Metodologie di riconoscimento di un mobile falso

Consigli e suggerimenti inediti, svelati da un esperto perito, utili per coloro che acquistano

Fonte: Federico Crovara Pescia perito e docente presso la scuola di formazione professionale Istituto Nazionale Superiore per il Restauro del Mobile


Esistono svariati metodi di riconoscimento circa l’autenticità di un mobile che si basano su molteplici e differenti punti di valutazione. Il primo consiste nel mettere a confronto il mobile soggetto alla perizia con gli altri ritenuti autentici di appartenenza allo stile che lo stesso esprime al fine di capire se le misure in questione, le proporzioni tra le parti e gli stilemi, quindi, le forme lavorate mediante scolpitura e tornitura o intarsio esprimono similitudini o divergenze; queste ultime tipicamente presenti nei mobili falsi costruiti in base a documentazioni errate di manifattura alquanto dissimile dagli autentici.

Foto 1
Foto 2

Foto 1 e 2: Sedia autentica appartenente all’epoca tardo rinascimentale conservata con patina in aggiunta ancora intatta salvo la parte terminale dello schienale interamente ricostruita mediante antico legno tarlato di noce poi riscolpito a forma di foglia di acanto inevitabilmente segnato dal “tarlo lungo”di lato infine camuffato per mezzo di patina in aggiunta artificiale

A seguire si osserva più da vicino questa volta la superficie, quella riservata alle parti a vista, ovvero quelle che vengono verniciate e che consistono nel fronte, nei fianchi e nel piano, che in casi di autenticità dovranno presentare un accumulo di “patina in aggiunta” che consiste in un primo strato al di sopra del legno costituito dalla lucidatura originale e iniziale che generalmente si presentava in una finitura di cera o di gommalacca; a sua volta coperta in luogo a manutenzione da molteplici e successivi strati di verniciatura sovrapposti nel tempo dovuti alla presenza di sostanze lucidanti  non eguali all’originale.

Senza  dimenticare che polvere e fuliggine dei camini, unto delle cucine  e residui di inquinamento in epoca moderna saranno rimasti intrappolati all’interno della finitura come una sorta di sporcizia coprente tale da offuscare il legno. In alcuni mobili restaurati anche se autentici la patina in aggiunta non è presente poiché per esigenze di restauro estetico hanno subito la sverniciatura per poi essere rilucidati nuovamente.

Mentre nei mobili falsi tale stratificazione qualora fosse presente sarebbe certamente di natura artificiale ottenuta con delle tinte a mordente per acqua applicate su legno vivo, poi successivamente imbrattato  con cere tinte al bitume di giudea inscurite o impastandole assieme a terre naturali oppure lucidate con vernice a base di resina di gommalacca colorata con tinte ad anilina per alcool. (FOTO 3 FOTO 4)

Foto 3
Foto 4

Foto 3 e 4: Serie di bustine di anilina sintetica per acqua ed alcool e di barattoli contenenti terre naturali (d’ombra e di siena) in diversi colori utili per tingere i legni le cere e le vernici col fine di creare “patina in aggiunta” artificiali per mobili falsi

Al di sotto della patina in aggiunta naturale magari in seguito ad una pulitura si viene a trovare il legno vero e proprio, che nella zona ove questo costituisce la superficie esterna, quella tangibile al tatto, si trova conservata la patina “insita” quella vera indissolubile ancora presente salvo disgregazione dovuta a carteggiatura o lavaggi aggressivi con soda caustica. Questa vera  e propria pelle si crea solo con il prolungato passare del tempo per mezzo dell’azione schiarente dovuta alla luce e all’ossidazione superficiale delle resine interne al legno, appare liscia e priva di quella ruvidità tipica invece dei legni sezionati di recente. Artificialmente risulta difficile da simulare ed è riconoscibile se autentica solo da un occhio attento ed  esperto di un antiquario o restauratore.


Alcuni mobili falsi possono presentare una patina “insita” vera ma si deve ciò al fatto che sono stati ottenuti mediante riassemblamento di legname antico, ricavato da differenti mobili d’epoca demoliti in precedenza, casi in cui i tagli sui bordi delle tavole risultano netti, vivi, ottenuti di recente, alterando l’aspetto dei fori di fuoriuscita dei tarli, che anziché comparire in superficie con forma circolare secondo natura, assumono invece forma di semi gallerie o solchi, il cosiddetto tarlo lungo.

L’esame nel suo proseguo riguarderà le zone sottoposte ad usura localizzate in genere nelle guide di scorrimento dei cassetti e sul fondo vicino ai lati  degli stessi ove avviene lo strofinamento tra queste due parti responsabile di un consumo irregolare stimato in diversi millimetri o addirittura centimetri. Nei comò rifatti ovviamente queste zone vengono scavate per simularne il consumo dovuto ad utilizzo prolungato con raspe, lime, carte vetro.

Sempre i cassetti da considerarsi simili nell’aspetto a scatole in legno, recano un fondo assemblato con chiodi ai lati fino al 1815 tali che in tutti i casi vengono raccordati al frontalino mediante particolari incastri in prossimità degli spigoli, complessi da riprodurre a mano, aventi forma di trapezio, le cosiddette “code di rondine”; se ottenute a macchina risultano identiche tra loro  e con inclinazione laterale eguale dovuta  a una fresa rotante, che scavando la tavola crea gli incastri; quelle ottenute con un seghetto manuale con lama rigida detto pettinina differiscono di almeno un millimetro tra loro e anche singolarmente recano i lati differentemente inclinati. (FOTO 5 + FOTO 6)

Foto 5 e 6: Incastro eseguito a mano a doppia “coda di rondine” presente nel raccordo tra il frontalino e il fianco di un cassetto appartenente ad un comò di epoca Luigi XVI (1774 – !789) con relativa guida originale di scorrimento scavata da un solco dovuto al prolungato sfregamento del cassetto.

Infine si analizzano le parti “non a vista” quindi nascoste, tra queste le superfici interne dei fianchi del sottopiano, mentre il fondo e la spalla a muro vanno considerati oltre che dentro anche fuori. Esse prive di un fine estetico anticamente non venivano trattate con alcun prodotto facendo così risparmiare tempo nella finitura e quindi, nei mobili autentici anche se restaurati queste zone non devono risultare ne pulite ne trattate con prodotti vernicianti affinché possano testimoniare con il trascorrere del tempo l’inevitabile accumulo di polveri, muffe e funghi dovuti all’umidità, all’assenza di luce e a procedimenti che solo la natura del legno nei confronti delle condizioni ambientali circostanti all’opera può aver dato origine, dando prova di autenticità del manufatto.


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