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Sverniciatori ecologici

Dopo ormai dieci anni di ricerche effettuate nel campo del restauro ligneo sono state messe a punto nuove e importanti formule in grado di ottenere sverniciatori ecologici, facili da ottenere, più efficaci e meno dispendiosi se messi a confronto con quelli tradizionali.

Fonte: Autori vari

Premesse generali sulla fase di pulitura

Incredibilmente dopo ormai dieci anni di ricerche effettuate nel campo del restauro ligneo presso i laboratori dell’Istituto Nazionale Superiore per il Restauro del Mobile alcuni docenti hanno messo a punto nuove e importanti formule in grado di dare origine a prodotti completamente privi di tossicità, facili da ottenere e molto più efficaci e meno dispendiosi se messi a confronto con quelli in vendita preconfezionati.

Quando si incomincia a svolgere un restauro totale su di un opera “lignea” la fase che dovrà precedere le altre è sempre la pulitura. Essa permette di individuare meglio le lacune mancanti superficiali (da reintegrare), aiuta inoltre a stabilire i colori degli stucchi (da applicare negli incavi) che dovranno eguagliare le tonalità del legno (se perfettamente pulito) e infine rende possibile la riverniciatura che ha lo scopo di aderire saldamente al legno (in assenza di sporcizia).

La fase in questione viene anche denominata sverniciatura poiché consiste in genere nell’asportazione delle vernici superficiali, oppure un suo ultimo sinonimo è il cosiddetto “decapaggio” ovvero inteso come piccola pulitura, meno invasiva di altre capace di preservare lo strato di lucidatura originale nell’intento di eliminare invece quelli successivi.

Tutto il procedimento entra a far parte di una determinata tipologia di restauro esattamente quella “estetica” utile a conferire un aspetto al mobile simile al nuovo (come era come in origine) mettendo in risalto e traspa­renza i colori e le lavorazioni del legno presenti nelle zone a “vista”, ovvero quelle parti che a differenza di altre furono verniciate al termine della sua costruzione con uno scopo prettamente protettivo nei confronti dell’umidità e dei parassiti oltre che per esaltarne la bellezza.

Il vero concetto di Patina

E’ certo che attraverso le varie puliture attuate in modi diversi si va ad agire su una zona superficiale di un opera conosciuta come “patina“; è indispensabile quindi capire con precisione in cosa essa consiste prima di iniziare. All’interno del Vocabolario Toscano dell’Arte e del Disegno di Filippo Baldinucci risalente al 1681 compare per la prima volta questo termine (patena) atto all’epoca a descrivere un aspetto scuro che il tempo faceva apparire sopra le pitture simile ad una pelle;

mentre invece moderni testi come ad esempio il “Dizionario del Restauro e della Diagnostica” conferiscono un nuovo significato allo stesso termine, affermano che si tratta di un insieme di processi di adattamento dei materiali superficiali di un manufatto nei confronti dell’ambiente esterno influenzati dall’età fino a provocare fenomeni di ossidazione e trasformazione chimica originando così la patina.

Una versione ancora più chiara a riguardo fu stabilita per convenzione all’interno del programma didattico nei corsi di preparazione professionale dai docenti dell’Istituto Nazionale Superiore per il Restauro del Mobile, classificando la patina con un riferimento specifico a quella del legno in due tipologie distinte quella “insita” e l’altra in “aggiunta“.

La prima patina consiste nella parte più superficiale delle zone prese in esame (tangibile solo in assenza di altre sovrapposizioni) ed è costituita unicamente da del legno, è simile ad una pelle risulta diversa dalla struttura del legno sottostante dello spessore delle tavole; è dovuta all’effetto schiarente della luce diretta, all’esposizione a sbalzi di temperatura e di umidità, e all’ossidazione delle resine naturali contenute nelle fibre legnose.

Essa col tempo assume maggior spessore a partire da pochi millesimi di millimetro e nei secoli aumenta inoltre non sopporta le car­teggiature che purtroppo l’asporterebbero è considerata inoltre testimonianza di tempo trascorso (ovvero indice di autenticità).

a sinistra: patina in aggiunta – a destra patina insita

Mentre invece la patina “in aggiunta” risulta essere tutto quanto ciò che ricopre le superfici a vista (al di fuori del legno) ed è costituita inizialmente dalla prima finitura (verniciatura o lucidatura) originale d’epoca che poteva essere di 4 diversi generi rispettivamente ad olio, o a cera, o a resina naturale (come gommalacca), o resina sintetica (solo a partire dal 1900).

In seguito all’applicazione iniziale di una di esse nei secoli a seguire (a causa di una manutenzione ripetitiva) veniva sovrapposta più volte la stessa sostanza o addirittura prodotti vernicianti diseguali dai precedenti imposti dalle mode successive (come nel caso riferito ai mobili seicenteschi nati a cera e rilucidati poi con gommalacca nel 1800) senza poi tralasciare lo sporco la fuliggine dei camini oltre lo smog in epoca moderna rimasti intrappolati tra gli strati di finitura.

Tutto questo elenco costituisce e corrisponde alla patina in aggiunta che non è una testimonianza di autenticità sicura (poiché potrebbe essere riproducibile artificialmente) ma che invece offusca l’estetica originaria e la leggibilità dell’opera e quindi è opportuno e giustificato asportarla totalmente.

Prodotti chimici da evitare nella sverniciatura

I primi interventi di ripristino risal­gono alla metà dell’800 dove le puli­ture erano svolte impiegando, su pati­ne di epoche rinascimentali, prodotti sotto forma di cristalli solubili in acqua come ad esempio soda causti­ca, solvay, acido ossalico, oppure già liquide come l’ammoniaca, le varechine bi-componenti e l’acqua ossi­genata 130 volumi poiché costano poco agiscono rapidamente elimina­no le patine aggiunte totalmente.

In apparenza sembrano efficaci purtrop­po creano danni irreversibili nei con­fronti del legno (patina insita) rea­gendo col suo colore; l’ammoniaca infatti rende neri o verdi i legni che contengono tannino come castagno o rovere, la soda caustica sfibra il legno alza il pelo lo ingiallisce assorbe oli e resine naturali crea contrazioni e spaccature superficiali, e dopo la ver­niciatura riaffiora sotto forma di mac­chie (sanguinamenti), l’acido ossali­co, l’acqua ossigenata e la varechina bi-componente sono prodotti “can­deggianti’ diminuiscono per sempre le tonalità dei legni (a esempio un mogano rosso intenso diverrebbe arancio pallido ).

Infine essendo il legno un materiale igroscopico (in grado di subire l’assorbimento o la perdita di acqua) e anisotropo (capa­ce di deformarsi in modo disunifor­me e irreversibile) non deve mai esse­re pulito con metodi sopraelencati poiché apportano grandi quantità di acqua. Sempre il tasso di umidità purtroppo aumentando attrae i tarli che riconoscono confusi il legno antico interpretandolo come fresco e giovane e quindi ancora appetibile; infine penetrando negli incastri le colle proteiche di origine animale (in uso dal 1400 al 1890) presenti al loro interno in quanto reversibili “al caldo umido” si sciolgono e il mobile si smonta in pezzi.

Prodotti dannosi per gli operatori

Dall’inizio degli anni 80 molti restauratori del legno abbracciarono l’impiego di moderni sverniciatori preconfezionati con esiti ottimi, anche se tali prodotti erano nati esclusivamente per eliminare vernici sintetiche (quelle delle auto) su superfici metalliche.

Durante il loro impiego il legno manteneva la tonalità e il colore originario, essendo questi a secco non vi erano problemi dovuti all’acqua, (assente nelle formulazioni) eliminando oltre le vernici moderne (sintetiche come flatting, poliestere, nitro) anche olii di ogni genere, cere animali (api) sintetiche (paraffina) e le resine naturali (gommalacca, colofonia, sandracca).

Vengono applicati per alcuni minuti e tolti con la paglietta d’acciaio come fosse una spugna ripetendo per diverse volte il trattamento, ottenendo così l’asportazione totale della patina in aggiunta e la preservazione di quella insita, (non fanno male al mobile) inoltre costano molto e sono lenti. In campo professionale questi prodotti applicati in grosse quantità per lunghi tempi di esposizione sembrano essere causa di effetti cancerogeni contengono oltre ad addensanti e supportanti anche idrocarburi come il toluene (tourolo e metilbenzene) e lo xilene (xiolo) considerati rispettivamente di alta e media tossicità.

Sverniciatori ecologici

La recente formulazione di sverniciatori ecologici senza precedenti imita e sostituisce gli sverniciatori preconfezionati in vendita ed è a base di solventi aventi un grado di tossicità centinaia di volte inferiore rispetto sempre a quelli commerciali, sottofondo di gelatina; anch’esso non contiene acqua e si può addirittura preparare da soli anche in casa acquistando i seguenti prodotti: 500 g di limonene (solvente ecologico) (foto 1) nel quale poi si sciolgono 100 g di cera d’api (foto 2) alla quale poi si aggiungono 100 g di bicarbonato (foto 3) e 500 g di alcool (foto 4) 99,9°.

Ogni singola sostanza ha un importante compito specifico; il limonene (terpene di origine vegetale non tossico ottenuto dalla distillazione di bucce di arance) serve per sciogliere resine sintetiche e sgrassare gli olii presenti, ed è anche il solvente per eccellenza delle cere utile ad eliminarle (decerante naturale), mentre l’alcool 99,9° (assoluto o ani­dro) essendo il solvente (naturale) specifico per sciogliere la gommalacca (resina di origine animale) la asporta totalmente mentre la cera (addensante) nella formulazione occorre poiché si gonfia e crea una gelatina assorbente in grado di asportare meglio e mantenere uniti tutti i prodotti del composto conferendogli maggior forza chimica e spessore evitando spiacevoli colature durante la sua applicazione;

infine il bicarbonato funziona come abrasivo e possiede come dimensione una grana a media grandezza e al contempo una durezza bassa in modo tale che entrando in contatto con le superfici va a colpire e frantumare lo strato di patina (in aggiunta) ammorbidita dai solventi (emollienti) senza rigare il legno (patina insita, poiché essendo più morbido di questo ultimo e si frantuma in particelle invisibili non lasciando neppure residui) oltre ad essere leggero mantenendo una distribuzione (sospensione), uniforme nella formulazione.

Sverniciatore ecologico alimentare

L’altra ricetta, quella dello sverniciatore alimentare, lascia esterrefatti poiché è addirittura commestibile; tale composto per essere ottenuto richiede i seguenti prodotti nelle rispettive quantità: si spremono 200 g di succo dai limoni (foto 5), poi si aggiungono 100 g di aceto bianco (foto 6) e poi, 10 g di carbossilmetilcellulosa sodica (o al suo posto (foto 7a/b) colla per parati preconfezionata) dopodiché ancora si aggiungono 600 g di alcool 95° (etilico non denaturato bianco per liquori) (foto 8) infine si aggiungono anche 30 g di pomice (foto 9) (di Lipari in polvere finissima) e 60 g di sepiolite (foto 10) (minerale assorbente detto schiuma di mare).

Tutti questi prodotti alcuni di origine alimentare e altri minerali non tossici hanno dei ruoli mirati ed efficacissimi interpretati nella spiegazione che segue: il limone sbianca scioglie cere e olii e sgrassa, cosi come l’aceto insieme sono un forte detergente e non si contrastano, l‘alcool da liquori scioglie le vernici naturali in uso anticamente (come la gommalacca) purtroppo non le sintetiche attuali (come il flatting ). Mentre la carbos­silmetilcellulosa sodica è un addensante (alimentare o per ottenere saponi in gel) che mantiene uniti i prodotti dando spessore e efficacia a tutto l’insieme;

la pomice in piccola quantità essendo dura come il vetro e al contempo molto fine non riga pulisce le cavità cellulari del legno e sbriciola lo sporco assieme alla sepiolite che risulta rispetto quella di prima più morbida e grossa per completare l’abrasione dello sporco senza danneggiare (un po’ come il dentifricio).

Entrambi i formulati di queste due ricette agiscono con l’applicazione di una sola mano (anziché molte mani) e si devono lasciare agire per 15 minuti almeno vengono poi asportati insieme allo sporco con pagliette d’acciaio come fossero normalissimi sverniciatori (preconfezionati).

Considerate le loro qualità miracolose presso l‘istituto scolastico dove sono nati vengono impiegati ormai al posto di altri prodotti meno vantaggiosi; inoltre da adesso sono alla portata di coloro che avranno letto quanto spiegato in precedenza che potranno godere dei loro benefici e divulgarli per una giusta causa.



Un pensiero su “Sverniciatori ecologici

  • Cecilia B.

    Buongiorno, ho utilizzato la prima ricetta dello sverniciatore a base di limonene ecc. ed effettivamente funziona bene per togliere lo strato di porporina applicato nel passato sopra ad una doratura a foglia oro.
    L’unica difficoltà che ho nella preparazione è che 2 volte mi è riuscito uno sverniciatore liquido e 1 volta uno sverniciatore addensato usando sempre le stesse proporzioni indicate. Io procedo riscaldando il limonene con la cera a 60° per permettere alla cera di sciogliersi. Poi, quando ancora caldo, aggiungo il bicarbonato e l’alcol.
    Ovviamente l’uso più semplice si ottiene quando lo sverniciatore si addensa.
    Potreste spiegare come ottenere sempre lo sverniciatore addensato?
    Grazie,

    Cecilia

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