, del Rinascimento, vera e propria rinascita culturale dell’uomo in ogni sua manifestazione, e del seicento con l’inizio dell’internazionale cultura barocca imposta dalla Roma dei Papi.

In Italia ci si aspettava dunque di poter facilmente individuare arredi di tale importanza storica. I falsari non potevano certo deludere le aspettative dei ricchi collezionisti di tutto il mondo, quindi la produzione prende, in ogni manifestazione d’arte, le sue precise connotazioni.

Icilio Federico Joni, falsario di professione, nel 1932 pubblica “Le Memorie di un Pittore di Quadri Antichi”.

Lo so, state per dirmi: -Quadri?- Sento già i Vostri commenti -Stai andando fuori tema!-

Non è così! Perché il nostro falsario, come già avveniva per i suoi illustri predecessori, artisti, non disdegnava di dipingere anche mobili e non solo perché dobbiamo inserire, nell’ambito delle arti decorative le numerose tavolette in legno che nell’ambito senese  venivano utilizzate per la rilegature dei pubblici documenti, le cosiddette legature Biccherna tipiche del comune di Siena; nella sua produzione compaiono ogni tanto anche notizie di falsificazione  di cofanetti, oltre alla corposa produzione di tavole dipinte soprattutto fondo oro.

Icilio Federico Joni, nasce a Siena nel 1866, già orfano di padre, in quanto il padre naturale Federico Penna, furiere maggiore del 53° Reggimento di Fanteria, si suicida a soli 26 anni. La madre Giulia Casini si ritrova sola con il frutto della relazione che poco dopo verrà alla luce. La famiglia per evitare lo scandalo abbandonò in forma anonima l’infante alla “Ruota dei Gettatelli” presso Lo Spedale di Santa Maria Maggiore della Scala. Ma siccome, come commenta Icilio, la sua famiglia era gente di cuore, dopo 18 mesi il bimbo venne riportato in famiglia e allevato soprattutto da una conoscente.

Ancora ragazzetto prese a frequentare la bottega di un doratore dove apprese quelle tecniche che utilizzerà in seguito nella sua professione di “pittore di quadri antichi”. Il doratore, Angelo Franci, viste le capacità di Joni, gli consigliò di frequentare, sia pure saltuariamente, l’Istituto d’arte. Lo Joni ufficialmente eserciterà il mestiere di pittore/restauratore.

Il suo libro nonostante il titolo accattivante è un libro che parla poco e in maniera reticente dell’attività di falsario; è più che altro incentrato sulla sua vita, artistico picaresca, di “rivoluzionario” socialista, caratterizzata dalle risse tra rioni, dai festeggiamenti dopo aver concluso un “affare”, da avventure con l’altro sesso.

Una cosa però emerge in modo interessante: il rapporto che instaura con il grande storico dell’arte statunitense Bernard Berenson chiamato da Icilio nel libro, anagrammandone il nome, Sonberen. Berenson è cliente dell’antiquario Torrini, cui Icilio affida dipinti in conto vendita; il grande storico dell’arte, come tutti o quasi, gli addetti ai lavori del periodo compra, opere d’arte per poi rivenderle a facoltosi clienti in Europa e America. Un giorno il Berenson, forse dopo una “soffiata” e scoperto il domicilio del falsario, lo induce ad ammettere che i quadri venduti dall’antiquario sono opera della sua produzione. La cosa strana è che nei mesi successivi il Sonberen, come veniva chiamato, per discrezione e scherno, da Joni, continuerà ad acquistare regolarmente quadri, senza più l’intermediario. Ciò ci dà la misura di come, allettati da facili e cospicui guadagni, molti si lasciassero tentare.

Ma, ancora una curiosità:

«Paicap» è stata per molto tempo una misteriosa sigla presente sul bordo di molti dipinti trecenteschi (presenti al Metropolitan di New York come a Dublino…), poi qualche studioso come Kenneth Clark sollevò dei dubbi sull’autenticità dei dipinti e si capì il significato dell’acronimo: «Per Andare In Culo Al Prossimo». Era la firma di Icilio Federico Joni.

Da Siena ci spostiamo a Firenze dove avremo modo di esaminare l’operato di altri eminenti personaggi che in un mercato dell’antico così fiorente, si lasciano tentare, allo scopo di incrementare i guadagni.

Stefano Bardini (1836 – 1922) è stato forse il maggior antiquario italiano degli ultimi cento anni, ricordo che alla sua morte ha lasciato alla Città di Firenze quello che ancor oggi viene chiamato Museo Bardini, sito in un Palazzo da lui fatto costruire, in stile eclettico, inglobando diversi edifici, in parte antica dimora dei Mozzi. In questo palazzo ambientava gli arredi da proporre alla sua ricca clientela. In gioventù fu pittore e si rivolse, per proprio uso e consumo, allo studio del rinascimento. Dotato di grande abilità manuale, ben presto si avvicina al Restauro e come conseguenza della sua ambizione, al commercio.

Molti dei mobili rinascimentali conosciuti, ad esclusione di quelli ancora nelle chiese o nei luoghi, per lo più sacri, per cui furono fatti, passarono per le mani di Stefano Bardini e del suo aiutante Elia Volpi.

E’ opinione di Alvar Gonzales Palacios, storico dell’arte, profondo conoscitore delle arti decorative, che i mobili profani veramente autentici del ‘400 e del ‘500 siano molto pochi, spesso, nel migliore dei casi, sono frutto di innesti che non esitano a mescolare frammenti fiorentini e veneti, zampe fabbricate in Umbria e spalliere marchigiane anche in maniera disinvolta, accostando secoli diversi.

Tutto ciò Alvar Gonzales lo tocca con mano in fase della preparazione del catalogo dei mobili della National Gallery di Washington, donati al museo da un esimio collezionista. Tali mobili, provenienti per lo più da Bardini e da Volpi, non possono certo definirsi opere genuine del Rinascimento. Già osservando le proporzioni si comincia ad avvertire un certo disagio, la patina in alcuni punti sembra convincente in altre dubbia, la congiunzione tra un bracciolo ed un sostegno magari risulta poco elegante, il disegno di un motivo viene coperto e nascosto da un altro ornamento. Il mobile ribaltato e ove possibile smontato, rivela in tutto o in parte, le diverse origini e, o integrazioni dei vari pezzi. Tutto, o quasi, è genuino, eppure tutto è falso.

Ma vediamone un esempio. In questa cassapanca con l’arme dei Medici, intravediamo subito che la parte principale, in basso, è composta da un cassone del tipo detto “a sarcofago” fiancheggiato da due pilastri che vanno in contrasto con le forme bombate del sedile. Il tutto è ricoperto, sto sempre parlando della parte bassa, di decorazioni intagliate a mascheroni, grotteschi, cartigli, girali e altri motivi vegetali. L’insieme viene rifinito o, per meglio dire, riunito da una decorazione a dentellatura che corre lungo l’intero profilo superiore della seduta. Su questo cassone che sarebbe dunque, in tutto o in parte, un mobile a se stante, sono sistemati due possenti braccioli con cherubini, coronati da volute che ricordano un capitello jonico; questi cherubini non risultano felici accanto ai mascheroni grotteschi sottostanti ne per iconografia (appartengono ad altra epoca) ne per dimensioni. I due braccioli sono uniti da uno schienale caratterizzato da un elegante disegno geometrico composto da un cerchio e due ovali, dove, essendo frutto di un assemblaggio di pezzi provenienti da mobili diversi, i braccioli vanno a coprire maldestramente una parte dell’intaglio degli ovali, cosa assolutamente impensabile in mobili di pregio. Sulla spalliera è sistemata una grandiosa cimasa con due putti alati che reggono lo Stemma dei Medici, racchiuso in elegante cartiglio poggiante su un mascherone ghignante e sormontato dalla corona gigliata di Firenze. Questo coronamento anch’esso di notevole qualità risulta troppo voluminoso e con degli elementi, quali ad esempio i putti, appartenenti ad una cultura seicentesca. La pedana su cui poggia il tutto, molto rimaneggiata, proviene ancora da ulteriore altra collocazione.

Su altra cassapanca sempre della National Gallery di Washington, si potrebbero fare analoghi ragionamenti ma in questo caso mi soffermerei solamente su un particolare, però altamente significativo. Il coronamento superiore che poco si confà a mobili di questo tipo è stato aggiunto in quanto portante il blasone dell’importante famiglia fiorentina degli Strozzi. Notiamo però la presenza sui montanti in basso a fianco del corpo principale, di cartigli con altro stemma nobiliare; a questo punto si deve precisare che non si trovano di solito stemmi nobiliari diversi sulla parte superiore o inferiore; quando si tratta di appaiare le armi di due coniugi esse vengono sistemate simmetricamente e non contrapposte in posizione antitetica. Ciò ci mette immediatamente in allarme e spinge a ricerche approfondite.

Elia Volpi (1858 – 1938), menzionato prima, dopo alcuni anni di collaborazione con il Bardini si mise in proprio e continuò la lucrosa attività. Ad imitazione del suo grande maestro anche lui acquistò un prestigioso palazzo per lo sviluppo della sua attività, installandovi il museo privato della “Casa Fiorentina Antica” ove portava avanti con successo il suo commercio. Si tratta del Palazzo Davanzati, oggi museo pubblico. Nel 1916 l’intero arredo del Palazzo venne venduto in asta New York, per l’astronomica cifra di un milione di dollari. Il Palazzo venne poi riarredato e il contenuto a sua volta rivenduto.

Nel 1927 scoppiò, a carico del Volpi, lo scandalo dei falsi dello scultore Alceo Dossena, spacciati per opere dei più celebri nomi del Rinascimento, che lo coinvolse, facendogli patire una dura campagna di stampa, ma risarcì tutti i clienti truffati.

Restando in Toscana, vediamo questa credenza, all’apparenza rinascimentale, opera invece di Giovanni Berardi che aveva una bottega di produzione di mobili in stile ma come molti altri suoi colleghi affiancava anche una produzione che doveva essere confusa con arredi antichi. Uno di questi mobili è la credenza che lo stato italiano acquistò nel 1960 dalla Sig.ra Teresa Polli di Roma e che ora è conservata nel Museo di palazzo Davanzati a Firenze. Il mobile era stato creduto opera originale della seconda metà del ‘500. Un esame approfondito fatto in tempi più recenti, dimostro invece essere di trattarsi di una replica appunto eseguita dalla fabbrica di Giovanni Berardi, attivo a Firenze nella seconda metà del secolo XIX.

Passando in Emilia, vediamo questo coretto che riprende le forme e decorazioni cioè si ispira, ad un analogo esemplare, proveniente dal Castello di Torchiara presso Parma, e su tale originale torneremo dopo. E’ un arredo liturgico che permetteva ai nobili del Castello di seguire le funzioni, in modo appartato.

Questo che vediamo qui riprodotto, era ritenuto un originale del tardo Quattrocento padano, ma poco dopo essere stato acquistato dal Victoria and Albert Museum di Londra risultò essere invece opera di Edgardo Minozzi, un abile ebanista di Padova, che lo eseguì nel 1912 su ordine degli antiquari fratelli Brasi di Parma.

A Milano, Gian Giacomo Poldi Pezzoli dal 1849 avvia il progetto di allestimento della sua casa/museo. Durante i vari acquisti di arredi antichi, la madre, la Sig.ra Rosa Trivulzio, decise per l’acquisto di un cofanetto che si favoleggiava fosse opera disegnata addirittura da Benvenuto Cellini il famoso scultore/orafo e scrittore. La collezione si arricchisce e il cofanetto troneggia al centro del salone di casa Pezzoli. Il proprietario muore nel 1879 e come da testamento la sua casa e le opere in esso contenute diventano una Fondazione Artistica: l’attuale Museo. Nello stesso anno però un certo Giovanni Dupré, scultore toscano, nel libro, “Pensieri sull’Arte e Ricordi Autobiografici” aveva rivelato “l’errore giovanile”, entrando nei particolari costruttivi inerenti la contraffazione. Nel 1881, durante l’Esposizione Nazionale di Milano, venne inaugurato il museo e il cofanetto tranquillamente esposto, lasciandolo credere autentico per alcuni anni.

Accennavamo prima alle Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano; questo è il coretto originale che probabilmente era servito da modello a Edgardo Minozzi per la costruzione del falso visionato prima. In realtà, rispetto al mobile contraffatto, l’originale presenta solo due pareti, in quanto era posizionato in un angolo.

Nel Museo del Castello Sforzesco, dal 1908 il settore dedicato alla mobilia assume grande importanza con l’acquisto di circa seimila arredi che erano stati raccolti intorno alla metà dell’ottocento dai fratelli Giovanni, Pietro e Luigi Mora. I Mora, figli di Pietro e nipoti di Giovanni, ebanista attivo a Bergamo nell’ultimo quarto del ‘700, dirigevano un fiorente opificio dove si producevano mobili in stile e cuoi artistici.

A tal fine nel 1840, decisero di costituire il loro museo “artistico industriale”, ovvero una raccolta di mobili e intagli lignei che via via venivano utilizzati come modelli per la produzione di arredi. Un’iniziativa che andava incontro al nascente gusto antiquariale che aveva altri illustri esempi in Europa. In questa collezione, di apparentemente, mobili d’epoca autentici, i Mora avevano fatto confluire una parte di quel “mobilio artistico” realizzato in parte ex novo e in parte con frammenti antichi. Da Bergamo, successivamente, la raccolta, venne trasferita a Milano e spostata poi in sedi sempre più grandi e prestigiose. La collezione era composta da più di seimila oggetti e comprendeva un po’ di tutto: interi soffitti a cassettoni, frammenti di cori, dossali d’altare, credenze, camini e caminiere monumentali, tavole in noce di grandi dimensioni con massicce sculture e tavolini intagliati e intarsiati elegantemente, una ricca e curiosa varietà di sedie e di poltrone, casse, serramenti, piccoli stipi e cofanetti d’ogni genere, cornici in legno naturale e dorato, bronzi, ferri battuti, cuoi, stoffe, pizzi e quant’altro riguarda l’arredamento artistico. Da un articolo del 1894, si apprende che i visitatori ammessi nelle Sale del Museo potevano scegliere a loro piacimento gli arredi di cui, all’occorrenza, la ditta poteva fornire le copie. Ma siccome “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, possiamo immaginare che si facesse ampiamente commercio anche degli oggetti antichi, o presentati come tali in esso contenuti.

L’ultimo dei fratelli Mora, Luigi, nel 1908 decise di liquidare l’azienda e vendere il Museo al cui acquisto si dimostrò interessato un museo di Londra. Ma l’amministrazione civica milanese, resasi conto dell’importanza che tale collezione rivestiva nell’ambito dello studio sulle Arti Applicate ne decretò la tempestiva acquisizione. Vennero nominati dei commissari che consigliarono l’Amministrazione Civica di acquistare in blocco la collezione e di vendere successivamente quei pezzi che non si sarebbero ritenuti validi per la pubblica esposizione. Infatti, scrivevano i commissari che parte dei mobili non erano originali, essendo frutto di rifacimenti  operati dagli stessi Mora, così come le armi e i “ferri in genere”, risultavano ad un attento esame, abili falsificazioni al pari dei dipinti ritenuti “puri pezzi decorativi” e delle ceramiche. Nel tempo anche dopo la loro esposizione, le collezioni, a seguito di ulteriori approfondimenti vennero private di altri arredi riconosciuti come riproduzioni.

Oggi il museo dei Mobili presente nel Castello Sforzesco di Milano, cui sono confluite diverse altre collezioni, nel tempo, ulteriormente depurate, rappresenta una raccolta didattica importante che copre l’evoluzione storica della cultura italiana nell’Arte Decorativa, dal Rinascimento al periodo Neoclassico. Il catalogo è molto ben fatto e le attribuzioni per epoca, sostanzialmente corrette.

Questa predisposizione, da parte del pubblico, nei confronti dell’acquisizione di mobilio antico d’epoca continua nel tempo e mano a mano si accentua dal secondo dopoguerra, diventando sempre più popolare. Negli anni dopo il 1950, vedremo il fiorire esasperato di vari mercatini antiquariali, ogni comune ambiva ad avere il suo; i mobili anche di poco pregio, diciamo di tipologia rustica, cominciarono sempre più ad essere ricercati e salvati dal fuoco. Commercianti/raccoglitori battevano le campagne e barattavano mobili rivestiti in formica con altri antichi autentici e a volte di pregio. Va da sé che i falsari continuano una massiccia produzione sia di mobili ricercati che altri di più facile, rustica realizzazione. Esistevano ancora, sugli esempi del passato, produttori di mobili in stile che affiancavano una produzione parallela di cui si lascia credere o si dichiara l’autenticità. La richiesta anche nel restauro, ovviamente, è altissima, e molti falegnami si improvvisano, in assenza di normativa specifica, restauratori; lo stesso dicasi per i numerosi negozi a carattere antiquario che in quegli anni fiorirono numerosi.

Tutto tenderà a cambiare anche se all’inizio lentamente, dagli anni duemila in avanti. Ce ne accorgemmo anche in laboratorio: le commesse private tendevano a rallentare e quindi ci si rivolse maggiormente verso appalti pubblici ed ecclesiastici.

Il tempo continuerà a demolire incessantemente l’interesse verso il settore antiquario e negli ultimi 15 anni i prezzi anche in mobili di pregio crollano. Molti Antiquari in tutta Europa cambiano mestiere.

Nel settore del mobile permane un certo interesse per gli oggetti che si definiscono di modernariato, dobbiamo però tenere presente che parliamo di un mercato che si propone con prezzi in genere anche se non sempre, modesti e richieste limitate, per cui, considerati i costi di produzione oggi elevati, è difficile che falsari si orientino verso tale produzione. Comunque non abbassiamo la guardia perché questi mobili del ‘900 spesso sono di facile realizzazione.

Dobbiamo dunque sempre mantenere accesa l’attenzione e la diffidenza: vediamo cosa è accaduto ancora recentemente.

In un articolo di Luana de Micco del 13 giugno 2016 sul Giornale dell’Arte, leggiamo:

Parigi. E se alcuni mobili esposti alla reggia di Versaillesfossero dei falsi? Si è appreso infatti che la reggia del Re Sole potrebbe essere stata vittima di un’enorme truffa: tra il 2008 e il 2012 avrebbe acquistato diversi pezzi di arredamentotaroccati, soprattutto delle poltrone, ma fatti passare per originali del XVIII secolo. Il danno potrebbe elevarsi a 2,7 milioni di euro. Uno scandalo che sta facendo tremare il mondo dell’antiquariato d’Oltralpe e che coinvolge note e storiche gallerie di Parigi, la Aaron e la Kraemer.
L’ufficio centrale della lotta contro il traffico dei beni culturali (Ocbc) ha fermato giovedì scorso due persone legate al mondo dell’arte, a poche settimane dalla prestigiosa Biennale des Antiquaires che si terrà a settembre al Grand Palais. Si tratta di Bill Pallot, esperto della galleria Aaron, storico dell’arte e collezionista, e dell’antiquario Laurent Kraemer che assieme al fratello gestisce la storica galleria.

E non basta!

Comunicato stampa del giugno 2023:

Nel prestigioso e ristretto mondo dell’antichità,  una tempesta si abbatte sulla capitale francese. Jean Lupu, importante antiquario parigino di 93 anni con bottega nei pressi dell’Eliseo, è chiamato a comparire davanti al tribunale penale di Parigi da questo lunedì. E’ sospettato di aver messo in atto una vasta truffa vendendo, per anni, mobili del XVIII secolo presentati come autentici, ma in realtà interamente fabbricati in proprio.

Vado a terminare con la lettura dell’introduzione che André Mailfert, di cui abbiamo parlato prima, fa al Suo libro di confessioni: “Au Pays des Antiquaires”. Ricordo che il libro, di agile e simpatica lettura, è finalmente disponibile in italiano, grazie alla riedizione da me curata, con il titolo: “Nel Paese degli Antiquari”

Dunque, sentiamo il pensiero di André Mailfer:

E’ difficile, nella nostra epoca, credere in qualcosa e sembra confermarsi che tutto quello che si vede, apprende, legge o ascolta, non sia che un palese inganno.

Questa situazione non riguarda in particolar modo l’anno 1934, ma è il risultato di un percorso verso l’inganno che da trotto prolungato all’inizio dell’attuale generazione, si è trasformato dopo qualche anno, in un galoppo sfrenato.

La menzogna, l’imbroglio, il tranello sono il fondamento della maggior parte delle istituzioni umane, dagli anni di scuola fino alla fine della vita; compresa l’orazione funebre.

L’istruzione inizia, col confondere le idee; gli ideali filosofici portano sovente disillusione; molti libri inducono all’errore; i giornali se non sono al soldo di un partito, contengono più frottole che verità.

I politici ingannano le masse, i deputati i loro elettori. Le donne i loro mariti (questa non è una novità); gli industriali ingannano i commercianti, i commercianti i loro clienti; i dipendenti ingannano i loro padroni, come i padroni ingannano i loro dipendenti…

Ma, non avendo l’intenzione di fare un corso sulla morale ed essendo questa malattia del nostro secolo sicuramente reale, aspettando che una crisi terminale ci conduca ad una apoteosi di verità che renderà, può darsi, l’umanità più infelice, perché tutto, qui da noi, non è che un’illusione e l’illusione costituisce la reale felicità della vita, vado a trattare, rivelandone i segreti, uno studio sulla truffa maggiormente praticata, quella del falso antico, nella quale credo essere uno dei meglio informati per averla praticata lunghi anni.

Questo preambolo è sufficiente per presentare al lettore questo libro che leggendolo non sarà dunque ingannato.

Grazie per l’attenzione riservatami, un caro saluto.

Tutti gli articoli di Sergio Salomone

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