Il periodo Biedermeier: La storia.

Gli anni del regime repressivo di Metternich, 1815-1848, coincidono con il periodo Biedermeier.

Fonte: Galleria d’Arte Principessa Sissi

Il Congresso di Vienna del 1815, determinò la fine di vent’anni di guerre e sofferenze. Dopo i travagli dell’età napoleonica, iniziò un periodo di calma dopo tanti orrori e sconvolgimenti. Deciso a salvaguardare questa rinnovata tranquillità e ad assicurare la pace, l’imperatore Francesco I d’Austria, al Congresso, accettò comunque di vedere alquanto diminuita l’influenza politica ed economica dell’Austria. Quegli anni di dopoguerra però furono contrassegnati dal trionfo del conservatorismo e della “conservazione“, che sembrò  una sorta di «allegria sociale fondata sulla malinconia».

Il periodo Biedermeier: La storia dal Congresso di Vienna al 1848 

Negli anni fra il 1805 e il 1814 le guerre con la Francia napoleonica avevano sconvolto l’assetto dell’Europa centrale, con la scomparsa di molti principati tedeschi e la cancellazione di svariate frontiere. La Germania, un tempo formata da un insieme di Stati sovrani, si era frantumata in una serie di minuscoli staterelli, e si era trovata sull’orlo del disastro politico, economico e sociale. Il Congresso di Vienna risolse il problema con la creazione del Deutscher Bund (Confederazione tedesca), composto da trentanove Stati indipendenti, ciascuno retto da una propria Costituzione.

In Austria la situazione politica era deteriorata. L’aristocrazia aveva perso potere, l’economia del paese era uscita stremata dal conflitto, e le condizioni di vita delle popolazioni si erano aggravate, con un’allarmante diffusione della povertà. Per quanto conservatore, Francesco I aveva compreso che il fatto di ospitare nella sua capitale una così importante assise internazionale avrebbe conferito al suo paese un prestigio superiore a ogni altra considerazione, conferendo speranza  e ottimismo al popolo. Ottimismo poi aumentato dopo la pace ottenuta con il congresso. 

I cittadini dell’Impero austriaco erano sottoposti all’occhiuta sorveglianza del principe Clemens von Metternich, che era stato nominato ministro degli Esteri da Francesco I nel luglio 1809.

La politica del principe perseguiva l’obiettivo di mantenere la coesione europea con la repressione di tutte le spinte nazionaliste e liberali, e alla base della sua attività diplomatica cera l’idea che l’equilibrio del continente dovesse essere assicurato per mezzo di un sistema di alleanze. Pur non essendo riuscito a creare un’Europa unita, rimase al suo posto di ministro degli Esteri fino al 1848, quando la rivoluzione scoppiata in Austria, Germania, Francia e Italia lo costrinse a dimettersi e a cercare rifugio in Inghilterra.

Nei lunghi anni del suo potere, il terribile principe era sempre riuscito a soffocare i tentativi rivoluzionari applicando una rigida censura, reprimendo con ogni mezzo tutte le ideologie liberali. Pensò che la prosperità economica avrebbe tenuto la borghesia lontana dalle questioni politiche, e in effetti il suo autoritarismo in un primo momento incontrò scarsa opposizione. In seguito, però, con l’aumentare e il rafforzarsi dei ceti medi divenne sempre più difficile imporre misure repressive. Dopo il 1830 la rivoluzione industriale, alimentò l’arricchimento e il prestigio sociale di una borghesia sempre più insofferente di vincoli e controlli. Gli anni del regime repressivo di Metternich, 1815-1848, coincidono con il periodo Biedermeier.

All’inizio e alla fine del suo sviluppo, gli effetti della rivoluzione industriale e dei progressi tecnologici ed economici modificarono profondamente la mentalità e i gusti della borghesia. La passiva accettazione del conservatorismo dovette confrontarsi con un periodo di rapido mutamento sociale, con una borghesia sempre più pronta a sfidare l’autoritarismo del potere politico e una classe lavoratrice che vedeva progressivamente abbassarsi il proprio livello di vita.

Alla morte di Francesco I, nel 1835 salì al trono imperiale il figlio Ferdinando, debole e indeciso, poi,  nel 1848 i ceti medi e proletari  pretesero il riconoscimento dei loro diritti e riforme politiche e sociali. La filosofia Biedermeier, con i sui gusti sobri e austeri  finì in tal modo con lo scomparire. Da un società diseguale e ingiusta era nata una generazione di ribelli, alimentata dalla massa di lavoratori che affluivano dalle province in cerca di lavoro. Ebbe inizio un periodo di sommovimenti.

Esplose la rivoluzione del marzo 1848, che mise fine all’epoca Biedermeier, anche se il sistema politico messo a punto dal Congresso di Vienna nel 1815 non subì sostanziali modifiche  e l’Europa rimase in pratica immutata per altri cento anni.

Le arti decorative: gli ambienti e lo stile

Le case o gli appartamenti viennesi erano di piccole dimensioni ed intime . Composte da diverse stanze, ciascuna con una propria funzione. Il salotto, la sala da pranzo, nella quale si riuniva tutta la famiglia. I genitori e i figli disponevano di loro camere da letto. Il capofamiglia disponeva uno studio. C’erano inoltre le stanze della servitù per chi la disponeva. In fondo le abitazioni della borghesia dell’epoca non erano congegnate in modo molto diverso da quello del nostro contemporaneo ceto medio-alto. 

Ambiente “Bierdemeier” in un dipinto dell’epoca

Nel 1815 le città austriache e Vienna. erano intersecate da stretti vicoli  senza un disegno preciso, con poca luce. C’erano anche piazze e spazi verdi. Le carrozze che percorrevano le strade. I pedoni a camminavano rasenti ai muri. I negozi erano in genere piccoli, e ogni edificio (con la sola eccezione, forse, dei palazzi e delle chiese) era di ridotte dimensioni. La città appariva gremita di folla, e dovunque vi era un’atmosfera  festosa: i caffè e i teatri ospitavano molte persone, e  non mancavano i luoghi di riunione e di festa,le osterie e, più oltre, i boschetti oltre le mura nei quali i cittadini potevano tranquillamente sostare.

All’interno della casa ogni membro della famiglia coltivava con riservatezza i propri interessi ed hobby, cosicché  zona riservata a queste attività e arredata di conseguenza acquistò una certa importanza nella struttura dell’abitazione.

Per esempio il capofamiglia riservava alla propria libreria un angolo del salotto, nella quale la sistemava   (normalmente chiusa con antine a vetri e/o stoffa per proteggere i volumi dalla polvere). Vi era poi una  comoda poltrona dove curava gli affari ed interessi.

Le donne disponevano di una propria parte del locale, dove operavano all’uncinetto in un   tavolino da lavoro realizzando anche piccoli oggetti per la casa.

 Le altre  attività familiari,  dal disbrigo della corrispondenza alla redazione di diari personali, erano sbrigate tranquillamente  davanti a un piccolo secrétaire a ribalta, posto alla parete o su un tavolino  scrittoio. Tutta l’attività della famiglia Biedermeier, dalla musica alle discussioni culturali e alla coltivazione dei propri piccoli interessi, si svolgeva nell’unico salotto, secondo un modello dì vita molto semplice.

I mobili Biedermeier erano funzionali, pratici, sobri e semplici. Erano fatti per vivere, per sedervisi comodamente e per poter essere spostati facilmente (vedi ad esempio i tavoli a vela).

 La flessibilità era un requisito essenziale per lo stile di vita dei ceti medi, per cui la disposizione dei mobili nelle stanze non poteva essere stabile. C’era una profonda differenza rispetto a un modo di abitare precedente della nobiltà fino al periodo impero, secondo il quale ogni camera diventava un palcoscenico;  ciò aumentava la richiesta di forme e disegni diversi  dì arredamento, nelle quali ì vari pezzi potessero combinarsi fra loro in modo da venire incontro a esigenze varie e diverse. E l’artigiano Biedermeier provvedeva a soddisfare questa richiesta con una quantità stupefacente di idee, disegni ed invenzioni. 

Non c’erano allora, come si era verificato nel periodo dello stile Impero, artisti ed architetti che disegnavano mobili e poi ne commissionavano spesso la realizzazione. L’ebanista Biedermeier faceva tutto da solo e raggiungeva la specializzazione con l’ottenimento della licenza imperiale, solo dopo un durissimo apprendistato sottopagato di moltissimi anni.

Nell’ambiente viennese poi, molto euforico e vivace culturalmente, vi era un continuo confronto e scambio di idee fra artisti ed ebanisti, che potevano anche ispirarsi a modelli pubblicati su riviste e cataloghi (ad esempio i caloghi originali del grande Joseph Danhauser). I nuovi modelli comunque dovevano essere tutti originali.

Lo stile Biedermeier esigeva semplici forme geometriche, e gli artigiani prediligevano strutture simmetriche e superfici piane, che consentivano un’agevole lastronatura in essenza pregiata su strutture in legno tenero, acero o quercia. Il fondo era costituito da tavole incollate in modo da formare un piano largo e ben piallato, sul quale si incollava il lastrone pregiato, e questo sistema costruttivo  impediva le deformazioni del materiale.

La decorazione delle superfici era in genere affidata alle venature del prezioso legname, che venivano accostate (attenzione, i lastroni sempre specchiati, di larghezza non superiore al fusto dell’albero) in modo da formare, per affinità o contrasto, un bel disegno. Era qui che il lavorante poteva esercitare la sua creatività, operando con fantasia su superfici ampie e aperte come un artista sulla tela.

Nessuno è mai riuscito ad imitare la perizia degli ebanisti biedermeier nell’utilizzare in modo così semplice le preziose essenze presenti negli inviolati boschi esistenti all’epoca intorno a Vienna. Ogni ebanista sceglieva personalmente gli alberi da tagliare e conosceva in modo “maniacale” il punto esatto dove ricavare il lastrone con le venature più belle. Anche per questo si può definire l’epoca biedermeier come “l’invenzione della semplicità“. Si realizzarono delle mobilie magnificamente sobrie solo utilizzando la bellezza che la natura offriva, ossia il poetico gioco delle venature del legno, senzaappesantimenti alcuni“.  

Quanto più scelta era l’essenza quanto più risultavano armoniosi gli accoppiamenti che influenzavano il  disegno generale del mobile. 

Per avere un’idea del valore dei mobili una bella sedia costava 11 gulden, mentre un tavolino da tè in noce,  ne costava 48, che potevano però diventare 66 se il legno usato era il mogano. Il salario di un giorno di un lavorante specializzato era di un gulden mentre un lavorante medio percepiva un salario di soli 0,40 gulden . La componente economica ebbe un suo peso anche nella scelta materica. Di solito, gli artigiani sceglievano i legni dai colori più chiari provenienti dagli alberi da frutto della loro zona. In Austria e in Baviera erano comuni il ciliegio e il noce; nella Germania settentrionale la betulla; nelle zone centrali e orientali austriache e tedesche il frassino, tutti materiali le cui calde sfumature, unite all’eleganza delle venature, valorizzavano le linee semplici e sobrie dei mobili  Biedermeier.

Nella scelta del legno non contava tuttavia solo la facile reperibilità. Un legno d’importazione come il mogano era costoso e raro e quindi veniva usato di rado nella fasi iniziali dello stile Biedermeier e per i pezzi viennesi più lussuosi. Senza contare che, trattandosi del materiale favorito per i mobili in stile Impero, esso venne inizialmente trascurato proprio per questo motivo. Per giunta, tutti i legni esotici provenienti dal Sudamerica e dai Caraibi, non poterono entrare in Europa finché durò il blocco navale intorno all’Impero napoleonico, cioè dal 1806 sino alla sconfitta dell’imperatore.

Il tramonto del periodo

Per tutto il periodo Biedermeier è esistita una viva competitività  tendente ad accrescere e migliorare la perizia e la creatività dei maestri ebanisti. Le esposizioni annuali di mobili  stimolavano le idee e favorivano la conoscenza delle ultime novità tecniche e stilistiche anche al grande pubblico. In occasione di queste manifestazioni si facevano confronti e valutazioni esaminando accuratamente i nuovi pezzi; le discussioni intorno ai progressi tecnici continuavano sui giornali e nelle riviste dell’epoca.

Intorno al 1830, però, le caratteristiche dello stile presero a scostarsi sempre di più dalla sobria eleganza ed austerità dei 15 anni precedenti. Iniziarono ad essere ideati nuovi modelli  con un’accentuazione della sagomatura dei supporti e con disegno più elaborato e puramente decorativo, ai limiti del capriccio. L’antica raffinata semplicità del Biedermeier andava svanendo. Gli aspetti funzionali vennero sacrificati in nome dell’innovazione per una produzione più estesa. La purezza dello stile venne sostituita da forme a bulbo, da sinuose arricciature, dagli intagli, dagli ovoli e da zampe e pioli di schienali decisamente affusolati, nonché da un iniziale vago richiamo allo stile rococò del settecento, con gambe a capriolo, pannelli e schienali ondulati. 

La tendenza all’arrotondamento delle sagome si fece addirittura esasperata, dal 1848 in poi, man mano che si venivano sperimentando macchinari e procedimenti più avanzati come le macchine sfogliatrici. Ora si poteva procedere alla piegatura di sottili strisce di legno, alla loro incollatura in una curva continua e all’applicazione dell’impiallacciatura con una lavorazione eseguita completamente a macchina. Il  “gusto” per le linee curve conobbe una diffusione tale da far pensare appunto ad una rinascita del Rococò.

In questa trasformazione dello stile Biedermeier, un ruolo di spicco ebbe Michael Thonet.

Emigrato a Vienna nel 1842, a quarantasei anni, dopo aver lasciato Boppard,  in Germania, Thonet aveva messo a punto una tecnica per la curvatura del legno col vapore, che gli aveva consentito di fabbricare in serie sedie e poltroncine rimaste in produzione fino all’alba del Novecento. Tutto l’Impero austro-ungarico venne rifornito delle sue sedie in legno curvato, sicché i sui mobilifici in Moravia (attuale Repubblica Ceca) furono fra i primi ad assumere dimensioni industriali. Per molti aspetti i mobili di Thonet rimanevano a cavallo fra il vecchio e il nuovo stile, con un robusto nucleo di semplicità tipicamente Biedermeier. Oggi i mobili da lui disegnati, come quelli Biedermeier,  di una straordinaria eleganza  e semplicità’, costituiscono, delle componenti d’arredo ricercatissime e d’alto pregio, di incredibile attualità’ per le linee sobrie  e per l’uso  maestrale delle essenze come unica caratteristica decorativa.

Si tratta di uno stile di incredibile modernita’ e semplicita’ la cui bellezza e’ sottolineata dal sapiente uso del materiale ligneo, le cui linee, sono tuttora prese come spunto dai piu’ grandi architetti e desiner contemporanei (vedi i modelli Thonet moderni, uguali agli originali e sempre attuali) .

Lo  stile biedermeier ormai dimenticato, e’ stato espressione dello stile di vita  della nascente classe borghese della restaurazione, una classe che possedeva una casa propria, anche se modesta, dove stare, leggere, dormire, nel proprio guscio personale e senza fanfare.  Se fu l’estrema trasformazione dell’Impero, fu anche il primo a concepire l’arredamento come “confort necessario”. Fu lo stile che rappresento’ al meglio la vita famigliare nella sua intimità’ anche nella pittura ed altre arti applicate come vetri e porcellane, che ritraevano ogni aspetto della semplice vita domestica. Lo stile Biedermeier è stato la “tipica” espressione  di una mentalita’ “pratica, domestica e essenziale” dove, nell’uso dei legni chiari senza eccesso di addobbi si intravedeva la “trasparenza e l’onesta” del cittadino dell’epoca (Bieder Meier, che tradotto letteralmente significa “onesto fattore”). Ha influenzato fortemente anche fino ad oggi la mentalità e il senso civico delle genti dell’Europa Centrale (fra cui l’Italia settentrionale) fino ad oggi.

La diffusione in rete di questo articolo è ai soli fini culturali e di sensibilizzazione verso il mondo dell’Antiquariato

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