Restauro di una palmetta Luigi XVI

Fonte: Istituto Nazionale Superiore per il Restauro del Mobile

Esaminiamo un intervento di restauro della doratura lignea svolto dagli allievi dell’Istituto Nazionale Superiore per il Restauro del Mobile di Genova. Il restauro “totale”viene applicato ad un vaso porta palma. Un tempo ricoperto da una doratura a “foglia” ideato per arredi sacri di origine genovese appartenente al periodo Luigi XVI.

Diagnosi dello stato di conservazione  
superfice a legno

Per iniziare è importante sottoporre ad un’attenta e scrupolosa indagine visiva il manufatto al fine di valutare le sue attuali condizioni di conservazione per poi stabilire le fasi di ripristino utili alla reintegrazione delle lacune.

La struttura tornita ed intagliata risulta essere in legno di tiglio un essenza molto adoperata e consona a queste lavorazioni. Le superfici appaiono “nude” ove la fibra lignea rimane a vista anziché essere ricoperta dalla doratura originale. L’avanzato e quasi totale stato di degrado di queste zone è dovuto all’esposizione per lunghi periodi ad un umidità intensa in grado di causare sia il di scioglimento che il distacco e la conseguente perdita degli strati della doratura.

Preparazione del supporto ligneo    
stesura del biancone

Occorre in questo caso ricostruire da capo ogni stratificazione; verrà applicata sul legno vivo in una mano soltanto un preparato detto “invito”; esso funziona da legante tra il supporto ligneo ed il seguente intonaco a gesso. La composizione si ottiene disciogliendo in acqua calda una piccola parte di colla di pelle di coniglio. La fase successiva consiste nella cosiddetta “ammanitura” ovvero in molteplici stesure di “biancone” al fine di costituire l’ “intonaco a gesso”. La sua applicazione renderà le superfici estremamente lisce levigate di colore bianco, la struttura sarà apparentemente dura come il marmo e al contempo elastica in maniera tale da seguire i movimenti e le deformazioni del legno sottostante anche grazie ad uno spessore uniforme di circa 1 millimetro. La miscela liquida che costituisce il “biancone” consiste in colla di pelle di coniglio disciolta in acqua calda assieme ad una quantità di gesso di bologna.

Applicazione del bolo   
Applicazione del bolo

Ottenuto lo strato di intonaco vi si stenderà sopra un sottile velo detto “temperina” simile per composizione all’ “invito” che avrà lo scopo di uniformare e rendere più liscio il gesso e a limitare la permeabilità. Successivamente si andrà a stendere il cosiddetto “bolo” in un massimo due mani in maniera che rimanga sottilissimo e lo si lascia essiccare. Esso ha un duplice scopo sia di influenzare la tonalità di colore della foglia oro in quanto il metallo è così sottile da risultare in parte trasparente sia di essere un potente adesivo utile a trattenere saldamente legate le foglie all’intonaco. Il colore che lo contraddistingue può variare dal rosso al giallo oppure al nero poiché è generato dalle argille naturali che lo compongono ed anch’esso verrà in piccole quantità miscelato con colla di pelle di coniglio disciolta in acqua per permetterne l’applicazione.

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La doratura: applicazione della foglia metallica  

Le sottilissime foglie doro contenute in un apposito blocchetto mediante un particolare pennello detto “pennetta di marmotta” in grado di caricarsi di energia elettrostatica, vengono trasportate su di un cuscino in cuoio chiamato “guanciale da doratore” al fine di essere sezionate con uno specifico coltello. Fino ad ottenere piccoli pezzi simili a tegole utili a ricoprire zone di varie forme e dimensioni.

Soltanto una alla volta verranno trasportate dal guanciale al manufatto da ricoprire e dolcemente posate sulla superficie “bolata”. Fondamentale sarà riattivare il bolo dalle qualità vaso astringenti tramite un liquido detto “guazzo” costituito da acqua a temperatura ambiente che con un morbido e apposito pennello di “vaio” potrà essere disteso sul bolo rendendolo adesivo per alcuni secondi, un attimo prima di posarvi sopra la foglia in maniera che rimanga incollata alla superficie. Si lasciano trascorrere alcune ore poiché l’adesivo si possa seccare poi mediante la “pietra d’agata” si strofina la superficie e quindi le foglie ove l’eccezionale duttilità dell’oro genera una sorta di saldatura e unione delle singole foglie alle altre. Tale fase prende il nome di brunitura e conferisce all’oro un grande riflesso e lucentezza quasi da far sembrare il manufatto in oro massiccio.

Fase di invecchiamento   
Dopo la fase di invecchiamento

Poiché la doratura e i suoi fondi sono stati ricreati per intero nonostante i procedimenti utilizzati fossero gli stessi dell’epoca l’aspetto del manufatto appare simile ad un qualcosa di “nuovo”.

La prima fase di invecchiamento consiste nel sottoporre ad alte temperature le superfici in modo da creare diverse venature e screpolature addirittura piccole zone semi distaccate inseguito mediante oggetti sia in legno che in metallo si martorizzano alcune zone creando segni di avvallamenti si farà uso anche di carte e polveri abrasive di diversa efficacia al fine di consumare a seconda delle zone la foglia, il bolo e l’intonaco.

Infine dopo aver ricreato artificialmente l’usura del tempo si procede alla velatura superficiale mediante sostanze colorate tra le quali cere, terre e vernici che simulano i chiaroscuri tipici delle patine antiche costituite da diversi strati accumulati nel tempo.

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