Gli atrrezzi del falegname andati perduti nel tempo

Fonte: Federico Crovara Pescia esperto di attrezzistica manuale presso Istituto Nazionale Superiore per il Restauro del Mobile

Molte volte all’interno di cantine o sopra i banchi dei rigattieri o presso i mercatini d’antiquariato, così come anche collocati sulle pareti di alcuni laboratori ormai dismessi, si possono notare molti attrezzi manuali impolverati e da lì sorge una domanda: a cosa servivano esattamente? Ovviamente, avendo l’utensileria elettrica soppiantato e sostituito gli attrezzi manuali, molti non vengono più fabbricati. Inoltre certe lavorazioni svolte attraverso questi non si eseguono più, in quanto i materiali compositi come truciolati e laminati hanno sostituito il legno allo stato naturale. Poiché un buon restauratore del mobile non può farne a meno di utilizzarli, deve esattamente sapere come fare.

Pialletto a denti

Esso è sempre molto ridotto nelle dimensioni e serve per creare solchi o righe sulla “carcassa” del mobile, ottenuta in genere con legno povero come pioppo o pino, per essere poi ricoperta con la lastronatura o, in epoche successive, con la più sottile impiallacciatura, previa distribuzione della colla. Chiaramente le superfici di incollaggio divenivano più ruvide e più estese grazie a tali “righe” che favoriscono anche la fuoriuscita delle bolle d’aria e della- colla in eccedenza.

Pialletto a denti per impiallacciatore

Ecco la funzione di tale pialletto, detto anche “da impiallacciatore”, riconoscibile dal “passo”, ovvero la cosiddetta inclinazione della lama che anziché essere abbattuta di 45°, come nelle normali pialle, è posizionata tra i 70° e i 90°, oltre che per il filo della lama dentellato.

Sponderuola

sponderuola

Un altro inusuale utensile facente parte dei pialletti è la cosiddetta “sponderuola”, lunga circa 20 – 25 centimetri e stretta circa 1,5 – 2 centimetri. Presenta una lama larga quanto la sua suola quindi differente dai normali pialletti che invece risultano molto più larghi e possiedono la lama lievemente ridotta rispetto alla loro larghezza. La sponderuola crea solchi o scanalature che appaiono come veri e propri scalini.

Sponderuola modanatrice
sponderuola modanatrice

Dal precedente utensile deriva la “sponderuola modanatrice” che presenta le stesse misure, ma con una differente forma della suola che, anziché essere piatta, è concava o convessa.
Questa se passata su uno scalino di legno lo scolpisce uniformemente conferendogli una forma contraria. Ad esempio, la sponderuola concava arrotonda uno spigolo vivo rendendolo convesso, il cosiddetto “quarto d’uovo”. Alcuni mobilieri e tutti i corniciai ne possedevano di varia forma, combinazione e dimensione, per poter realizzare quei bordi sagomati che apparentemente sembrano scolpiti mentre invece si ottenevano come
descritto. Oggi giorno le frese rotanti sagomate svolgono lo stesso compito nella realizzazione delle forme.

Incrostatoio
incrostatoio

Dall’unione di una sponderuola e di una battuta regolabile di appoggio, nasce “l’incorsatoio” che, se munito
di un solo dente, si impiega per creare lungo i bordi l’incastro cavo detto “mortasa”, se munito di due denti si impiega per ottenere l’incastro detto “tenone”. Tenone e mortasa costituiscono i cosiddetti “maschio e femmina”, ossia le due parti di un incastro.

Coltello a petto

Un ulteriore insolito utensile è il cosiddetto “coltello a petto” o “a due manici”, che assomiglia ad una mezzaluna da cucina, da cui differisce per quanto concerne il tagliente che, anziché trovarsi all’esterno della
lama, compare all’interno. Viene impiegato sempre impugnandolo con entrambe le mani e trascinandolo
verso di sé “a petto”.

coltello a petto

Esso serviva per molteplici seguenti mansioni: il boscaiolo scortecciava il tronco quasi come pelare una patata; il falegname asportava gli spigoli dei travi rendendoli da quadrati a ottagonali
e infine quasi tondi poiché essendo così grandi non potevano essere torniti;
anche il seggiolaio e il bottaio creavano nelle assi dritte scavi concavi come l’interno delle assicelle costituenti
una botte o come i piccoli braccioli mossi di una sedia; si potevano inoltre realizzare anche le parti convesse come le zone esterne delle botti o le gambe ricurve delle sedie “a sciabola” difficili da realizzare con le normali pialle.

Pinza allicciatrice
Pinza allicciatrice

Sempre menzionando gli attrezzi manuali, magari mimetizzata tra tenaglie, martelli e pinze arrugginite
accatastate in un deposito, si può scorgere la rarissima e poco conosciuta “pinza allicciatrice” o “stradaseghe
ideata per agire direttamente sui denti dei segacci sia piccoli che anche molto grandi con il fine di storcerli alternativamente uno a sinistra e uno a destra. Lo scopo, ieri come oggi in caso di tagli meccanici, è di fare in modo che il taglio ottenuto dai denti così divaricati sia almeno 1,5 volte più largo dello spessore della lama. In caso contrario, durante la procedura del taglio, la lama rimarrebbe stritolata tra i due estremi del solco scavato senza potervi scorrere ne in avanti ne indietro.


Martellina

Come ultimo e raro utensile che alcuni vecchi artigiani ricorderanno è la cosiddetta “martellina” o “martello
da impiallacciatore
”. Il suo aspetto la rende simile al classico martello; presenta lo stesso manico in legno e
la testa metallica munita di due estremi dei quali uno normalissimo a forma di battente e l’altro a forma di spatola. Quest’ultimo risulta essenziale durante l’applicazione della lastronatura o, in epoche successive,
delle impiallacciatura, mediante l’uso della colla animale “a caldo”. La martellina veniva lasciata a scaldare
sul fuoco, per poi passarla sulla lastronatura o sull’impiallacciatura dal lato a forma di spatola, quasi come
fosse un ferro da stiro. Con la stessa, usata all’altro estremo, si conficcavano piccoli chiodi che venivano
asportati il giorno successivo.

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