L’ARTE DEL MINIARE – qualificazione cromatica e verniciatura

Fonte: Francesca Cristini Foto di Copertina: MATERIE COLORANTI – pigmenti – foto Ianua Temporis

Prima di analizzare come si procedeva nella decorazione è bene soffermarci sui mezzi utilizzati per dipingere, nello specifico le materie coloranti, i leganti e i pennelli.


Nel terzo articolo abbiamo seguito la realizzazione del disegno e la stesura della lamina d’oro, a questo punto il miniaturista poteva prendere in mano il pennello e finalmente dare spazio alla propria creatività!

Prima di analizzare come si procedeva nella decorazione è bene soffermarci sui mezzi utilizzati per dipingere, nello specifico le materie coloranti, i leganti e i pennelli.

Le pagine del libro garantivano una buona protezione dagli effetti degradanti della luce cosicché fu possibile utilizzare in miniatura sia pigmenti che coloranti.

I pigmenti

I pigmenti erano di origine minerale o artificiale, finemente macinati, venivano dispersi in sospensione con opportuni leganti (uovo, colle, oli siccativi, calce).

MATERIE COLORANTI – preparazione dei pigmenti – London, British Library. Royal 6 E. VI, f. 329. Tratto da Jonathan Alexander, Medieval Illuminators and Their Methods of Work (New Haven and London: Yale University Press, 1992), fig. 59, p. 40.
MATERIE COLORANTI – pigmenti – particolare di alcune colorazioni – foto zebrart.it

Da sempre utilizzati in pittura erano solitamente caratterizzati da una buona stabilità alla luce e da un elevato potere coprente, a  tale categoria appartengono i bianchi, il nero vite e il nero fumo, le terre naturali e le ocre, il giallorino, l’orpimento e il realgar, il cinabro, il minio, il blu oltremare e l’azzurro della magna (azzurrite), il verde ossido e il verde malachite.

I coloranti

I coloranti, luminosi e trasparenti, ma instabili alla luce, derivavano da sostanze organiche di origine vegetale o animale solubili in acqua, alcol o altri diluenti. Tra quelli vegetali i più comuni erano i rossi brasile, di robbia e sangue di drago, i gialli di curcuma e zafferano e gli azzurri di iris, mirtillo, sambuco e indaco; mentre tra quelli di origine animale possiamo ricordare i rossi kermes (o cocciniglia) e porpora, il giallo verdastro di fiele e il nero di seppia.

I coloranti erano soprattutto impiegati nella tintura dei tessuti, se utilizzati in pittura, per renderli più stabili, potevano essere trasformati in lacche fissandoli con l’allume di rocca su polveri inerti (es. la cerussa-biacca). Il composto dopo essere stato macinato veniva utilizzato come un pigmento e temperato con adeguati leganti. L’anonimo napoletano nel suo trattato “De Arte Illuminandi” riporta in maniera accurata alcune ricette che prevedevano questo procedimento per ricavare dei gialli dalle radici di curcuma, dall’erba di robbia e dallo zafferano. Sempre nel “De Arte Illuminandi” è descritto il metodo per ottenere delle pezzuole colorate intingendo ritagli di lino bianco in sostanze coloranti fissate con l’allume.  Al momento dell’uso, per estrarre il colore, esse venivano immerse in un recipiente contenente chiara d’uovo o  gomma arabica. Le pezzuole venivano tipicamente impiegate per realizzare capolettera o altre decorazioni che prevedevano una leggera velatura di colore a complemento del disegno eseguito a penna.

I leganti
LEGANTE – albume – foto internet

I leganti citati nei trattati sono molteplici, il più comune era l’albume d’uovo, costituito da proteine in soluzione acquosa colloidale e da sali minerali, per ovvie ragioni non poteva essere direttamente usato se non dopo averlo reso fluido tramite un opportuno procedimento. Sia l’autore del “De clarea” che l’anonimo napoletano ci forniscono due testimonianze di come si operava. Il primo nella III rubrica scrive: “Per preparare la chiara, separa l’albume di uovo dal tuorlo e, posto l’albume in una scodella, batterai senza posa fortemente lo stesso albume di uovo col suddetto legnetto, fino a che si trasformi quasi in schiuma di acqua o a somiglianza di neve e aderisca alla scodella …Quando la chiara è battuta metti la scodella leggermente inclinata in un posto tranquillo e pulito, affinché possa scorrere il liquido dalla schiuma della chiara. Se  poi ci sarà la canicola, metti in un posto fresco, affinché non si essicchi. Se poi (vi è) il rigore invernale riponi al tiepido, affinché non geli. …”.

Mentre il secondo nel “De Arte Illuminandi” al capitolo XVI suggerisce di procedere così: “…prendi delle uova fresche, uno, due o più, secondo il bisogno; rompile cautamente ed estrai le chiare separandone la gallatura senza mischiarvi il tuorlo; metti in una scodella invetriata, e, con una spugna marina fresca …dimena a lungo con le mani finché tutto l’albume sia assorbito da essa. La spugna deve essere di tale dimensione da poter assorbire tutta l’anzidetta quantità di albume che hai presa. Allora finalmente spremi nella detta scodella e ripiglia da capo con la spugna finché non faccia più schiuma e scorra come acqua; e allora adoperala. …


Il monaco napoletano prosegue la descrizione dando alcuni consigli su come conservare l’albume: “Se vuoi che si conservi a lungo senza fetore e senza che imputridisca, poni in un’ampolla di vetro, insieme con l’albume, un po’ di realgar rosso, della quantità di una fava o due al più, oppure un po’ di canfora o due chiodi di garofano, e si conserverà.”. Un curioso suggerimento presente su più di un trattato è quello di limitare la formazione della schiuma aggiungendo alla chiara del cerume d’orecchio.


Per ottenere una materia pittorica più brillante e facile da lavorare, i miniaturisti medievali facevano frequentemente uso di miscele aggiungendo al legante dei correttivi di vario genere come la gomma arabica per stabilizzare le particelle di colore, il miele (o acqua di miele) per rallentarne l’essiccazione e per rendere l’impasto più lucente e lo zucchero (o acqua zuccherina) per dare un effetto vitreo.

I pennelli

I pennelli erano fatti con i peli di vaio (scoiattolo siberiano dalla pelliccia di colore grigio) che una volta cotti venivano riuniti in ciuffetti e innestati all’estremità cava di una penna, dunque il diametro di quest’ultima, differente a seconda del volatile, determinava la dimensione finale della punta del pennello.

PENNELLI – particolare pennello di vaio – foto Zecchi Colori Firenze
PENNELLI – pennelli di vaio di varie misure – foto Zecchi Colori Firenze

Una volta ben legati  i peli venivano tagliati con una forbicina o sfregati sulla pietra di porfido sino ad ottenere una punta sottile. Tagliato il vessillo della piuma si innestava  un’asticciola di legno da usare come impugnatura.

Lo strato pittorico

Analizzati gli strumenti del miniaturista proseguiamo seguendo le fasi di stesura dello strato pittorico. Se l’opera era eseguita in bottega sovente alla produzione di un’illustrazione contribuivano diversi collaboratori secondo i compiti assegnati loro dal maestro, limitando totalmente o quasi la libertà d’iniziativa delle singole maestranze per uniformarle ad un unico stile.

QUALIFICAZIONE CROMATICA – preparazione del colore – corsi arte antica – foto Ianua Temporis
QUALIFICAZIONE CROMATICA – pigmenti e legante – definizione delle campiture – corsi arte antica – foto Ianua Temporis

Si iniziava con un primo strato di colore, non particolarmente coprente, che serviva a definire le varie campiture. Successivamente si andavano a delineare i toni a contrasto (chiari e scuri), quindi si ricercavano quelli intermedi per creare un passaggio cromatico armonico e si rafforzavano alcuni contorni, dopodiché si procedeva ad arricchire la composizione con particolari e dettagli decorativi. Il colore inizialmente molto fluido, diventava sempre più denso nelle successive sovrapposizioni. Tra una stesura e l’altra, per evitare lo scorrimento e l’intorbidamento delle tinte, bisognava attendere che lo strato precedente fosse perfettamente asciutto, richiedendo quindi molteplici interruzioni del lavoro.

QUALIFICAZIONE CROMATICA – definizione delle campiture di colore blu – corsi arte antica – foto Ianua Temporis
QUALIFICAZIONE CROMATICA – definizione delle campiture di colore verde – corsi arte antica – foto Ianua Temporis

In alcuni casi a completamento dell’opera, l’immagine era arricchita con effetti di luce dati dall’oro liquido steso a pennello oppure con tratti d’inchiostro eseguiti a penna.

STRATO PROTETTIVO – stesura della vernice protettiva (gomma lacca) – corsi arte antica – foto Ianua Temporis

Quando la decorazione era perfettamente asciutta si procedeva ad applicare sulla superficie uno strato trasparente il cui scopo era sia di rendere i colori lucidi e brillanti che di proteggerli dagli agenti esterni.

QUALIFICAZIONE CROMATICA – pagina miniata definizione delle campiture e dei toni a contrasto – corsi arte antica – foto Ianua Temporis
QUALIFICAZIONE CROMATICA – definizione dei toni intermedi – corsi arte antica – foto Ianua Temporis

Alcuni trattati suggeriscono di usare l’albume o la gomma lacca, mentre altri consigliano soluzioni simili a quelle utilizzate per i leganti. Ad esempio nel “De Arti Illuminandi” si propone l’impiego di una miscela a base di gomma arabica, albume d’uovo e acqua limpida di fonte. Per una maggior lucentezza si poteva aggiungere anche un po’ di miele. La stesura della vernice era una fase sempre molto delicata, onde evitare di danneggiare il lavoro eseguito, il monaco napoletano consiglia di fare una prova su un campione di superficie verificando la perfetta essiccazione e l’assenza di screpolature.

QUALIFICAZIONE CROMATICA – definizione dei toni intermedi – corsi arte antica – foto Ianua Temporis
QUALIFICAZIONE CROMATICA – pagina miniata definizione dei toni intermedi – corsi arte antica – foto Ianua Temporis

Nella trattazione abbiamo visto quanto fosse complicato produrre un manoscritto miniato, pertanto è evidente l’importanza di proteggerne le pagine con una solida copertura costituita da due piatti rigidi solitamente di legno. Le copertine dei testi pregiati potevano essere rivestite da lamine d’oro o d’argento lavorate a sbalzo e/o impreziosite da inserti di pietre preziose, smalti ed avori; mentre quelle dei manoscritti di uso comune si rifasciavano col cuoio, inoltre erano spesso presenti anche borchie di ferro e angoli metallici che avevano la funzione di proteggere i piatti del libro una volta posizionati orizzontalmente sugli scaffali.

QUALIFICAZIONE CROMATICA – definizione dei particolari decorativi – corsi arte antica – foto Ianua Temporis
QUALIFICAZIONE CROMATICA – definizione dei particolari decorativi – corsi arte antica – foto Ianua Temporis

A questo punto con il codice ultimato e riposto nell’apposito ripiano si conclude il mio lavoro. Nella speranza di aver trasmesso al lettore un po’ delle mie conoscenze e della mia passione per questa antica arte, pongo termine agli articoli secondo la tradizione della trattatistica medievale: “Deo gratias. Amen”.

Gli altri articoli de “L’ARTE del MINIARE” di Francesca Cristini

Galleria fotografica di pagine miniate
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One thought on “L’ARTE DEL MINIARE – qualificazione cromatica e verniciatura

  • Novembre 11, 2020 in 7:34 pm
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    Commossa, sono giunta al termine della lettura di questo ennesimo, interessante articolo sulla creazione delle incantevoli pagine miniate giunte fino a noi, grazie proprio (anche!) alle cure, oserei definire “materne”, che i relativi artisti (piuttosto che semplici artigiani) applicavano ad ogni singolo particolare, gesto, materiale, per ottenere il miglior risultato possibile “tendente all’eterno”… Le foto, precise e “naturali”, contribuiscono a creare l’atmosfera del Tempo in cui si decoravano magistralmente Codici, Antifonari, Trattati, unita alle dettagliate spiegazioni (confortate dalle fonti antiche) della Maestra d’Arte, autrice, anche concretamente, non solo degli articoli fin qui editi, ma pure delle “riproduzioni” dei materiali, delle fasi di preparazione e sviluppo delle opere, servite d’esempio agli allievi che hanno avuto il piacere di cimentarsi in tale impresa. Francamente, mi mancheranno gli appuntamenti settimanali con queste preziose “Pillole d’Arte”!

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