Come riconoscere le essenze lignee usate nella costruzione dei mobili

Fonte: Crovara Pescia Federico – direttore dell’ Istituto Nazionale Superiore per il Restauro del Mobile

Durante il corso di preparazione professionale  svolto presso l’Istituto Nazionale Superiore per il Restauro del Mobile di Genova, gli allievi effettuano esercitazioni al fine di distinguere le varie essenze lignee attraverso specifiche metodologie, utili anche a tutti coloro che avessero questa esigenza o  interesse.

L’utilità di saper riconoscere i legni

Nell’ambito del restauro dei mobili o meglio del legno, durante uno dei principali momenti del ripristino, quello cosiddetto della “falegnameria” oltre a riconsolidare il legno ad incollare la struttura, si possono presentare una o più lacune, consistenti in zone mancanti che per un fine estetico devono essere ricreate. Possibilmente dopo la ricostruzione le stesse non si dovranno notare, ciò e possibile se queste vengono ottenute da un legno uguale al resto del mobile; per realizzare tutto ciò dapprima occorre individuare esattamente quale tipo di legname fu impiegato per costruire il mobile. Qualora il manufatto anziché essere ottenuto con del legno massiccio e unico in tutta la sua struttura, fosse invece ricoperto da intarsi  (mosaici costituiti da decine di tipologie di legni dai diversi colori), soltanto un esperto saprebbe riconoscere i molteplici tipi di legno mancanti durante uno stesso restauro .

Prima di imparare si deve comprendere che  singoli metodi esatti d’interpretazione non esistono mentre molteplici tecniche applicate simultaneamente portano a raccogliere indizi numerosi che avvalorano una conclusione il più possibile certa.

Il metodo che si basa sulla densità

La densità o peso specifico è molto utile al riconoscimento, infatti lo si calcola sapendo come un decimetro cubo d’acqua distillata a 14° pesa un kg e che quindi pesando uno stesso volume di un determinato legno si otterrà la sua esatta “densità”.

foto 1 Il BALSA è il più leggero di tutti
foto 2 Il GUAIACO SANTO è il più pesante di tutti

Ogni enciclopedia presenta almeno 30 diversi legni con relativi pesi specifici partendo dal più leggero  [foto 1]  il Balsa 160 g/dm3 al più pesante  [foto 2] il guaiaco santo 1310 g/dm3 centinaia di altri tipi rimangono compresi tra questi due “estremi”. Si può affermare a grandi linee che i legni considerati leggeri pesano entro i 500 g/dm3 (es. balsa 160, , pino storbo 380, tuia gigante 370, tiglio americano 420, cedro da incenso 420, [foto 3] pioppo 450, cedro spagnolo 480) quelli invece  medi pesano tra i 500 g e i 750 g/dm3  (es. castagno 540, olmo europeo 560, acero 610, ciliegio 610, noce 640, mogano americano 640, pero 700, [foto 4] frassino 700, faggio 720, rovere 750)

foto 3 Il PIOPPO fa parte dei legni con peso e durezza leggeri
foto 4 Il FRASSINO fa parte dei legni con peso e durezza medi

quelli reputati medio alti pesano tra i 750 e i 1000 g/dm3  (es. leccio 770, palissandro brasiliano 850, wengè 880, bubinga 880, [foto 5] bosso 900, bois de rose 960 ) infine quelli cosiddetti massimi che sono i più rari e che non galleggiano pesano più dell’acqua (es. ebano 1090, violetto 1200, [foto 6] azobé o pau ferro 1280. guaiaco santo 1310).

foto 5 Il BOSSO fa parte dei legni con peso e durezza medio alti
foto 6 L’AZOBE o PAU FERRO fa parte dei legni con peso e durezza massimi

Sicuramente un falegname durante la costruzione stabilisce un rapporto esatto tra volume e peso mentre invece un restauratore non potendo effettuare prove esatte direttamente sul mobile può soltanto avvertire se il peso del legno di un antico pezzo sia compreso tra quelli cosiddetti bassi, medi, medio alti o massimi.

Occorre anche prestare attenzione alla stagionatura dei legnami, poiché se questa è breve (tre anni) aumenta circa del 10% il peso specifico (motivo per cui alcuni citando il noce lo catalogano con densità pari a 730) se invece l’essiccazione è lunga (5 anni) la densità di uno stesso tipo di legno diminuisce circa del 10% (caso in cui magari un altro testo indica una densità riferita al noce di 640) quindi diversa dalla precedente.

La tecnica che considera la solidità

I diversi tipi di essenze si contraddistinguono anche attraverso la durezza che è direttamente proporzionale al peso specifico (quindi un legno leggero sarà sempre morbido invece uno pesante dovrà risultare duro). Anche la durezza a grandi linee si può catalogare come bassa o media o medio alta e massima che sono parametri che comprendono gli stessi legni menzionati all’interno del paragrafo precedente (esempio: il legno di balsa avrà durezza valutata come bassa mentre quello di guaiaco santo possiederà durezza massima). Basti pensare che il primo ha la consistenza del polistirolo espanso, il secondo che è duro come il marmo o l’alluminio viene addirittura impiegato per creare sfere per cuscinetti nell’industria aeronautica.

Non esiste una prova di durezza “ufficiale” ve ne sono da  valutare diverse riscontrate in campo professionale. Per meglio comprendere si può osservare un carpentiere nel mentre conficca chiodi a martellate nel legno, esso potrà semplicemente con le mani conficcarli nel balsa (durezza bassa) oppure con l‘ausilio di un semplice martello nel noce (durezza media) e nel palissandro (durezza medio alta) dove questi facilmente tenderanno però a storcersi; penetrando infine nell’ebano (durezza massima) non ci riusciranno spezzandosi.

Lo scultore (intagliatore) differente dall’altro artigiano dovrà sempre affilare la lama quando il tagliente si sarà consumato senza più essere in grado di  fendere le fibre ma ciò avverrà dopo diverse ore d’impiego svolto su legni morbidi come il pioppo oppure solo dopo pochi minuti se conficcherà la sgorbia in legni duri come l’ebano. A sua volta il falegname piallando le superfici regolerà la fuoriuscita della lama rispetto la suola dell’attrezzo ( 01 – 02 decimi di millimetro su legni duri, 03 – 04 – 05 sui medi, 06 – 07 – 08 sui morbidi) per evitare che il truciolo si rompa e la pialla si incunei incantandosi frenata dall’elevata durezza. Lo stesso artigiano imbattuto in una prova di “segagione” con attrezzi manuali o elettrici (utili a strappare le fibre attraversandole con denti a rastrello) constaterà un avanzamento del taglio veloce o lento dovuto sempre alla resistenza dovuta alla “durezza”.

Il modo di distinguo basato sui colori

Talvolta la colorazione descritta nei minimi particolari è un presupposto classico e unico utilizzato in vari libri ed enciclopedie specializzati nell’argomento legni; purtroppo nella maggior parte dei casi risulta generico poco efficace per motivi considerati da pochi intenditori. Il 90% delle essenze lignee anche se appartenenti alle diverse specie, appaiono per lo più giallognole con un contenuto inferiore di colore marrone, nocciola chiaro e infine un impercettibile traccia aranciata interiore riscontrabili in un osservazione ravvicinata.

foto 7 Il FAGGIO e il PLATANO si somigliano come colore
foto 8 Il FAGGIO e il PLATANO si somigliano come colore

Questa amalgama di colori più o meno intensa  con proporzioni variabili accomuna quasi tutti i legni, per esempio [foto 7] un faggio in quanto diverso da un [foto 8] platano presenta ciò nonostante quasi la stessa descrizione nei colori.

foto 9 L’EBANO ha un colore unico tendente al nero
foto 10 L’ACERO ha un colore unico tendente al bianco

Mentre per un 10% delle specie la colorazione accentuata e specifica risulta un parametro unico, ottimo, per un distinguo più preciso; questo fenomeno riguarda tra molti i seguenti legni: [foto 9] l’ebano di colore nero, [foto 10] l’acero e il limone quasi  bianchi, il bosso tendente al giallo avorio, il ciliegio sull’arancione, il mogano piuttosto rossiccio, [foto 11] l’amaranto estremamente viola.

foto 11 L’AMARANTO ha un colore unico tendente al viola

Sempre il legno viene apprezzato grazie al suo aspetto variegato e mai uniforme come altri materiali lavorabili. Legni di una stessa specie quindi possono essere  simili ma non identici, non può quindi un testo cristallizzare tramite descrizioni le colorazioni naturali in grado di assumere continue variazioni anche in diverse parti di uno stesso tronco. Variano anche le tonalità nei legni giovani sono pallide in quelli antichi appaiono scure; anche l’età e’ un fattore fondamentale, (un legno di noce in un mobile rinascimentale sarà di colore marrone grigio pietra in un mobile nuovo marroncino nocciola) e oltre al tempo trascorso la zona di crescita che i terreni ed i minerali apportano diverse tonalità e colori in stessi legni di una stessa epoca.

foto 12 L’ALBURNO di NOCE è di colore chiaro
foto 13 Il DURAME di NOCE è di colore scuro

L’ ultimo fattore in grado di sconvolgere le colorazioni riguarda le zone interne al tronco, se osservato in sezione 2/3 del diametro interno appare scuro e consiste appunto nel durame o cuore ( [foto 12] nel noce è di colore marrone nero) mentre 1/3 del diametro esterno chiamato alburno risulta chiarissimo ( [foto 13] nel noce cosiddetto biondo è di colore giallo) alcune specie al contrario, come il pioppo sia il durame che l’ alburno risultano chiari ed indistinguibili.

La modalità che distingue l’aspetto naturale

Generalmente questo aspetto viene chiamato “andatura delle fibre” e comprende molteplici aspetti riscontrabili attraverso un esame visivo; può riguardare il colore distinguendolo in uniforme (es. [foto 14] mogano rosso uniforme) o disuniforme (es. ciliegio con fasce più o meno intense) oppure presentare una sequenza di più colori ravvicinati bicolore (es. [foto 15]  l’ulivo presenta un colore giallo nel durame con vene nere)

foto 14 Il DURAME di MOGANO è monocolore
foto 15 Il DURAME di ULIVO è bicolore marezzato

o tricolore (es. [foto 16] il bois de rose apparentemente rosa presenta una costante ripetizione alternata di fibre rosse verdi gialle quindi tricolore).

foto 16 Il BOIS DE ROSE presenta una ripetizione di tre colori

Sempre la fibra può essere mossa cosiddetta “marezzata” e formare movimenti simili al disegno dei marmi ciò accade nei durami del noce e dell’ulivo, dove le fibre nere sottili, sembrano disegni ottenuti a china. L’“andatura” presenta anche una frequenza numerosa o assente di nodi un indizio importante, infatti, un legno come quello ottenuto da un pino cirmolo avendo la pianta molti rami sul tronco una volta sezionata presenta tavole nodose essendoci molte generatrici (i nodi) al contrario un legno come il mogano proviene da una pianta avente tronco cilindrico privo di rami salvo la sommità da questa le tavole ottenute risultano prive quasi di tale difetto estetico e strutturale.

foto 17 I PINI e gli ABETI presentano un anello chiaro e scuro

Osservando [foto 17]  le conifere, quindi i pini, presentano una prerogativa unica poiché una volta sezionati in tavole queste appaiono zebrate o striate con fibre dure sottili scure alternate a fibre ampie morbide chiare, dovute alle duplici pareti d’ogni singolo anello di crescita. Infine sempre la vista può individuare le cosiddette  raggiere, visibili ad occhio nudo, senza un microscopio, grazie al loro colore intenso, trasparente e alla loro dimensione; solo in pochi legni che seguono e non in altri appaiono evidenti e di varie grandezze: [foto 18] nell’ acero risultano piccolissime, nel platano meno  piccole, nel faggio medie, nel rovere più grandi, nel leccio grandissime. Queste fibre si originano nel midollo corrispondente all’asse centrale del tronco e si diramano orizzontalmente come raggi verso la corteccia compaiono come macchie disposte perpendicolarmente alla superficie delle tavole; se presenti l’indagine diventa efficace e si restringe la ricerca a questi cinque legni escludendo tutti gli altri.

Il metodo che si basa sulla grandezza della tessitura

La tessitura larga oppure stretta (dove appunto risulta ampia o sottile) corrisponderebbe al cosiddetto “poro” che consiste in una piccola cavità superficiale visibile e riscontrabile al tatto. Questo aspetto è dovuto alla presenza di cavità interne al tronco disposte parallelamente al suo asse (sono simili a vene o capillari in rapporto al loro diametro che varia nelle diverse specie);

nel loro interno si trovano oli, resine, lattice, sostanze chimiche come il tannino e acqua che in parte dopo la stagionatura evapora generando la contrazione dei pori, che persistendo rendono il legno vivo, spugnoso, capace di assorbire acqua, quindi deformabile. Effettuando un taglio longitudinale parallelo  del tronco si ottengono tavole lunghe come lo stesso, dove i pori compaiono sulla loro superficie sezionati a metà simili a molte linee cave allungate disposte nello stesso senso tra loro. Alcuni particolari utili alla loro distinzione in base alle specie li rendono come un impronta digitale del legno ovvero unici e inconfondibili. I legni si possono distinguere in fibre a poro “strettissimo” come l’ebano, l’acero, il bosso ove essendo piccolissimi invisibili permettono alla superficie della tavola di essere liscia come il marmo.

foto 19 Il CILIEGIO presenta un poro fine
foto 20 Questi legni hanno tutti un poro grande

Altri legni presentano fibre a poro “fine” come [foto 19] ciliegio, pero, ulivo dove si notano appena rendendo le superfici opache spugnose, oppure altri possiedono fibre a poro “medio” come il noce  o il mogano che presentano pori superficiali larghi come un capello visibili e appena avvertibili al tatto, infine in altre specie contengono fibre a poro “grande” [foto 20]  come il castagno, il rovere e l’acacia ove i pori sono larghi quanto uno spillo quasi 1 mm conferendo un aspetto superficiale corrugato e ondulato antiestetico che anche dopo il riempimento con la vernice turapori rimane a buccia d’arancio.

Passano in secondo piano al loro diametro le differenziazioni  in merito alla lunghezza dei pori alla frequenza più o meno numerosa  in base alla tipologia e la loro forma  che soltanto un esperto dotato di una memoria fotografica notevole può constatare servendosi di questi ultimi indizi.

La capacità di riconoscere dall’odore particolare

L’ultimo elemento di distinzione tra le essenze è l’aroma ma purtroppo risulta evidente in pochi casi; infatti tutti i legni ne conservano uno unico come fosse un sapore ma solo se freschi e appena tagliati e grazie alla segagione che li riduce in particelle riconoscibili con l’olfatto in un solo istante senza ricorrere ai precedenti parametri descritti. Un falegname durante la costruzione di un mobile nuovo ottenuto da del legno appena stagionato riesce ancora ad avvertire l’aroma, al contrario un restauratore dovendo agire sul legno antico di un mobile d’epoca sa che il tempo cancella questa “qualità”.

foto 21 Il TEAK emana un odore simile al cuoio se viene carteggiato
Il BOIS DEROSE è un legno fortemente aromatico

Rarissimi legni contengono oleoresine aromatiche intense indissolubili nei secoli come ulivo, [foto 21] teak, in quanto untuosi odorosi dicono di cuoio, oppure anche pini resinosi come il pitch pine  dove la resina rimane liquida nelle fibre abbondante e sgorga a distanza di anni con odore forte simile a quello di solventi o vernici (ottenute nell’antichità da queste specie). Infine legni fortemente aromatici come il bois de rose, il sandalo, la canfora, l’eucalipto tramite distillatura danno origine ad oli essenziali che si dissolvono nell’aria vengono impiegati dalle industrie produttrici di profumi.

Tutti quanti gli aspetti sviluppati precedentemente potranno fornire nuove e valide basi utili nel riuscire a catalogare il legname ormai tagliato in tavole e non più sottoforma di pianta viva quindi anche in assenza di preziosi indizi; adesso non resta che provarci buona ricerca!.

Un pensiero su “Come riconoscere le essenze lignee usate nella costruzione dei mobili

  • Ottobre 10, 2021 in 9:51 am
    Permalink

    TUTTO MOLTO CHIARO E BEN DESCRITTO.

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